KAGEL
Aus Deutschland
eine "Lieder-Oper" in venticinque quadri
Prima esecuzione in Italia

Orchestra del Teatro La Fenice
Jürg Henneberger, dir. Regia, scene e costumi: Herbert Wernicke

Venezia, Palafenice

Aus Deutschland, "eine Lieder-Oper" (1977-80) con libretto redatto dallo stesso Kagel su testi poetici del Romanticismo e musicati come lieder, è dedicata alla memoria di Heinrich Heine. L'intuizione da cui parte il maestro argentino (nato nel 1931 a Buenos Aires) è la natura intrinsecamente teatrale dei lieder romantici, ad esempio di Schubert e di Schumann; ma se i testi romantici sono citati nel libretto (Goethe, Heine, Müller, Schiller, Hölderlin, Klopstock ed altri), la musica invece rifiuta in genere la citazione immediatamente riconoscibile. L'ibridazione è il marchio di fabbrica kageliano che inonda con coerenza l'intera partitura: ibridazione che è anche di aloni storici: stilemi rétro e altri avanguardistici, suoni amplificati e polverose note di pianoforte scordati o persino corrosi, come vascelli arenati da tempo in qualche lido musicale dimenticato. Del resto, Kagel professa la sconfessione della struttura formale, eleggendo la rapsodia come massimo intervento organizzatore sulle divagazioni improvvisative. Anche i confini "colti vengono frequentemente oltrepassati, con sapiente gusto della provocazione, dando cittadinanza operistica al gospel, al soul, al blues, musica "nera" per un mare ghiacciato di pianoforti neri. Anche l'umorismo di Kagel è piuttosto nero e caustico, un angelo sterminatore che, come la figura della Morte che s'aggira frequentemente per il palco con la sua falce riflettente, depreda il senso vitale dei malcapitati, per poi restituire alle loro ossa e ai pochi brandelli rimasti un oscuro (comico-kafkiano, serio-ludico?) alone cultuale, denso di una religiosità profana e profanatrice, una patina dark non immune forse da un recupero kitsch del gotico. In questo quadro ambiguo sono gli stessi personaggi, la presenza di Goethe e di Schubert, la Notte, Iperione, l'"uomo-organetto ed altri, ad essere sospesi tra omaggio-riflessione del Romanticismo e sua decostruzione semiseria.

* * *

C'è una linea genealogica del nichilismo e del suo oltrepassamento estremo che possiamo osservare nel dominio poetico. Una genealogia che inizia con Rilke, passa per Benn (poeta über die linie), per poi giungere a Celan, capolinea della poesia sull'orlo di ammutolire che resiste soltanto sotto forma di "cristalli di fiato" (Atemkristall), in boccate d'ossigeno per la parola consunta e svenduta sul mercato della comunicazione. In effetti questa "resistenza" alla beanza cinica o edonistica del clima postmoderno, questo tentativo estremo di reincantare il mondo, è saltata a piè pari da artisti quali Mauricio Kagel, che credono non sia più possibile che una celebrazione caustica, irriverente e autodeflagrante della stereotipizzazione mass-mediatica. Vista l'impossibilità di qualsiasi redenzione, meglio darsi alla profanazione liberatrice di ogni nocciolo autoconservativo, fino all'esito profondamente democratico di un paradigma culturale di segni dal medesimo valore e eguale dignità. La parola che ancora crede di potersi levare da questo orizzonte democratico di equiparazione, che tutti si sforzano poi di non scambiare col deserto, va ritenuta retorica e deve essere quindi decostruita, o tutt'al più conservata nostalgicamente in qualche museo.

Aus Deutschland è una complessa e ricca opera del maestro argentino Mauricio Kagel, dedicata interamente al recupero della tradizione romantico-tedesca, che può benissimo ignorare la genealogia novecentesca (anch'essa tutta tedesca) di cui parlavamo sopra. Ma non è fuori luogo richiamarla e contrapporla proprio perché costituisce un asse mitteleuropeo che è piena antitesi del versante "sterminatore-dei-segni" (Baudrillard), asse certo più noto e preponderante, tant'è che diviene perno di una sorta di koinè kitsch. Kagel, buon artista postmoderno, può bussare alla porta della storia della musica, attingendo come in un quadro sinottico, alla storia degli stili. È quella condizione del presente che con delle etichette viene chiamata "compresenza di tutti gli stili", "fine della storia dell'arte" (Hans Belting). Ecco allora Kagel alle prese con la tradizione liederistica romantica, con i topoi letterari e filosofici di quell'epoca, mescolando e servendo al pubblico in degustazione i tipici "piatti" del romanticismo (Morte, Notte, Rovine, Viandanti, paesaggi sublimi) e il vino sanguigno dello streben più esacerbato. Ma davvero quasi mai le vivande sono pure, e gli assaggi singoli. La mescita è sempre mescola di più sostanze espressive, i cui principi attivi vengono l'un l'altro annullati, offrendo un viaggio cangiante nella neutralizzazione del gusto. Infatti, Kagel nel suo lavoro "sterminativo" (di tradizioni, di simboli, di linguaggi) è pronto spesso a sacrificare il piacere del suono e a guardare di malocchio il piano delle passioni. La musica può scendere benissimo a tratti nell'inestetico, in sovrapposizioni di suoni che "gridano vendetta", che mancano qualsiasi ordito, affrontando con coraggio estremo i territori dell'accostamento stridente e disforico; l'appeal estetico, per Kagel, va salvaguardato casomai a livello gestuale e scenico.

