ANGELICA
IX edizione, Bologna 18-23 maggio 1999

Quando la radicalità è sterile

Bologna

Angelica è un festival internazionale di musica che spazia dalla contemporanea, al jazz, al rock e che comprende gran parte dei generi di contaminazione. Un festival senza steccati e aperto tanto a scoprire nuove realtà, tanto quanto a testimoniare della ricerca di autori già affermati. L'edizione 1999 (la nona) recava il titolo di Domestic Flights ed è stata dedicata alla musica di ricerca inglese. In Gran Bretagna, come tutti sappiamo, esistono tra le più grande scuole di musicologia mondiali, ma in genere possiamo affermare che studio e diffusione della musica classica sono a livelli davvero invidiabili. Eppure ciò non è sfociato stranamente nel fiorire di un folto stuolo di nuovi compositori: a parte la generazione di Benjamin Britten, anche le più recenti contano poche figure di rilievo, capaci di porsi al centro della scena musicale: certo Brian Ferneyhough (1943), il nome più noto, poi il "classicistico" Harrison Birtwistle (1934), premiato forse anche troppo da Pierre Boulez che lo ha diretto in un Cd Deutsche Grammophon, l'interessante Nagel Osborne (1948), quindi l'esordio di carriera folgorante di George Benjamin (1960). Altri se ne potrebbero citare, ma rimane questa impressione che dalla terra inglese sia emersa molto più vitalità nell'ambito pop-rock che in quello classico contemporaneo. Non stupisce allora che la rassegna di Angelica si ponga in modo molto sbilanciato verso la ricerca eterodossa, e quasi releghi sullo sfondo l'asfittico ambiente "colto". I nomi messi in cartellone dagli organizzatori erano sulla carta quanto di meglio si potesse desiderare, rafforzando l'impressione di una crescita costante di Angelica negli anni.

Gli artisti convocati hanno però nella maggioranza dei casi tradito le attese del pubblico, offrendo spesso il peggio (o quasi) di sé, a cominciare da Derek Bailey che ha dato addirittura forfait all'ultimo istante, con delle scuse piuttosto pretestuose (la perdita di un aereo). Ma si sa che Bailey, il quasi settantenne chitarrista jazz, nume tutelare dell'improvvisazione radicale, è un mostro sacro che si può permettere di fare la prima donna. Un gran peccato la sua assenza, visto che è sempre curioso vedere dal vivo come sgorga il suo stile obliquo che sosta di continuo nel campo degli armonici; in questo caso lo avremo visto all'opera con Pat Thomas e Steve Noble, in versione molto elettronica, potendo quindi mostrare la sua predisposizione e abilità a confrontarsi, pur da "grande saggio" sempre fedele a se stesso, con le formazioni più agguerrite e estreme; pensiamo alle collaborazioni con Zorn (Harras), Laswell (Arcana), Metheny (The Sign of Four), Ruins, ecc.

Passi per l'assenza di Bailey, ma piuttosto deludente ci è parso il quasi coetaneo Lol Coxhill; presente sia con il progetto Standard Conversions, sia con The Recedents, ha nel primo caso offerto del discreto jazz modulato da non invasivi interventi elettronici, ma dominato dal pianoforte spumeggiante di Pat Thomas e soprattutto dalla batteria "sparata" nel volume di Steve Noble; gli interventi di Coxhill, che dovevano apportare il salto di qualità, sono parsi "autorepressi" e totalmente svuotati d'ispirazione, nonché sommersi da un mixaggio colpevolmente "sballato". Quanto all'improvvisazione radicale di The Recedents (Coxhill + Mike Cooper + Roger Turner), ci è sembrato una performance estemporanea, pretestuosa e autocompiaciuta. Un pochino meglio ha fatto il pazzo batterista Roger Turner con John Russell, chitarrista forse ancor più criptico e solipsistico di Bailey. L'improvvisazione radicale vive di delicati equilibri, che quando si creano riescono a fornire momenti davvero folgoranti, introspezione della germinazione della musica, del suo effettuarsi efficacemente, del sorgere di una struttura eloquente. Nei suoi errabondi percorsi, l'improvvisazione significa euforicamente la liberazione dalle strettoie del regolato e del ripetibile, enfatizza il ruolo dell'ascoltatore a cui viene demandata l'investigazione di forme, spesso sempre nuove, non ripercorribili mnemotecnicamente. Questa tensione improvvisativa vive di un "effetto sorgenza", necessita l'accadere, il rapire la forma dallo sciame di indeterminazione; nelle versioni offerte ad Angelica, l'improvvisazione ha invece messo in luce la sua riduzione a "mestiere", a trastullamento solipsistico o incontrollato dello strumento, alla liberazione di qualsiasi preoccupazione musicale a favore di un aspetto ludico-nichilista, che ammicca verso il pubblico, cercando di trovare complicità in questo grado zero della musica, tutt'altro che barthesianamente liberato dai cliché, essendo divenuto cliché anch'esso. Non fa bene alla musica di ricerca eterodossa (di matrice rock o jazz, non importa) questa deriva compiaciuta, così come l'uscita di Frith in un teatro come il Comunale di Bologna; a che pro emettere rumori per cinque minuti con catene gettate sulla corda della chitarra elettrica, mentre gli archi suonano qualche ampio e convenzionale accordo sospensivo? Fred Frith, uno dei più importanti musicisti della scena musicale d'avanguardia, fin dall'inizio degli anni settanta, con i memorabili Henry Cow, si è presentato in ben tre vesti diverse ad Angelica: oltre alla figuraccia, che si poteva benissimo risparmiare, del Comunale, Frith ha eseguito il progetto Tense serenity e riproposto la collaborazione con Bill Laswell nei Massacre. Il primo progetto è risultato una delle cose più interessanti di Angelica 1999, per la commistione di improvvisazione e di parti più strutturate di apprezzabile nitore compositivo. Hanno sorpreso soprattutto i tre giovani musicisti coinvolti, Claudio Puntin, Daan Vandewalle, Lesli Dalaba, mentre Cutler e Frith si sono riservati la parte degli indisciplinati per superiore malizia, risultando in realtà spesso appendici stonate rispetto al sapiente e ininterrotto flusso musicale basato sull'avvicendarsi di configurazioni molto accattivanti. I Massacre "per contratto" hanno dovuto suonare a volumi quasi impossibili, ma alcuni assoli di Frith, piuttosto ispirati, e l'ordine geometrico del basso di Laswell hanno in parte ripagato dell'offesa al timpano.

