VERDI
La traviata

Violetta, P. Racette
Flora, D. Ziegler
Alfredo Germont, M. Alvarez
Giorgio Germont, H. Fu
Annina, J. Shaulis
Orchestra e Coro del Metropolitan Opera House
Conductor: J. Levine
Production: F. Zeffirelli

New York, Metropolitan Opera House

Gli elementi c'erano tutti: il thrilling della coppia Alagna Georgiu - che un anno fa non volle firmare il contratto perche' voleva prima prendere visione della produzione - forse per evitare il precedente del costume giallo canarino che anni fa Bing tento' di imporre alla Callas gia' restyled che subentrava alla Tebaldi ancora e sempre "lei" - ; alla rinuncia "diplomatica" della Fleming al ruolo di Violetta; alle dichiarazioni di Zeffirelli sulla bellezza della nuova protagonista; al lancio del CD di arie d'opera cantate del portagonista Marcelo Alvarez, cosicche' il suo viso era gia' familiare agli appassionati, prima ancora di averlo visto in scena; ai metri e metri di stoffe di Etro impegati nei costumi e nelle scene... insomma, intorno al ritorno di Zeffirelli al Met (che' questa era la vera ragione dell'attesa) di elementi di
> curiosita' ce ne'erano molti davvero.

Parterre de Rois, per la prima. Toilettes da gran sera, e di gran gusto. Quasi che si temesse che dal palcoscenico il Maestro italiano potesse additare un fiocco fuori posto, una trina non in tono, un falpala' un po' afflosciato. Ma ecco, salgono lampadari (e calano le luci...contraddizioni della Grande Mela): nel preludio del primo atto, nello struggente velluto di quei violoncelli, tutto sparisce: c'e' solo la musica di Verdi, a sipario chiuso, e vorresti che durasse un po' piu' a lungo. Il Maestro Levine - e sara' cosi' per tutta la serata - da' una lettura intensa, rispettosa e analitica - ti pare di ritrovare sapori di casa, ma riconosci tutti gli ingredienti.

Si apre il sipario, e la casa di Violetta, calda e festosa, e' finalmente di dimensioni umane, raccolta, ha stile; tutti gli amici stanno tornando da una serata trascorsa fuori - al teatro? a giocare? ad una'altra festa? - e cosi' la brevita' dell'atto acquista un senso compiuto. Non si puo' restare insensibili alla ricchezza dei costumi (di Raimonda Gaetani, al suo debutto al Met); belli, originali, fastosi ma non eccessivi, variati - scordatevi quelle Traviate dove tutte le dame vanno dallo stesso sarto: qui si tratta d'Alta Moda, e come nella vita vera non tutte le dame possono stare vicine, ne' tutti i cavalieri vestono il frac. Ci sono ospiti stranieri, anche (siamo a Parigi, diamine!), e Violetta e' stupenda in un lussuoso abito blu zaffiro incrostato di ricami risplendenti. Siamo conquistati dal modo di cantare di Patricia Racette: dizione assolutamente perfetta (e in tutta la serata manchera' solo due doppie), comprensione del ruolo, misurata e concentrata, ma naturale nei movimenti e - se non bella - interessante. Si lancia sicura, fa ben sperare per la grande aria. Alfredo e' anche lui sicuro, affascinante, davvero credibile e - soprattutto - non grida, ma modula la voce, da' senso alle frasi, sussurra quando deve, e la bacia! E' passione improvvisa tra due giovani, e tutto si spiega. Il malore di Violetta e' accennato, non teatrale;il duetto e' appasionato; la grande aria e' tutta d'un fiato e la voce - ancorche' riveli un timbro non particolarmente bello - si libra sicura, alta e controllata. Perfetta? no, ma umana e bilanciata.

