BEETHOVEN: Sonata per pianoforte op.28 Pastorale
JANACEK: Nella strada 1.X.1905
BARTOK: All'aria aperta
BEETHOVEN: Sonata per pianoforte op.111

Pianoforte: Radu Lupu

Ravenna, Teatro Alighieri

Programma inconsueto e impegnativo quello che Radu Lupu ha proposto nell’ambito di "Ravenna Festival" al pubblico del Teatro Alighieri la sera del 6 Luglio scorso. Tra due sonate di Beethoven, l’op.28 detta "Pastorale e l’op.111, il grande pianista rumeno ha infatti voluto inserire due brani non molto frequentati: la sonata Zulice ("Nella strada) 1.X.1905 di Leós Janácek e Szabadban ("All’aria aperta") di Béla Bartok. L’enorme distanza stilistica tra i quattro brani eseguiti (comprese le due opere beethoveniane) poneva questo programma ai limiti della proponibilità, tuttavia merito dell’interpretazione di Lupu è stato quello di scoprire una sottile ma percepibilissima linea di unitarietà concentrando la sua esecuzione sulla bellezza e sulla chiarezza della pura dimensione sonora, grandezza e limite della sua arte pianistica.

Ciò è apparso evidente soprattutto nelle due sonate di Beethoven, autore non frequentatissimo da Lupu (almeno non come Schubert e Brahms). Ad esempio, dopo un primo impatto, l’approccio all’Allegro dell’op. 28 è apparso luminosissimo timbricamente ma contraddittorio nella concezione generale: il dinamismo tematico, motore che sospinge il dispiegarsi della forma beethoveniana e la articola secondo una razionale costruzione musicale è stato volutamente ignorato così come il principio simmetrico, che governa l’organizzazione temporale della sonata classica, è apparso sospeso e proiettato da Lupu in una dimensione di immobile contemplazione della propria purezza, senza tensione verso una meta, senza la ricerca di alcun approdo. C’è da dire che soltanto attraverso la limpidezza cristallina del suono del pianista rumeno questa operazione interpretativa è apparsa credibile se non addirittura necessaria in episodi come il secondo movimento della medesima sonata, l’Andante, dove i numerosi salti della mano sinistra creano non pochi problemi di controllo del suono e dove Lupu ha invece sfoderato una sicurezza ed un leggerezza davvero impressionanti: a cominciare dall’attacco sui tasti del pianoforte la musica sembrava provenire non da un strumento meccanico ma da una regione sconosciuta della coscienza nella quale il peso sonoro sembrava sospeso così come la sintassi che tale suono organizza.

I medesimi caratteri esecutivi sono parsi addirittura amplificati nell’op.111, l’ultima sonata di Beethoven che, come molti sanno consta di due soli movimenti: laddove più teso e "grinzoso" appariva il linguaggio dell’ultimo stile beethoveniano, l’interpretazione di Lupu sembrava prendere maggiormente le distanze da tanta oggettiva espressività. Il distacco dalla complessa articolazione formale di quest’opera poneva in secondo piano le laceranti dissonanze (la settima diminuita sulla quale è costruito l’intero primo tempo, ad esempio), così come fortemente attenuata era la dilatatissima estensione dinamica che la partitura prevede: quanto più l’opera richiedeva attenzione alle proprie fratture, tanto più il pianista sembrava astenersi dal coglierne le implicazioni espressive e formali per soffermarsi invece in singoli, godibilissimi, momenti di autentiche epifanie sonore come l’esposizione del tema dell’Arietta o la difficilissima variazione dei trilli nel secondo movimento. Un Beethoven atipico, dunque, lontano da qualsiasi altra scuola interpretativa, personalissimo e coinvolgente, anche se non del tutto convincente.

Davvero straordinaria invece mi è parsa l’esecuzione di entrambi i brani moderni. All’aria aperta è forse uno dei massimi capolavori pianistici di Bartók, composta nel 1926 questa suite in cinque movimenti contiene tutti i tratti caratteristici dell’arte compositiva del maestro ungherese: dall’uso percussivo e "violento" del pianoforte, al cromatismo ardito, al richiamo di motivi della tradizione popolare. Ma ciò che rende particolare questo lavoro è il gioco delle sensazioni emotive che divengono forma musicale compiuta, pulsare di un tempo indefinito della coscienza come nello straordinario quarto movimento chiamato "musica della notte". Qui Radu Lupu compiva un autentico capolavoro costringendo la musica di Bartók in un arco dinamico molto ridotto, sì da schiarire ogni minima variazione ritmica ed ogni più piccola variante motivica come in un’autentica trasfigurazione: l’inquietante ostinato sul quale è costruito il brano fungeva così da fondamento per un’autentica levitazione timbrica pianisticamente ai limiti delle possibilità tecniche.

Questo approccio "precategoriale" era alla base anche dell’esecuzione della sonata di Janácek, opera anch’essa inquietante composta in occasione di un delitto durante una protesta operaia. Dapprima in tre movimenti, il terzo fu distrutto dopo la prima esecuzione, questa sonata conserva alcuni caratteri classici (il primo tempo, chiamato "presentimento" è in forma-sonata) ma li rielabora alla luce di una forte volontà espressiva che tuttavia Lupu ha sapientemente indirizzato più sul piano dell’effetto psicologico che non su quello del mero descrittivismo musicale. Anche qui la massima libertà interpretativa (tempi rallentati, seduzione timbrica accentuatissima, ricerca del un "colore" piuttosto che di un "significato") ha potuto suggellare un’esecuzione di altissimo valore che il pubblico del Teatro Alighieri ha mostrato di apprezzare salutando con acceso entusiasmo anche il "regalo" di due bis brahmsiani (nell’ordine il secondo ed il primo dei tre Intermezzi op.117) due autentiche "perle" che, sole, valevano il prezzo del biglietto e per le quali, tuttavia, occorrerebbe una recensione a parte.

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