BACH
Concerto Brandeburghese n.5 BWV 1050
Concerto Brandeburghese n.3 BWV 1048
Concerto Brandeburghese n.6 BWV 1051
TELEMANN
Sinfonia in fa maggiore
BACH
Concerto Brandeburghese n.4 BWV 1049

M. Barchi, cembalo
G. Antonini, P. Zejfart, flauti
E. Onofri, M. Bianchi, S. Berneschi, violini
V. Ghielmi, viola da gamba
Il Giardino Armonico
G. Antonini, dir.

Bologna, Chiesa di S. Maria dei Servi

Come la scorsa stagione, che nella serata inaugurale ci ha offerto un’intensa esecuzione della Passione Secondo S. Matteo con la direzione di Philippe Herreweghe, anche quest’anno gli appuntamenti del Bologna Festival hanno preso il via con un concerto dedicato a Johann Sebastian Bach e, più precisamente, con l’esecuzione di quattro dei sei Concerti Brandeburghesi.

Scritti sotto l’influenza dell’ammirazione che il musicista di Lipsia nutriva nei confronti di Vivaldi, essi manifestano questo "debito" attraverso due distinte peculiarità: una rinvenibile all’interno di ogni singolo concerto nella stessa scelta stilistica che ne costituisce il corpo, ossia l’attenuazione dell’estremo rigore che caratterizza le composizione bachiane per mezzo di scelte originali e di episodi nei quali la linea melodica prevale, in parte, sul contrappunto; l’altro, che emerge da uno sguardo d’insieme gettato sull’intero blocco di questi concerti, è costituito dalla stupefacente varietà di forme che vanno a comporlo, caratteristica che, forse, colpisce maggiormente l’ascoltatore odierno di quanto potesse colpire il contemporaneo di Bach.

Questa seconda peculiarità permette considerazioni che trascendono la contingenza dei brandeburghesi per mostrarci, più in generale, come Bach intenda creare una sorta di compendio di tutte le possibilità offerte dal genere del Concerto e, cosa ancor più importante, quale concezione della forma sottenda alle sue composizioni e, ad un tempo, in esse si oggettivizzi. Infatti, l’atteggiamento di cieca fiducia che egli aveva nella forma ha origini legate alla fede religiosa: l’utilizzo di fome antiche rappresenta un omaggio all’ordine pre-costituito ed alla tensione verso la perfezione divina. Ma Bach è soprattutto uomo del suo tempo: l’atteggiamento col quale si accosta alle forme è essenzialmente speculativo ed in questo si svela l’anima illuminista del musicista, che con il pensiero e la ragione analizza e smonta gli oggetti in suo possesso per cercarne tutte le intrinseche infinite possibilità.

Varietà di forme, dunque, non come pletorico barocchismo, compiacimento estetizzante di una fondamentale inconsistenza semantica, ma piuttosto come strada per raggiungere il Vero, l’Uno attraverso il Molteplice. È in questo modo che la forma finisce col cambiare sé stessa, per diventare Substantia multiplex. Ossia, per dirla con Adorno, "La forma oggettualizzata rispetto al suo altro, già non è più forma. Il senso della forma in Bach, [...] non consistette nel rispetto bensì nel tener fluide le forme tramandate o più precisamente: non le lasciò affatto solidificarsi: Bach fu nominalista per senso della forma" (Teoria Estetica).

In questi termini, la forza dei Brandeburghesi è apparsa ancor più nell’intera sua pienezza in quanto posta a confronto con lo stile galante della Sinfonia in fa maggiore di Georg Philipp Telemann: il loro accostamento ha fatto risaltare in modo quasi impietoso l’enorme distanza che separava i due musicisti, diremmo i due universi.

Il Giardino Armonico è composto da giovani musicisti di alto livello tecnico e di indubbia originalità interpretativa. Sotto l’appassionata guida del flautista Giovanni Antonini, il complesso ha saputo creare un proprio stile personalissimo i cui tratti distintivi emergono soprattutto nell’enfatizzazione dei ritmi puntati, topos della musica barocca, e nell’accentuazione dei cromatismi delle linee melodiche. Inoltre, l’uso degli strumenti originali non è rivolto ad una fredda ricerca filologica, ma al piacere di "giocare" con sonorità molto più variegate di quelle che si possono ottenere con strumenti tradizionali.

La loro esecuzione dei brandeburghesi privilegia i contrasti dinamici ed i passaggi più lirici di queste partiture bachiane: questa linea interpretativa limita l’efficacia dell’intreccio contrappuntistico ed attenua l’evidenza degli aspetti formali, ma l’estrema pulizia e la meticolosità con cui gli strumentisti cercano di far emergere ogni singola frase ci restituiscono pienamente la sensazione di vertigine evocata dalla musica di Bach.

Il folto pubblico, i cui applausi hanno provocato sul finire l’esecuzione di un delizioso brano di Purcell, non è stato scoraggiato nemmeno dalle insufficienti condizioni acustiche del luogo che, sebbene altamente suggestivo, ha il potere di impastare i suoni, soprattutto da metà navata in giù.

Barbara Benini

Gianfranco Marangoni

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