SCHUMANN: Bunte Blätter op.99
DEBUSSY: Preludi Libro I

Enrico Pace, pianoforte

Pesaro, Auditorium Pedrotti

Ci sono pianisti in grado di dare al rituale talvolta un po’ stantio del recital uno smalto che fa dimenticare di colpo che si tratta di una cerimonia in auge da oltre centosessant’anni. Uno di questi è sicuramente Enrico Pace, riminese trentunenne, uscito dalla celebrata scuola di Franco Scala e dalla sua Accademia pianistica "Incontri col maestro".

Se uno degli ingredienti fondamentali per dare credibilità al "soliloquio musicale" è la capacità di formulare un percorso sonoro coerente, compiuto, intellettualmente stimolante e ricco di attrattiva, tutto questo non faceva difetto al programma proposto da Pace il 10 agosto all’Auditorium Pedrotti di Pesaro nell’ambito del Rossini Opera Festival. Inutile poi sottolineare che la caratura interpretativa, ovvero il secondo e di gran lunga principale elemento che entra in gioco, era di quelle degne di figurare in un cd live. Se poi questi due fattori si combinano con un terzo (dato che si tratta della celebrazione di un rituale ormai codificato, anche questo riveste un ruolo piuttosto centrale), ovvero la realizzazione delle condizioni acustiche, sonore e ambientali più congeniali, si potrebbe giustamente affermare di aver assistito a un vero e proprio evento. E anche qui il concerto si è rivelato pienamente all’altezza delle aspettative, grazie alla predisposizione di una conchiglia sonora in grado di migliorare le già ottime prestazioni dell’Auditorium Pedrotti, a alla disponibilità di un magnifico Steinway, preparato con mano davvero ispirata da Fabio Angeletti.

Peccato quindi che non ci fosse nessuno. D’altronde non si può pretendere che il 10 agosto alle ore 18, in una rinomata località balneare come Pesaro, quando fuori ci sono circa trentaquattro gradi e il Sole splende glorioso come non mai, il pubblico accorra a chiudersi in una sala da concerti.

Ma tralasciamo le responsabilità delle eventuali pecche organizzative e torniamo alla sostanza dell’avvenimento. Bunte Blätter op.99 di Schumann e primo volume dei Preludi di Debussy erano le opere esposte da quel consumato gallerista che è Enrico Pace: un programma totalmente in controtendenza rispetto a quelli cui ci aveva abituato l’impetuoso pianista romagnolo. Così è emerso un musicista alla ricerca della maturità, impegnato sul versante apollineo dopo aver strabiliato con quello dionisiaco. E anche se i crescendi schumanniani fanno trasalire, rapinosi come sempre, Pace controlla tutto dall’alto e lo humor di certe pagine si fa complicità tra lui e l’autore, gesto d’intesa fra chi può dare del tu, o almeno crede di poterlo fare, ai mostri sacri della musica. Non che manchi di rispetto, ma forse prevale lo sfoggio di una maestria strumentale e sonora che non teme molti confronti; l’articolazione sicura, perfetta, assolutamente chiara e coerente di un discorso, quale Enrico Pace sa di poter dominare senza sforzo. Aspettiamo solo il momento in cui anche lui temerà di essere inghiottito insieme alla cattedrale da una Savannah-la-mar immaginaria e allora forse non riuscirà più a sedere sulla riva a contemplare gli abissi, ma regalerà con la stessa lucidità esperienze di travolgente intensità.

Sabrina Avantario

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