Nella prima scena del secondo atto, capolavoro per quanto concerne le scene, la regia ha meno intuizioni e si limita a gestire con senso compiuto le numerose entrate e uscite dei personaggi. Alvarez da' ad Alfredo e al suo cantare ancora piu' senso, e quello che non si ricorda certo come uno dei momenti piu' felici dell'opera - l'aria con cabaletta - risulta qui letteralmente "interessante" (l'espressivita' della cabaletta in particolare e' eccezionale). Vien da dire: dunque quest'uomo sente e pensa anche... Violetta e Germont eseguono la loro grande scena con pathos e correttezza, ma Germont, il cinese Haijing Fu, benche' molto musicale, non convince quanto a penetrazione psicologica. Fara' meglio negli atti a venire. Il "dite alla giovine" e' sentito e ricco di emozione; l"Amami Alfredo" invece manca un po' di dramma poiche' le note basse non sono sostenute a sufficienza.

Al cambiare di scena, ahimÚ, il genio di Zeffirelli lascia il posto alla sregolatezza fine a se stessa: perfino il pubblico del Met - avvezzo ad applausi a scena aperta - trattiene il fiato indeciso tra ammirazione e perplessita': la casa di Flora e' piu' grande del Madison Square Garden, dai soffitti scendono mastodontiche cortine di pizzo macrame' rosso vino e viola, specchi di almeno 6 metri di altezza alle pareti, scaloni e saloni a perdita d'occhio - Francamente, troppo di tutto. Troppi costumi di troppi colori, troppi lustrini, troppi toreri, troppi ubriachi, e troppi tori!!!(i cinque tori della canzone sono in realta" ballerine in tute pezzate, con il sedere imbottito - fara' piu' toro? - e ampiamente agitato - e mostruose teste in maschera. E' come se il regista si fosse fin qui trattenuto e poi non ce l'avesse piu' fatta. E mentre le cinque zingare ballano con gusto e giusto senso di provocazione e volgaritÓ, i toreri sono insopportabilmente vezzosi. Per fortuna Violetta e' splendida, in bianco e grigio, e intensa nella sua disperazione - per un verso il contrasto con tutti gli altri partecipanti alla festa la rende ancora piu' sola. Il confronto con Alfredo - architettato grazie a Flora, e ancora grazie al regista per aver dato un senso alle parole con piccoli squisiti accorigimenti - e' intenso, disperato, e perfettamente sostenuto con dramma dall'orchestra, cosi' come il concertato finale (in cui spicca Germont, che qui ha effettivamnete qualcosa di dire).

Atto finale - siamo tesi perche' speriamo che si torni al misurato buon gusto dell'inizio - e preludio meno intenso di quanto avremmo desiderato. Ma l'azione e' ancora spiegata e architettata con precisione, l'"Addio del passato" e' vocalmente splendido, e quando Violetta scende nel salone per accoglier Alfredo rivela ancora la sua dignita' e la sua voglia di vincere la malattia. Un' idea luminosa, che aggiunge veramente qualcosa. Cosi' "Parigi , o cara", cantato sulla soglia di casa, e' uno dei momenti piu' belli della serata, grazie alle personalita' dei due interpreti che cantano insieme, ma ognuno con i suoi pensieri in testa. Insomma, una serata completa, con una caduta di gusto quasi imperdonabile, ma con la rivelazione di due interpreti per cui - almeno per Alvarez - e' possibile anticipare un luminoso avvenire. Inoltre, uno spettacolo bilanciato da ottimi comprimari nelle parti maschili (di spicco Tony Stevenson nella parte di Gastone). Le parti femminili di contorno erano molto meno validamente sostenute (e Flora meriterebbe di piu'!). E per noi, anche un po' di orgoglio patrio - mai visti costumi piu' belli, ne' stoffe piu' preziose e variate, ne' regia capace di aggiungere significato ad un capolavoro straconosciuto - per l'onore di Verdi.

Associazione culturale Orfeo nella rete
http://www.orfeonellarete.it/
info@orfeonellarete.it
Designed by www.soluzioniweb-bologna.it