PUCCINI
La Boheme

Rodolfo, F. Sartori
Schaunard, N. de Carolis
Benoit, O. di Credico
Mimì, C. Remigio
Marcello, V. Chernov
Colline, I. d’Arcangelo
Alcindoro, A. Noli
Musetta, P. Ciofi
P. Arrivabeni, dir.
Regia, L. Mariani

Bologna, Teatro Comunale

Un sovrappasso in ferro dipinto di rosso tipico di certe periferie operaie sostiene un’enorme tela che rappresenta, come prescrivono Giuseppe Giacosa e Luigi Illica, il Mar Rosso. Gli elementi sono ridotti all’osso: la stufa, la sedia e tutto quanto è strettamente indispensabile allo svolgimento dell’azione. La rinuncia alla tradizionale paccottiglia della soffitta con tutto il suo bric-à-brac di allegra miseria si fa sentire, in fondo Bohème è un po’ come quei film che non possiamo fare a meno di vedere e rivedere ogni volta che passano in televisione e che amiamo perché infallibilmente ci fanno scattare proprio in quel momento la molla della commozione, del riso, dell’indignazione o del terrore che noi attendiamo con immutabile fiducia nel loro sicuro esito. Quest’opera ha una tale impronta nel nostro immaginario da crearci attese che vorremmo ogni volta puntualmente rispettate. Pur concedendo poco a questi tradizionali momenti clou la regia di Lorenzo Mariani e le scene di William Orlandi hanno in ogni caso una loro logica; il libretto viene seguito rigorosamente, tutto quanto è funzionale allo svolgimento della storia è presente, si eliminano senza pentimenti tutti i vezzi e le gigionerie tramandate dalla tradizione pur salvando alcuni segni che identificano chiaramente luogo ed epoca. Il secondo quadro, per esempio, è risolto con grande intelligenza ed efficacia con un cambio di scena a vista che si apre sul Momus e sulla piazza antistante, affollata come sempre di bambini, venditori, coppie di ballerini e la varia umanità che ha fatto la fortuna di intere generazioni di comparse. Qui, da pochi tocchi ben scelti, cogliamo indubitabilmente l’atmosfera parigina: i camerieri in frac dal lungo grembiulone bianco, le decine di bicchieri appoggiate ad un pianoforte che richiamano i particolari di certi quadri di Renoir, e, proprio per essere sicuri di non indurre in errore il pubblico, un venditore offre una notevole varietà di bandiere francesi mentre palloncini bianchi, rossi e blu cadono in grande quantità dall’alto del boccascena con un effetto riuscitissimo. Il terzo quadro, meno felice dal punto di vista scenico, riporta in primo piano il nostro sovrappasso corredato da un tram, e dalla canonica nevicata che in questo caso non imperversa per tutta la durata della scena ma si limita a qualche fiocco in apertura e in chiusura quando, con un altro cambio di scena a vista, ci spostiamo dalla barriera d’Enfer nuovamente alla soffitta, nella quale piovono a lungo bigliettini bianchi, rossi e azzurri il cui significato rimane oscuro a meno che abbiano qualcosa a che fare con la stagion dei fiori (di carta). Il quadro del mar Rosso è finalmente terminato e al suo posto troviamo un grande telo azzurro, la stufa, la sedia e tra non molto arriveranno anche i due poveri materassi sui quali morirà Mimì.

La regia di Lorenzo Mariani tende a distaccarsi da tutti i luoghi comuni più consueti, portando in primo piano la storia che è raccontata con tenerezza e nessuna retorica. Una maggiore attenzione ai movimenti scenici dei protagonisti, spesso immobili, impacciati e in alcuni casi poco nei loro panni avrebbe aiutato questa lettura dell’opera che risulta comunque convincente per una sua leggerezza di tocco e agilità di soluzioni senz’altro gradevoli.

La resa musicale segue molto la linea di regia. Anche qui abbiamo un’orchestra asciutta, poco propensa ad abbandoni e grandi effetti. E’ una scelta che non dispiace, anche se , soprattutto nel terzo e quarto quadro il rigore sconfina a volte nella freddezza, proprio quando forse si richiederebbe qualche concessione in più alla commozione.

Fabio Sartori ha una voce fresca e giovane, di timbro gradevolissimo. Il suo Rodolfo è però, sia scenicamente che vocalmente, eccessivamente serio e compunto. Risolve il ruolo più con eleganza che con passione e una certa frettolosità nella chiusura delle frasi musicali penalizza non poco il suo personaggio che avrebbe tutti i mezzi per essere più che convincente se solo l’interprete fosse meno trattenuto e confidasse un po’ di più nei propri mezzi vocali, che sono sicuramente interessanti.+

Carmela Remigio è una Mimì vocalmente e musicalmente eccellente. Questa cantante ha il dono di togliere il respiro alla platea, di creare quella rara tensione per la quale quando canta si sospende improvvisamente ogni altra interferenza e distrazione nel pubblico e si vorrebbe semplicemente che non smettesse mai. La sua formazione di belcantista e di mozartiana la rende forse stilisticamente non proprio pertinente, ma d’altro canto la voce netta, corposa, che riempe il teatro senza mai forzare la pone sicuramente nel novero delle Mimì che difficilmente dimenticheremo.

Patrizia Ciofi è una bellissima Musetta che nel secondo quadro, oltre a sfoggiare un memorabile décolleté, canta con grazia e malizia, ma fortunatamente senza cadute di gusto, un delizioso "Quando me n’ vo’…", gratificandoci di uno spettacolare filato nel finale che ci ricorda che anche lei viene dalla dura scuola del belcanto. Ma è anche credibile e commovente nei quadri finali, dove si dimostra convincente anche come attrice.

Ildebrando d’Arcangelo si inventa una "Vecchia zimarra" di tale finezza vocale da renderla addirittura sopportabile, ma tutto il suo personaggio è disegnato con freschezza e intelligenza interpretativa.

Meno riusciti gli altri caratteri, con un Vladimir Chernov, Marcello non sempre efficace, in particolare nel primo quadro, ma comunque ben inserito nelle scelte interpretative di direzione e regia.

Il pubblico ha accolto con grande calore la rappresentazione, applaudendo senza riserve tutti gli interpreti.

Daniela Goldoni

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