BACH: Concerto per violino BWV 1041
HAYDN: Sinfonia in Re maggiore Hob. 1 n.57
SCHUBERT: Quartetto D.810 "La morte e la fanciulla" (orchestrazione di Gustav Mahler)

English Chamber Orchestra
Itzhak Perlman, violino solista e direttore

Bologna, Teatro Comunale

Il programma del concerto della English Chamber Orchestra non lasciava dubbi sul ruolo che avrebbe svolto Itzhak Perlman in questa serata fuori abbonamento della stagione di Musica Insieme: i brani per strumento solista erano più brevi dei brani interamente strumentali ed erano posizionati all’inizio di ciascuna parte del concerto, cosicché si comprendeva subito che sarebbe stato il violinista israeliano ad accompagnare l’orchestra inglese, e non viceversa. Certo questo avrà lasciato un po’ di amaro in bocca a tutti coloro che desideravano forse ascoltare Perlman in uno dei brani più famosi per violino e orchestra, ma, ovviamente l’intento della serata, che si è svelato poco per volta, rispondeva a ben altre esigenze.

Con la saldezza formale e la densità contrappuntistica del Concerto per violino BWV 1041 di Johann Sebastian Bach ci siamo trovati nel campo delle certezze assolute: è stata la prima tappa dell’ideale percorso tracciato in questa serata. Una musica, quella di Bach, tesa a mettere in luce possibili conquiste dell’intelletto attraverso le innumerevoli combinazioni di una struttura basata sul contrappunto, la cui preponderanza crea un abisso invalicabile con i concerti per violino dei contemporanei del musicista di Lipsia, come ad esempio Vivaldi, maggiormente incline al virtuosismo e alla descrittività. L’esecuzione è stata molto misurata anche se non priva di originali intuizioni, soprattutto per quello che concerne la parte più espressiva del Concerto, situata nell’Adagio centrale; ciò che è mancato è stato forse il rilievo con cui doveva emergere l’originale rapporto solo-tutti che in Bach non si risolve con contrasti legati a singoli episodi, bensì con l’intreccio serrato delle voci dove tutto è sottoposto ad un rigoroso contrappunto.

Proseguendo con Haydn e Mozart siamo rimasti nell’ambito delle certezze, anche se la "leggerezza" di questi due compositori è spesso attraversata da cupe inquietudini. In verità, la Sinfonia in Re maggiore Hob. 1 n.57 di Franz Joseph Haydn è tra quel gruppo di composizioni, scritte dopo il 1773, che abbandonano quasi repentinamente le incertezze presenti nella Trauersymphonie e nella Abschiedsymphonie, per citarne alcune, e riconducono ad un equilibrio interiore. L’allontanamento dalla temperie Sturm und Drang verso un ordine razionale precostituito apparirebbe quanto mai innaturale e soffocante se le composizioni di Haydn non giocassero ora sull’ironia: le frasi musicali sono a volte molto brevi, quasi aforistiche, e possiedono uno spirito ammiccante ed allusivo che appartiene alle invenzioni presenti nelle ultime sinfonie. Da tutto ciò traspare quel desiderio di "leggerezza" proprio delle spirito viennese che si ritrova anche nella musica di Mozart, di cui abbiamo ascoltato il Rondò per violino e orchestra in Do maggiore K.373. Il violino di Itzhak Perlman e le caratteristiche sonore della English Chamber sono in perfetta sintonia con questi aspetti "viennesi": insieme ci hanno offerto una lettura estremamente precisa e dominata da uno stile raffinato che è quanto di meglio si possa pensare nell’ambito delle prassi esecutive tradizionali. Stupisce inoltre l’estrema morbidezza del suono ricavato da Perlman dal suo strumento che mai assume il ruolo di protagonista, ma si fonde con l’insieme; il solista israeliano si pone nella condizione di vero interprete ed è assai lontano da quella schiera di esecutori, in particolare proprio violinisti, troppo spesso inclini al virtuosismo fine a sé stesso.

L’ultima tappa del percorso tracciato nel concerto di questa sera ci ha pienamente svelato il legame esistente tra i brani proposti. Le certezze sono oramai perdute ed in Schubert non avvertiamo più nemmeno la strenua lotta del soggetto nel tentativo di travalicare la natura umana, come accade invece nella musica di Beethoven. In Schubert troviamo il ripiegamento dell’individuo nella dimensione interiore, anch’esso aspetto tipicamente viennese. Nella trascrizione di Gustav Mahler del Quartetto D.810 "La morte e la fanciulla" di Franz Schubert troviamo una sorta di summa dell’evoluzione della musica a Vienna; la trascrizione, per quanto sia rispettosa dell’originale, come in questo caso, aggiunge sempre qualche cosa: l’intervento minimo di Mahler svela la propensione sinfonica del brano e ne ingigantisce il senso di lacerazione interiore, portando alla luce l’intimo legame esistente tra i due musicisti e, oserei dire, anche quello con Anton Bruckner. Tutto ciò si è avvertito subito con l’attacco doloroso e stridente del brano di Schubert, segno del grande lavoro svolto dall’English Chamber soprattutto sul suono compatto che ha prodotto una struggente intensità espressiva. Il livello qualitativo dell’esecuzione ha raggiunto il suo culmine nel secondo movimento dove Perlman ha guidato l’orchestra accentuando i contrasti dinamici, i cambiamenti di tempo e la forte componente contrappuntistica che nelle variazioni del tema sfiora quelle vertigini provocate solo da pochi altri compositori.

Il concerto si è concluso senza concessioni di bis, nonostante le richieste del pubblico, ma ciò non ha potuto che giovare all’equilibrio ed al clima emotivo di tutto il concerto.

Gianfranco Marangoni

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