HINDEMITH
Kammermusik n.5 op.36 Kammermusik n.4 (Concerto per viola)
Kammermusik n.4 op.36 n.3 (Concerto per violino)
STRAVINSKY
Pulcinella

Wolfram Christ, viola
Kolja Blacher, violino
Stella Doufexis, mezzosoprano
Charles Workman, tenore
Lucio Gallo, basso
Mahler Chamber Orchestra
Claudio Abbado, direttore

Ferrara, Teatro Comunale

"Neoclassicismo" è una categoria dell’estetica il cui termine, se volto a definire la poetica di opere musicali di questo secolo, può apparire riduttivo o per lo meno indicativo di una volontaria estraneità agli sviluppi più radicali delle avanguardie. Tuttavia non sempre lo "sguardo al passato" implica necessariamente una prospettiva restauratrice o nostalgica: anzi, proprio il recupero e la reinterpretazione delle forme tradizionali è a volte segno di un ripensamento critico o addirittura di una presa di distanza estetica. Tali premesse costituiscono la base per una sospensione delle implicazioni ideologiche e per un riscatto, innanzi ai dogmi dello storicismo, di questo indirizzo artistico la cui modernità è implicita già nel suo atteggiamento spesso ironico ed irriverente proprio nei confronti dei classici auctores. Non è quindi un caso che un direttore notoriamente sensibile alle istanze della modernità come Claudio Abbado abbia interamente dedicato alla corrente neoclassica del Novecento musicale il concerto dello scorso 27 Maggio al Teatro Comunale di Ferrara dirigendo la "Mahler Chamber Orchestra": il maestro italiano e la giovane compagine orchestrale, costituitasi di recente su iniziativa dello stesso Abbado da una costola della "Gustav Mahler Jugendorchester", hanno infatti eseguito due Kammermusik di Paul Hindemith ed il Pulcinella di Igor Stravinskij.

L’attenzione agli accostamenti programmatici è sempre stata una caratteristica delle scelte di Abbado ed anche in questa occasione l’aver presentato i suddetti brani nel medesimo contesto è apparso come il segnale di un significativo approfondimento stilistico che mira a non esaurirsi nell’occasione del concerto, ma vuole assumere il carattere di una proposta culturale nel senso più ampio. Tale atteggiamento consente da un lato di comprendere il significato e la dimensione storica del pensiero dei compositori, dall’altro di cogliere, dietro quel suono levigato e sempre più asciutto che caratterizza le recenti interpretazioni di Abbado, la profonda riflessione ed il lavoro di analisi che preparano il momento dell’esecuzione. L’interazione tra scelta programmatica, progetto interpretativo e contesto culturale si rivela dunque importantissima se si vuole che un esecuzione, pur bella, non resti fine a se stessa e non perda di significato una volta concluso il concerto ma continui a suggerire alla coscienza degli ascoltatori infinite connessioni, le cui riverberazioni intellettuali trascendano il semplice evento sonoro.

È così accaduto che questo concerto, organizzato nella città emiliana per la stagione di "Ferrara Musica" in occasione delle recite di Falstaff, proprio con l’estrema opera verdiana abbia in comune il tentativo di recupero della tradizione pre-romantica in una prospettiva aperta e nuova che, se per il vecchio Verdi rappresentava un tardo abbandono delle forme melodrammatiche ottocentesche, per Hindemith e Stravinskij costituiva la necessaria premessa per la loro personalissima re-invenzione del passato. Nonostante la dichiarata estraneità alle tendenze musicali più progressive da parte di entrambi questi autori, Abbado ha saputo indicare una strada interpretativa per cogliere l’importante contributo alla modernità che risiede nelle loro partiture: se da un lato esse appaiono al di fuori di un percorso legittimato da un processo di necessità storica, dall’altro risultano ugualmente attuali per la libertà e la consapevolezza con cui hanno saputo assumere e rielaborare alcuni principi formali della tradizione. Essa è infatti rimessa in gioco da Hindemith e Stravinskij, nella diversità del loro atteggiamento, non per attuarne una nostalgica riproposizione, ma soprattutto a causa del suo potere normativo e dunque per la sua capacità di assumere ancora un valore di convenzione, di principio vincolante e "formante".

Per Hindemith ciò significava soprattutto un cosciente recupero dei modelli classici nel tentativo di allontanare ogni possibile concessione al soggettivismo romantico. La "nuova oggettività", nata da un simile disegno poetico, si poteva ritrovare nell’impianto formale in quattro movimenti delle due Kammermusik presentate a Ferrara ed eseguite nella circostanza con la partecipazione di due solisti d’eccezione: Wolfram Christ e Kolja Blacher, rispettivamente prima viola e primo violino dell’Orchestra Filarmonica di Berlino. Entrambe le Kammermusik hanno infatti il carattere del concerto solista dove il virtuosismo strumentale, pur presente e riconoscibilissimo nonché eseguito con la necessaria nuance da entrambi i solisti, non è tuttavia concepito in modo trascendentale (come nell’ottocento) ma inserito in un contesto distaccato e oggettivo il cui andamento meccanico assume assi spesso una forte impronta grottesca, amplificata dal frequente uso di marce, ostinati, fanfare, ecc…, nonché da un’orchestrazione essenziale che fa largo impiego di legni e ottoni e rinuncia antiromanticamente alla sezione dei violini.

