R. STRAUSS: Tod und Verklärung op.24
Vier letzte Lieder
RIHM: In Schrift
WAGNER: ouverture da Tannhauser

Soile Isokoski, soprano
Gustav Mahler Jugendorchester
Claudio Abbado, dir.

Bolzano, Palazzo dello sport

Come ogni estate anche quest’anno la Gustav Mahler Jugendorchester ha tenuto alcuni concerti sinfonici a Bolzano, che insieme a Vienna e Parigi è anche una delle sedi dell’orchestra. In questa occasione la sera dell’11 agosto 1998 Claudio Abbado ha diretto il complesso giovanile di cui è direttore musicale e fondatore, ed ha scelto un programma articolato e diversificato.

All’interno di queste differenze era tuttavia possibile cogliere un filo conduttore, una logica interna: sia le composizioni proposte, sia l’aspetto esecutivo erano animate dallo stesso spirito di ricerca; la maggior parte dei brani infatti erano la manifestazione di una crisi che non sfociava ancora in nuove forme espressive. L’attenzione alle forme e la curiosità intellettuale hanno costituito uno dei motivi conduttori della parabola artistica di Abbado che ha da sempre trovato nel repertorio contemporaneo uno dei luoghi in cui poter manifestare questa sua predilezione. E proprio alla produzione più recente era dedicata una delle composizioni eseguite a Bolzano: In Schrift di Wolfgang Rihm scritta ed eseguita per la prima volta nel 1995. La poetica del giovane compositore tedesco è pienamente consapevole delle problematiche relative alla capacità espressive del linguaggio avvertite dalle avanguardie, ma sceglie una strada diversa rispetto a quella della musica degli ultimi cinquant’anni. Sembra che egli voglia seguire un sentiero mai intrapreso dalla musica post-weberniana cercando di ritrovare in una struttura sia armonica (logica verticale) sia melodica (logica orizzontale), i fondamenti della comunicazione musicale. Proprio il problema della comunicazione è molto sentito da Rihm nella cui produzione si percepisce la volontà di essere compreso dall’ascoltatore. Ne sono testimonianza proprio quel ritorno all’armonia e alla melodia a cui si accennava poc’anzi. La scarnificazione dell’organico orchestrale ridotto esclusivamente alle percussioni ed agli strumenti gravi, ad eccezione dei fiati e di un’arpa, consente al compositore di tornare all’essenza della scrittura. Chiarissime, a mio avviso, sono le parole dello stesso Rihm riportate nel programma di sala: "l’idea fondamentale, lapidaria, consiste nella In Schrift [iscrizione, epigrafe]. Ciò avviene dal punto di vista musicale in In Schrift [in scrittura], mediante caratteri musicali analoghi ai caratteri tipografici, come delle linee scritte nella melodia, simili a dei motti". Quanto affermato dal compositore richiama alla mente l’idea della parola incisa nella pietra, della parola scritta che per sua natura è data una volta per tutte. Ma all’ascolto In Schrift è apparso sotto la direzione di Abbado composto da più linguaggi come se la cultura fosse un dialogo di più codici (melodia, armonia e ritmo) che trovano risonanze l’uno nell’altro.