 Si badi bene che quanto detto non è per forza una critica alle scelte, per altro legittime, del maestro argentino; è piuttosto la sottolineatura del fatto che l'opera di Kagel non è un mero pastiche, una decontestualizzazione, un collage surrealista, un montaggio contrastivo-parodistico di generi. Fa ben di più: sperimenta infinite creolizzazioni, opera una mistura che porta a "risoluzione" gli stili, infinitizza i confini dei generi, modulandoli in una tensione spasmodica verso ciò che è altro da loro.

Ecco allora che, tranne per alcune parti di abbandono al più gustoso spettacolo (siparietti di musica "leggera" o "nera"), la musica di Kagel stanzia su territori interstiziali.

L'interstizialità è il superamento della cornice intertestuale che guida l'ascolto nel riconoscimento della parodia; è lo spingersi verso la costruzione di ibridi. Al culto della natura romantica, Kagel sostituisce il più contemporaneo culto dell'artificiale, che è proprio definito dalla sua capacità di costruire degli ibridi (soggetti-oggetti, corpi-macchina, enti attivo-passivi, ecc.). Di qui l'effetto spaesante, deterritorializzante provocato dall'ascolto del piano musicale di un'opera come Aus Deutschland. Per l'ascoltatore si tratta di un percorso difficile, perché si ritrova sempre su un piano obliquo, in cui il reperimento di forme è una continua scalata che nega la vetta; è costretto a inerpicarsi lungo una scoscesa niemandsland, una terra di nessuno dove l'intersezione tra falde corali oblique, melodie accennate dal pianoforte e interventi episodici percussivi (che raramente gli sciolgono in un paesaggio ritmico), non sembra profilare nessuna direzione possibile o quanto meno preferibile. L'ascoltatore cerca di ricomporre una anamorfosi irrisolvibile: la prospettiva è un invito testuale che lascia solo irretito lo spettatore smarrito come al ricerca di un filo d'Arianna che lo conduca finalmente a riconoscere il punto di fuga.

La forma ibrida spesso corre il rischio dell'immotivazione; dopo un secolo sappiano che la dissonanza è solo una percezione transitoria di una forma più complessa e tensiva di sapori e sensi e che il lavorio poetico è un immensa opera di rimotivazione dell'arbitrarietà del significante (Paolo Fabbri). L'ibrido corre anche il rischio della sterilità; la relativizzazione nominalistica del testo estetico (è arte ciò che chiamiamo arte), non deve farci dimenticare la vocazione peculiare e differenziale di quest'ultimo: l'efficacia estesica e patemica.

Tutto questo per dire che l'ibridazione musicale di Kagel può risultare, crediamo legittimamente, un po' "freddina" e talvolta insipida. Ciò non significa che Aus Deuschland sia un'opera noiosa; anzi, è sostenuta da continui guizzi e motti di spirito, che continuano ad allertare e a mettere in movimento l'intelligenza dell'ascoltatore. Nel caso della rappresentazione veneziana, poi, l'opera ha potuto avvalersi di una splendida regia, che pur partendo da assunzioni iconografiche non certo originali - Il mare di ghiaccio di Caspar David Freidrich -, non meno è riuscita a escogitare pregevoli effetti scenici, ma ancor più a dare continuità e a figurativizzare il filo rosso, talvolta anche debole, che lega i venticinque quadri concepiti da Kagel. Le soluzioni del bravissimo Herbert Wernicke (dal pianista-vogatore che sorvola il palcoscenico, al "mare di ghiaccio" reso ossimoricamente con l'aggrovigliamento di una serie innumerevole di pianoforti a coda, rigorosamente neri) sono risultate molto suggestive e funzionali. Va però ricordato che lo stesso Kagel ha allegato alla partitura diversi disegni indicativi delle scenografie. Molto intelligente ci è sembrata anche la rapida carrellata a "riassunto delle puntate precedenti" che Wernicke ha sovrapposto all'unico intermezzo orchestrale, che è il pre-finale dell'opera.

La direzione di Jürg Henneberger è sembrata capace di giostrarsi con disinvoltura nella mistura kageliana. Ancor meglio hanno fatto quasi tutti i cantanti; in particolare merita una lode maiuscola Desirée Meiser (voce recitante, cantante lirica e leggera, attrice onnipresente), che è stata la vera mattatrice dello spettacolo, dimostrandosi capacissima di adattarsi a ruoli anche molto diversi. Ottimi anche Jers Larsen, Marie Angel, ma in generi tutti i cantanti hanno dimostrato una forte disinvoltura nelle parti istrioniche e anche attoriali a loro assegnate.

In definitiva, l'allestimento della prima italiana di Aus Deutschland è risultato molto curato, restituendo al meglio pregi e difetti dell'opera e garantendo uno spettacolo nel complesso molto godibile. Il pubblico si è diviso a metà, tra chi ha salutato con un certo entusiasmo la coraggiosa iniziativa e chi invece è lestamente fuggito alla fine dell'opera, più preoccupato dei mezzi di trasporto per il ritorno che di plaudire gli artisti. In ogni caso i fischi sono stati del tutto assenti e se l'accoglienza non si può definire nel complesso "calda", non meno si è registrato un interesse e un'attenzione reali per un'opera così anomala e per la musica spaesante di Mauricio Kagel.

Pierluigi Basso Fossali

Associazione culturale Orfeo nella rete
http://www.orfeonellarete.it/
info@orfeonellarete.it
Designed by www.soluzioniweb-bologna.it