ZORN
Modern Chamber Music

John Zorn Ensemble:
S. Drury, pianoforte
A. Coleman, tastiere
W. Winant, percussioni
J. Pugliese, percussioni
M. Feldman, violino
J. Hamman, violino
L. Martin, viola
E. Friedlander, violoncello
J. Zorn, direzio

Bologna, Link

Quando si dice comunemente che John Zorn rappresenta per gli anni novanta quello che Frank Zappa ha rappresentato per gli anni sessanta/settanta, ottiene oggi nuova conferma dagli esiti "alti" e improntati a una confluenza nella musica contemporanea di questo concerto del "grande eclettico" di New York. Se Zappa si è nutrito fin da giovane di Varèse e dopo vari vagabondaggi pop-dada-kitsch è approdato a collaborazioni con Boulez, Nagano e l'Ensemble Modern, Zorn sembra oggi voler presentare con forza e sicurezza il suo "poter dialogare" con le ricerche più avanzate della musica colta. Naturalmente con ciò non vogliamo affermare che questi musicisti "valgono" solamente quando si confrontano con la cosiddetta serietà della contemporanea; anzi, è probabile che le loro cose migliori siano le opere "ibride", quelle che cercano di superare steccati e che vivono di superiore libertà. Tuttavia la "coltura" degli ibridi è sempre di difficile equilibrio; Zappa ha dimostrato qualità straordinarie in questo campo da Lumpy gravy, fino al suo capolavoro assoluto Civilisation Phase Three, passando per opere come Music for electric guitar and low budget orchestra. Zorn è altrettanto capace di ibridi e ancor più aperto nel poter abbracciare con sguardo incantato qualsiasi materiale o stile musicale: può fagocitarlo, decostruirlo, ibridarlo. Zorn ammalia, quanto fa storcere il naso, ma rimane il più aperto "ascoltatore"; comprendere per lui vuol dire assorbire, fino a deformare plasticamente la propria identità come un camaleonte. Esperire della musica diviene per Zorn anche un esperire un sé diverso, messo in movimento. In questo, perfetto testimone di un misto di cultura nippo-americana, è tanto aperto quanto talvolta acritico, troppo postmodernamente beato di non dover rispondere a nessuna centratura della propria soggettività e vulnerabilità.

È per questo che ci ha particolarmente colpito la precisa volontà di fare un concerto che ostentava la volontà di un'identità precisa, senza concessione al pubblico, accorso in massa sicuramente per ascoltare qualcosa tra il jazzrock, la libera improvvisazione e le colonne sonore di cartoni animati. Il doppio concerto del Link (noi abbiamo assistito solo alla prima serata, diffusa anche da Radio Tre), ha proposto in maniera convincente uno Zorn come autore di musica contemporanea. Alcuni degli ultimi CD pubblicati da Zorn testimoniavano già di questa nuovo campo di indagine, del resto già frequentato episodicamente in passato: basti pensare a Redbird, a Duras/Duchamp e a Angelus Novus. Ma il primo di questi album, osannato da alcuni critici, era in realtà abbastanza sconfortante, visto che mimava, in maniera tra l'altro inefficace, l'ultimo Morton Feldman.

In questo concerto, invece, si sono ascoltate delle composizioni ben più personali (a parte forse l'estatico Kolnidre del 1996), a cominciare da un quartetto per archi, mai stucchevolmente effettistico, dal titolo Memento mori (1992). Giocato in larga parte su suoni in sordina, sul ponticello o oltre il ponticello o col legno, è un lungo viaggio di introspezione sul suono, in cui il discorso continua a raggomitolarsi e raramente a distendersi con qualche accento lirico. Il brano, commissionato e poi rifiutato dal Kronos Quartet, è stato splendidamente eseguito, dimostrando che il gruppo di musicisti zorniani è in grado di suonare di tutto, sia dal punto vista tecnico che interpretativo. Sono da ricordare la bravura di Mark Feldman e della sicurissima Joyce Hammann, nonché la profondità del suono del violoncello di Erik Friedlander.

Davvero molto divertente e migliore della versione da studio, l'esecuzione del brano dada Etant donnés dedicato a Marcel Duchamp; ha impressionato come le più improbabili tecniche di esecuzione, sia di strumenti tradizionali che di quelli improvvisati, confluiscano in configurazioni coerenti, definite negli attacchi e negli stacchi.

Una menzione merita anche Music for Children (1996), per violino, pianoforte e percussionista; quest'ultimo è sottoposto a un vero tour de force. Willie Winant, Mark Feldman e il pianista Steve Drury (abituale ospite di Angelica) hanno fornito un'intepretazione molto appassionata di questo estroso trio, dalla partitura più ibrida e forse per questo anche più riuscita.

In tutto il concerto è emersa l'importanza del piano gestuale nella musica zorniana (chiaramente ricollegabile a Cage), che in ogni caso non va a inficiare la coerenza del discorso sonoro.

Un concerto così delicato è stato ospitato con cura dal Link e la fruizione del concerto è stata ottimale. Il pubblico non ha abbondato con gli applausi; ma anche se sono prevalsi gli "smarriti" (nelle ardue composizioni zorniane), nondimeno crediamo che questo concerto non mancherà di lasciare tracce in chi lo ha ascoltato.

Pierluigi Basso Fossali

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