Si può dire anzi che la risonanza sia stata una delle caratteristiche principali dell’interpretazione di Abbado in questo concerto. Soprattutto in Tod und Verklärung op 24 di Richard Strauss infatti è emersa maggiormente la sua capacità di porre in risalto gli armonici dell’orchestra creando in tal modo un’atmosfera di autentica intensità. Tutto questo si è potuto percepire grazie alla lettura analitica che il direttore, come sua abitudine, ha applicato anche al poema sinfonico. Da questo taglio interpretativo è apparso assai chiaramente che la forma sonata sottende l’intera composizione; essa ha acquisito una potentissima forza espressiva. Strauss viene così sottratto al clichè tardo romantico che lo vede ultimo baluardo della poetica ottocentesca: i suoi poemi sinfonici vengono allontanati dalla tradizione lisztiana e inseriti in quella del sinfonismo tedesco del xix secolo. Questa lettura nuova e appassionante che guarda anche Strauss con l’occhio dell’estetica novecentesca, forse ha il demerito di non mettere sufficientemente in evidenza la profonda crisi di linguaggio attraversata dal compositore che in una lettera del 24 agosto 1888 afferma di voler cercare una via di mezzo fra il linguaggio proprio della sinfonia e un linguaggio figurativo: "ciò che in Beethoven era forma, assolutamente adeguata a magnifici contenuti espressivi, dopo sessant’anni è divenuta una formula, adeguata soltanto a contenuti "puramente musicali" (nel senso più rigido e insipido del termine) o, peggio, per nulla adeguata ai contenuti che dovrebbero corrisponderle". Nell’interpretazione di Abbado i riferimenti alle immagini del programma vengono poste in secondo piano ed anzi si può dire che svaniscono per lasciare spazio ad una lettura mahleriana della musica di Strauss. Il direttore ha tracciato un’importantissima linea interpretativa ma non ha voluto sintetizzare la nuova istanza con quella precedente: non si sente più la gloriosa morte di un eroe inebriato di ideali ottocenteschi, ma viene presentato un dramma intimo, carico, soprattutto nella parte iniziale, di quelle sfumature che sono apparse ancora più evidenti nelle esecuzioni di Vier letzte Lieder. Se ci si aspettava da Abbado una lettura che mettesse in evidenza la crisi del linguaggio e della forma del Lied, ci si è invece trovati di fronte a uno Strauss sereno grazie soprattutto allo stupendo suono degli archi della Mahler di cui il direttore si è un po’ compiaciuto! Questa interpretazione intima ha creato contrasto con il canto di Soile Isokoski, bella voce di soprano lirico puro che ha messo ben in evidenza le asperità della linea melodica. La diversità fra canto e parte strumentale è stata accentuata dalla posizione del soprano fra l’orchestra quasi a voler creare un conflitto interno ad un unico insieme. Attraverso questa soluzione interpretativa si è recuperato quel senso di crisi delle forme sicuramente presenti in queste composizioni.

Il senso di un insieme di elementi indipendenti era chiaramente percepibile nell’ouverture di Tannhauser che ha chiuso il programma ufficiale della serata ed ha permesso al pubblico presente di godere dello splendido Wagner di Abbado. L’interpretazione ha colpito per la sua nitidezza ed ha posto ben in risalto la semplicità della struttura di questo brano: in quest’opera infatti Wagner non aveva ancora elaborato completamente la tecnica del Leitmotiv ed era quindi alla ricerca di procedimenti compositivi adeguati. Ciò che ha colpito è stata la capacità di Abbado di far risaltare tutte le sezioni orchestrali pur mantenendo sempre vivo il senso dell’unità sia formale, sia di suono.

A questo risultato hanno fornito un notevole contributo i ragazzi della Gustav Mahler Jugendorchester dotati già di una tecnica straordinaria. Ma ciò che più va rilevato è l’entusiasmo con cui fanno musica insieme. Anche chi ha potuto assistere alle prove ha avuto l’occasione di comprendere con quanta passione essi apprendono questa professione e questa arte: personalmente sono rimasta molto impressionata da uno studio dove tutti i percussionisti lavoravano insieme in In Schrift. Elemento fondamentale per questi giovani compresi fra i 17 e 28 anni è sicuramente il rapporto con Abbado che rappresenta per loro non solo un semplice direttore d’orchestra, ma un modello che anche psicologicamente assume grande rilevanza nella costruzione della loro identità professionale. Mi sembra doveroso sottolineare l’impegno che da molti anni Abbado ha riposto nella costituzione di orchestre giovanili (oltre la Gustav Mahler Jugendorchester ricordiamo la Chamber Orchestra of Europe ed ancora prima la Europea Comunity Youth Orchesta) nella ferma volontà di costruire una mentalità di fare musica insieme che vada oltre i confini delle nazioni e che attraverso quest’arte possa contribuire a una vera integrazione fra popoli e culture diverse in grado di mettere in campo una vera logica di rete.

Questo spirito di ricerca sia da parte dei giovani musicisti, sia da parte di Abbado era ben presente nel concerto di Bolzano ed è stato chiaramente percepito dal pubblico che ha accolto con applausi calorosissimi la performance dei musicisti costringendoli ad eseguire come bis un entusiasmante Marcia funebre dell’Amleto di Berlioz.

Stefania Navacchia

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