ROSSINI
La Cenerentola

Don Ramiro: J.D. Florez
Dandini: A. Corbelli
Don Magnifico: B. Praticò
Clorinda: R. Savoia
Tisbe: M. Comparato
Angelina: V. Kasarova
Alidoro: L. Regazzo
Orchestra della Toscana
C. Rizzi, dir.

Pesaro, Palafestival

Il Rossini Opera Festival ha portato a compimento il primo impegno che si era prefisso: con la produzione di Cenerentola andata in scena quest’anno al Palafestival di Pesaro si è infatti esaurita la prima "tornata", storicamente la più importante, della proposta del corpus rossiniano per quanto concerne naturalmente, le opere oggi eseguibili.

L’impegno del Festival ha notoriamente una natura euristica: la collaborazione con il mondo della musicologia ha portato, in diciannove edizioni, importanti recuperi ed a un lavoro filologico preziosissimo. Ne è testimonianza questa Cenerentola, presentata nell’edizione critica della fondazione Rossini di Pesaro e curata da Alberto Zedda in cui tutti i tagli di tradizione sono stati aperti (il coro Ah! Della bella incognita in apertura di secondo atto e l’aria di Clorinda, Sventurata! mi credea).

Vi erano molte aspettative per un titolo che ha un grosso rilievo nel quadro della produzione di Rossini e l’organizzazione del Festival ha ritenuto opportuno, per non mancare a queste attese, di mettere a disposizione di un regista di fama come Luca Ronconi, uno spazio considerevole come quello del Palafestival. Tutto questo appare sintomatico dello stato del teatro d’opera italiano e internazionale: un Festival prestigioso come quello di Pesaro per fare una produzione di alto livello punta anche sulla parte visiva e non solo su quella vocale e musicale. Ronconi ha onorato il suo compito partendo da tre idee generali: la decadenza della nobiltà, il richiamo all’elemento fiabesco e la trasposizione dell’azione agli inizi del nostro secolo. Benché non si trattasse di idee originali, esse si sono dimostrate alquanto efficaci ed hanno dato vita a momenti molto suggestivi. Ognuno di questi tre nuclei aveva un oggetto che lo concretizzava sulla scena: il primo elemento era evocato visivamente da mobili accatastati in una casa in cui le stanze sembravano avere perso la loro funzione di organizzatrici degli spazi e dei tempi. La fiaba invece era simbolizzata dall’elemento camino che veniva moltiplicato nella reggia del principe; esso ha raggiunto quasi una funzione di attore poiché attraverso il camino passavano i personaggi con una chiara caratterizzazione fantastica (Alidoro e soprattutto Cenerentola che uscita dalla canna fumaria viene trasportata da una cicogna alla festa). La trasposizione al nostro secolo è stata compiuta attraverso un’automobile e costumi d’epoca. I tre temi erano però solamente accennati: si è avuta l’impressione di una regia costruita su episodi e non su un vero e proprio sviluppo narrativo; il regista sembrava più essersi concentrato su effetti occassionali che sulla ricerca di una logica interna che legasse tutto lo spettacolo. Discorso analogo si può fare sulla scelta che Ronconi ha fatto relativamente ai tempi teatrali. Di grande effetto è stato sul finale primo il momento in cui Don Ramiro di apparta meravigliato nel vedere il volto di Angelina, esprimendo bene in tal modo il senso di sospensione del tempo.

Tuttavia queste soluzioni registiche non trovavano rispondenza nella musica: a volte alcuni cambi di luce non erano accompagnati da una variazione di tensione drammatica nell’orchestra che è apparsa, sotto la direzione di Carlo Rizzi, piva di quello spessore necessario a dare continuità all’azione. L’orchestra della Toscana ha fornito una prestazione nel complesso dignitosa per quanto riguarda la sezione degli archi, meno precisi si sono rivelati i fiati. La direzione di Rizzi ha trovato nella scelta dei tempi il momento di maggiore difficoltà: a stacchi velocissimi come nel concertato che segue O figlie amabili in cui i cantanti sembravano disorientati e in difficoltà a pronunciare le parole, si sono alternati momenti molto lenti dove si verificava un improvviso appesantimento della tensione drammatica, per esempio proprio in Parlar, pensar vorrei.

La parte vocale, malgrado le difficoltà di orientarsi in una direzione disomogenea, è riuscita a fornire una prestazione più che buona. Ha impressionata la figura di Vesselina Kasarova nel ruolo del titolo per la somiglianza fisica con Lucia Valentini Terrani la cui memoria era ben viva durante tutto il Festival. E proprio questa somiglianza ha portato a fare dei confronti che non miravano tanto a dei giudizi, ma a fare emergere differenti stili interpretativi: la Kasarova è dotata di una gradevole voce e di un bellissimo registro grave ed ha dimostrato di sapere ben "lavorare" il proprio strumento, ma le sfumature che metteva in campo non sempre erano il frutto di una precisa e articolata intenzione interpretativa e apparivano quindi esterne alla musica e al canto. Molto bravo è stato il tenore Juan Diego Florez nei panni di Don Ramiro e questo fa ben sperare per il futuro del canto rossiniano che da alcuni anni, fatta eccezione per il caso di Rockwell Blake, ha sempre stentato a trovare voci tenorili gradevoli per quanto riguarda lo stile e omogenee nei vari registri. Bruno Praticò e Alessandro Corbelli, rispettivamente Don Magnifico e Dandini, hanno fatto leva sulla loro grande professionalità e su una comicità a volte un po’ troppo caricata. Il primo, che come è noto, continua la tradizione dei baritoni brillanti possiede una voce poco efficace per una parte che fino a qualche anno fa era tradizionalmente affidata alla corda di basso; Corbelli appartiene a quella scuola baritonale che vede come modello Sesto Bruscantini: ne è risultato un canto molto gradevole e ben curato, ma incapace di fornire alla parte una originale incisività interpretativa. Carenti l’Alidoro di Lorenzo Regazzo e il coro da camera di Praga, discrete le due sorelle di Rosanna Savoia e Marina Comparato.

Grande successo di pubblico che si è dimostrato interessato ai lunghi cambi di scena a vista che rendevano visibile in parte la costruzione dello spettacolo.

Stefania Navacchia

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