Diverso, più complesso e, certo, più stimolante, il percorso neoclassico di Stravinskij vede nella tradizione un terreno ormai privo di significati e carico null’altro che di relitti, la cui forza strutturale può tuttavia essere presa a modello per costruire qualcosa di nuovo nella massima libertà, la libertà di chi è conscio di non appartenere ad alcuna tradizione. La poetica neoclassica di Stravinskij non parte per negationem da un rifiuto del pathos romantico, ma nega a priori ogni possibile coinvolgimento con qualsivoglia forma di compartecipazione e di immedesimazione. La manipolazione diviene dunque l’unica maniera di rapportarsi al passato, sicché anche l’oggetto stesso del recupero non deve essere preso troppo sul serio. Così i brani di Pergolesi e degli altri autori barocchi impiegati in Pulcinella divengono parodia di quegli stessi "affetti" di cui si nutriva l’estetica settecentesca: il dialogo tra antico e moderno non è risolto in una dialettica della tradizione, ma in una dialettica della distanza. In questo senso Pulcinella (concepito in origine come balletto, ma spesso eseguito in forma di concerto) può essere considerato un vero capolavoro di straniamento nel quale Stravinskij, grazie all’impiego di una straordinaria arte combinatoria, inserisce i "numeri chiusi" presi in prestito da Pergolesi, Parisotti, ecc. in un contesto più ampio che a sua volta assume una propria particolarissima struttura narrativa e musicale spesso addirittura antitetica rispetto al senso e alla destinazione dei brani originali.

Abbado ha intrapreso su queste musiche una lettura che naturalmente è iniziata dal testo, dalla cui struttura ha però fatto emergere tutte le problematiche di quel rapporto tra antico e moderno che abbiamo visto essere il fondamento della poetica musicale neoclassica. Tali problematiche sono implicite per costituzione in ogni interpretazione di opere del passato (delle quali Abbado come pochi musicisti oggi sa attualizzare il senso), ma in queste composizioni sono parte stessa della loro poetica compositiva in quanto la tradizione vi è già in un certo senso interpretata e destoricizzata. Dal punto di vista del suono l’esecuzione di Abbado è rivolta alla differenziazione timbrica e al disvelamento del sottile gioco tematico: l’intreccio tra questi due elementi ha mostrato, sotto l’apparente "leggerezza" degli autori settecenteschi utilizzati da Stravinskij per il Pulcinella e sotto lo spirito grottesco che anima le Kammermusik di Hindemith, la profonda crisi del linguaggio musicale che ha attraversato tutto il ventesimo secolo e la tendenza, forse mai interamente risolta dalle istanze neoclassiche, verso una conciliazione tra forme comunicative del passato ed esigenze della modernità. Proprio la sospensione di tale dicotomia costituisce il senso dell’interpretazione di Abbado che ha accantonato la presunta leggerezza ed il disimpegno, cui pure queste opere si prestano per collocarle pienamente nel contesto loro spettante che è anzitutto espressione di una ricerca individuale che assume una rilevanza storica proprio nel momento in cui mette in discussione legami e dipendenze rispetto alla tradizione. In particolare l’esecuzione di Pulcinella, brano molto frequentato da Abbado in passato, ci ha permesso di valutare quanto lungo ed elaborato sia stato il lavoro di ricerca del maestro italiano su questa partitura. L’intelligenza dell’interprete ha mostrato qui la sua piena maturazione resa tangibile da una consapevolezza storica ed estetica che anzitutto ha saputo collocare il brano nella sua giusta dimensione poetica e storica, poi lo ha attualizzato grazie ad una lettura dall’interno che tuttavia non si è esaurita in una mera restituzione analitica in suoni della partitura ma con essa ha letteralmente "gioca" divertendosi e divertendo, e ritrovando proprio in questa chiave giocosa il senso per lettura inedita eppure modernissima. C’è da dire che la pienezza dell’individuazione di Abbado avrebbe meritato forse un altrettanto adeguato livello esecutivo sul piano puramente tecnico ed anche un maggiore "peso sonoro", nondimeno proprio la freschezza e l’entusiasmo dei giovani musicisti della "Mahler Chamber Orchestra" hanno saputo garantire quella incoscienza e giocosità che è apparsa una condizione necessaria per eseguire il Pulcinella secondo lo spirito voluto da Abbado. Sullo stesso piano la prova complessiva dei cantanti, con una menzione particolare per la prova del bravo ed espressivo Lucio Gallo.

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