MOZART
Concerto per flauto, arpa e orchestra in Do maggiore, K. 299
BRUCKNER
Sinfonia n.5 in Si bemolle maggiore

Emmanuel Pahud, flauto
Marie-Pierre Langlamet, arpa
Berliner Philharmoniker
Claudio Abbado, direttore

Lucerna, Konzertsaal

L'appuntamento del Festival di Lucerna con i Berliner Philharmoniker, tradizionalmente previsto per gli ultimi due giorni di Agosto, è stato anticipato quest'anno per la riapertura della rinnovata Konzertsaal, in occasione della quale è stata invitata l'orchestra berlinese con il suo direttore musicale, Claudio Abbado. Dopo la vibrante inaugurazione con le esecuzioni di In Schrift di Rihm e la Nona Sinfonia di Beethoven, la seconda esibizione dell'orchestra tedesca prevedeva un altro programma quanto mai stimolante comprendente il grazioso Concerto per flauto e arpa di Mozart e, soprattutto, la Quinta Sinfonia di Anton Bruckner.

Frutto da un lato dello stile galante di metà settecento e, dall'altro, della ricerca di una nuova individuazione formale, il Concerto per flauto, arpa e orchestra di Mozart richiede agli esecutori un difficile dosaggio degli equilibri sonori, vista la particolarità degli strumenti solisti e del loro impiego in funzione concertante. Composto durante il soggiorno parigino del 1778, questo piccolo capolavoro della prima maturità di Mozart è anche un tributo del compositore salisburghese allo stile francese che egli dimostra di padroneggiare con sicurezza ed eleganza, qualità che abbiamo apprezzato anche nell'esecuzione fornita dai due solisti Emmanuel Pahud e Marie-Pierre Langlamet, rispettivamente primo flauto e arpa dei Filarmonici di Berlino. Il piacere di "far musica insieme" è parsa peraltro la caratteristica più evidente di questa esecuzione che ha permesso di ascoltare che genere di solisti si nascondano tra le file dei Berliner Philharmoniker (entrambi molto giovani, a testimonianza del felice rinnovamento che sta avvenendo all'interno della prestigiosa orchestra): la formidabile perizia tecnica unita ad una disarmante quanto appropriata nuance interpretativa ha lasciato trasparire tutta la fresca classicità di questo brano, peraltro assai ben sostenuta dal sobrio accompagnamento di Abbado. Al termine della prima parte, Pahud e la Langlamet hanno ripagato l'entusiasmo del pubblico regalando, come inaspettato bis, l'esecuzione di una gustosa Habanera di Jacques Ibert per soli flauto e arpa.

La seconda parte del concerto era invece occupata dalla poderosa Quinta Sinfonia in Si bemolle maggiore di Anton Bruckner, eseguita seguendo la versione originale del 1878, curata da Leopold Nowak e ormai comunemente accettata dagli interpreti. Come quasi sempre accade di fronte alle esecuzioni di Abbado (al di là dei risultati che possono essere più o meno condivisi), la sua lettura ha meritato la più profonda attenzione e, soprattutto, ha stimolato ulteriormente la riflessione sulle possibilità di rinnovare l'interpretazione del repertorio classico-romantico alla luce di un approccio più moderno e analitico. Se il mondo sinfonico di Bruckner appare lontano da quello di Abbado, il risultato del loro incontro si rivela quanto mai ricco d'interesse. Certo l'esecuzione del maestro italiano si allontana molto dall'ortodossia bruckneriana, sedimentata nella coscienza collettiva da alcuni stereotipi che ne avevano cristallizato l'interpretazione su canoni eroici (Furtwängler), mistici (Jochum), oppure decadenti (Karajan).

