Sette canti originali degli ebrei sefarditi
BETTY OLIVERO
Makamat
Juego de siempre (11 Folks songs)

Accademia Bizantina
voce: Esti Kenan Ofri
Percussioni: Oren Fried
Direttore: Ottavio Dantone

Ravenna, Magazzino dello Zolfo

La musica di oggi può ancora scoprire molto. Lo ha dimostrato la rivelazione del linguaggio della compositrice Betty Olivero, protagonista assoluta del concerto che si è tenuto il 9 Luglio al Magazzino dello Zolfo nell’ambito di "Ravenna Festival". Gli corrispondeva l’eccezionale livello interpretativo non solo della grande vocalist Esti Kenan Ofri (nonché danzatrice, coreografa e percussionista italo-israeliana), ma anche del sensibilissimo percussionista Oren Fried e di un’Accademia Bizantina galvanizzata dai ritmi di danza e dalla sonorità multicolori dispiegate a piene mani dalla sapiente strumentazione della Olivero.

Non si creda però che l’eufonia (ed euforia) della musica della compositrice israeliana non poggi sulla più rigorosa delle ricerche linguistiche, sonore e ritmiche. E’ vero che utilizza quell’immenso patrimonio melodico costituito dalla tradizione sefardita, yemenita e anche araba. Ma nessuna di quelle linee sinuose, di volta in volta affidate alla voce o all’amato clarinetto basso dal timbro calmo e profondo, sfugge alla ricerca del suo significato più recondito, delle lacerazioni latenti, che erompono improvvise in punti culminanti di struggente intensità emotiva.

A testimoniare il delicato lavoro della Olivero stava il confronto con l’esecuzione di sette canti originali degli ebrei sefarditi. Ma ancor di più l’abisso stilistico che divide pagine come Makamat (termine arabo che significa "modo", scala musicale, e in ebraico sta per "modo") per voce femminile e nove esecutori, con cui si è aperta la serata, e Per viola, sempre della Olivero, vero banco di prova infernale anche per l’arco esperto di Alessandro Tampieri che ha dato fondo alle sue risorse, ricevendo in cambio un meritato successo personale. E’ Per viola, nel solco delle Sequenze di Berio, a mostrarci il volto iconoclasta della compositrice che si spinge, come è logico in pagine di questo tipo, alla ricerca di limiti ancora inviolati: mostra l’esasperazione del gesto ossessivo, la disperazione del "fortissimo" che non può andare oltre, del tremolo estremo, oltre il quale ci sarebbe un’illusoria immobilità, una vorticosa paralisi.

Ma alla fine è proprio Juego de siempre, ovvero gli undici brevi Folk Songs per voce, flauto, clarinetto, percussioni, arpa, violino, viola e violoncello a scatenare l’entusiasmo del pubblico. L’abilità mimetica di Esti Kenan Ofri – voce di donna, di bimba, di adolescente, ma anche capace di illusionismi baritonali e strumentali – la felicità dei suoi pochi gesti in grado di evocare interi scenari; la spontaneità nell’uso di piccole percussioni mentre canta; ma soprattutto gli anni passati ad apprendere dalla viva voce delle ultime depositarie della tradizione sefardita i modi per eseguire quelle molodie cariche di millenni di storia: tutto questo, insieme alla versatilità dell’Accademia Bizantina, ha regalato al pubblico venti minuti di autentico godimento musicale. Inevitabile dunque la richiesta di un bis. Non male per un concerto di musica contemporanea.

Sabrina Avantario

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