Per chi non riesce a farsi una ragione del flusso continuo e circolare emesso dal suo sax nei recenti Cd, Evan Parker è venuto di persona a dimostrare la sua tecnica esecutiva sbalorditiva e di rara precisione. Grazie alla respirazione circolare il suo sax solo suona ininterrottamente anche per più di dieci minuti; la serie di brani presentati, denominati Conic section, tendono ad avere un sapore piuttosto monocorde e ossessivo, ma si deve riconoscere come le increspature del flusso sonoro sono talmente complesse, articolate e seducenti che riescono a veicolare un'atmosfera di sospesa meraviglia nel cangiamento del suono.

Delusione piuttosto cocente quella invece offerta dal celebre pianista John Tilbury; glorioso esecutore delle opere di Cage e in genere dell'avanguardia all'inizio degli anni sessanta, oggi è incline alla moda New Age, convinto (sic) esecutore di un minimalismo asfittico, sostenitore di compositori non certo eccelsi come Howard Skempton, complice nell'esecuzione di Paragraph 7 che appartiene alla produzione più discutibile, anche se tanto apprezzata politicamente, di Cornelius Cardew (avremo preferito che Tilbury eseguisse, per esempio, gli splendidi February Pieces del 1961); da ultimo, Tilbury si è presentato in qualità di improvvisatore con il celebre gruppo AMM (Keith Rowe, chitarra, e Eddie Prevost, percussioni). Come improvvisatore ci è parso molto "evasivo"; qualche tocco parsimonioso qua e là ad effetto e nei momenti di difficoltà qualche nota pizzicata con le mani, tanto per dare un tocco d'avanguardia (del resto, lo abbiamo visto suonare un pomeriggio di Angelica, insieme a musicisti bolognesi, comportarsi esattamente come un pesce fuor d'acqua in ambito improvvisativo).

Una menzione particolare va al sardo Paolo Angeli, impegnato in un solo con una chitarra autocostruita, dalle caratteristiche decisamente sui generis e suonata per lo più come una sorta di violoncello. Angeli aveva certo poco a che fare con la musica inglese, ma l'inserimento nel festival è stato un'iniezione di coerenza, di modestia e di simpatia rispetto alla monolitica supponenza dei "mostri sacri" anglosassoni.

Una nota di demerito dell'organizzazione l'aver invitato una sedicente musicista, Kaffe Matthews, rumorista indefessa e squinternata violinista, a corto di idee e propositrice di una sorta di lobotomia sub specie sonora.

Infine tre cose da ricordare di Angelica 1999, sono state; l'arguto e polimorfo duetto tra la splendida voce indisciplinata di Phil Minton e il pianoforte colto di Veryan Weston; l'esecuzione presso il Teatro Comunale della suite Oh Moscow di Lindsay Cooper, ex-fagottista degli Henry Cow e successivamente artefice di un'interessante carriera di compositrice a tutto campo; l'esecuzione nella stessa serata del brano orchestrale Il ghiaccio, il calore, l'autunno , il tessuto di Giorgio Magnanensi, unico fra i brani commissionati da Angelica a giovani compositori ad aver dimostrato un uso efficace e sapiente dei colori orchestrali.

Angelica è stato ospitato quasi integralmente e in modo egregio dal Link di Bologna; l'organizzazione è stata efficace e il pubblico disciplinato, paziente e spesso generoso nei confronti di tanti nomi molto acclamati che nell'occasione non hanno certo dimostrato il meglio di sé.

Pierluigi Basso Fossali

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