Con una lettura orientata a stratificare i contrasti motivici e timbrici piuttosto che non a rievocare un incanto sonoro tanto affascinante quanto ridotto nei contenuti musicali, Abbado ha fatto emergere la complessa e personalissima articolazione che sottende il discorso sinfonico bruckneriano che in quest'opera raggiunge, per estensione temporale e profondità psicologica, una dimensione che prelude gli ultimi tre capolavori. La stessa presunta ispirazione wagneriana di questa musica è messa in crisi o per lo meno confinata ai margini: fedele ad una ricerca critica fondata sull'analisi del tessuto sintattico dell'opera, Abbado ci ha proposto un Bruckner agnostico nei confronti di ogni suggestione extramusicale. Egli è riuscito, tuttavia, ha mantenere un certo carattere meditativo e "severo" proprio grazie a questa sospensione concettuale che individua qualsiasi significato esclusivamente nella musica, in particolare nel suo divenire sonoro attraverso la differenziazione timbrica e la tensione tematica. Questo approccio "strutturale" non si esauriva tuttavia nella semplice proposizione delle categorie formali del linguaggio sinfonico di Bruckner, che si articola, quasi staticamente, mediante il progressivo allineamento di gigantesche sezioni motiviche, ma, tematizzando proprio quelle nette cesure che tali sezioni delimitano, perveniva ad una riconsiderazione del significato musicale e ad una diversa gestione delle immense strutture bruckneriane.

La caratteristica più evidente del linguaggio di Bruckner, che nutriva un'evidente riluttanza a collegare tra loro i diversi blocchi tematici in maniera puramente meccanica, è costituita dalla quasi totale assenza di episodi di passaggio, di "ponti", in favore di repentini ribaltamenti di prospettiva tematica, timbrica e psicologica. Nella lettura di Abbado, il presentarsi di queste sezioni ha assunto una valenza tanto importante nella concezione complessiva quanto "discreta" rispetto alla ridondanza cui ci avevano abituato tanti storici interpreti di questa musica: alla vistosa grandiosità ricca di enfatici artifici, il direttore italiano opponeva una maggiore attenzione nella gestione delle diverse sonorità ed un'estrema accuratezza stilistica nel disporre l'intero evolversi della sinfonia mediante un suono chiarissimo che a tratti si ammorbidiva in delicate trasparenze, sì che ogni strumento trovava un proprio spazio nell'ambito della gamma timbrica (peraltro già di per sé assai circoscritta) utilizzata da Bruckner. Questa operazione aveva inoltre il significato di un autentico "disvelamento" dell'impianto formale della Quinta, che tradiva come proprio modello ispiratore proprio quella Nona Sinfonia di Beethoven ascoltata la sera precedente, a riprova che le scelte programmatiche di Abbado non sono mai casuali. Proprio a partire dalla Quinta Sinfonia, Bruckner non solo padroneggiò con la massima sicurezza le sue titaniche architetture sinfoniche ma le plasmò consapevolmente sulla base delle tipologie strutturali delle quattro parti dell'ultima sinfonia beethoveniana, con la sola inversione delle due sezioni centrali: un primo movimento ampio e articolato, un lungo Adagio fondato sull'alternanza di due idee tematiche, uno Scherzo in forma-sonata ed un movimento conclusivo dalle proporzioni fortemente dilatate. Inoltre, proprio nell'Adagio che introduce il Finale è palese l'omaggio al modello della Nona Sinfonia laddove i temi dei tre movimenti precedenti si ripresentano insieme a motivi successivi, proprio come nell'ampio "recitativo" che introduce il quarto movimento della Nona. In quest''ultimo mastodontico movimento, inoltre, Abbado ha saputo trarre dai Berliner un suono quanto mai caustico e definito che si sgranava nel raccontarci come il corale e la fuga sui quali è costruito l'intero Finale siano magistralmente incastonati da Bruckner in una proiezione della forma-sonata che si estende fino all'ultima delle sue possibilità compositive ed espressive. Una sinfonia problematica, dunque, che ha trovato nell'interpretazione di Abbado e dei Filarmonici di Berlino un'adeguata valorizzazione della sua dignità artistica e della sua pregevolissima fattura.

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