Musiche di Vrebalov, Burman, Riley, Ali-Zadeh, Reich

Kronos Quartet

Ravenna, Teatro Alighieri

Di solito il palcoscenico dell’Alighieri quando ospita un concerto che vede impegnato un quartetto d’archi, si apre su arredamenti diversi da quelli scelti dal Kronos Quartet: non le solite sedie di legno disposte ordinatamente a semicerchio, ciascuna con il proprio leggio, ma quattro poltroncine completamente rivestite di tessuto nero elasticizzato illuminate da una luce fioca, ed altrettante casse monitor e microfoni, chiari segni di amplificazione. Il teatro, non proprio esaurito nonostante questo di Ravenna sia il loro unico concerto della stagione in Italia, raccoglieva un pubblico abbastanza composito; accanto agli spettatori che tradizionalmente frequentano il teatro comparivano anche molti "alternativi" in tee-shirt, bermuda e Birkenstock. Un gruppetto di anziane signore, vestite come si conviene per un serata di musica, cioè elegantissime e con i loro legittimi fili di perle, si mostravano preoccupate per l’approvvigionamento di biglietti per Lohengrin e Don Giovanni. Chissà se e come arriveranno alla fine del concerto.

Il Kronos optava per l’ "alternativo": jeans e magliette nere, giubbotti variopinti, casacche con disegni cachemire, stivaletti del Dott. Maertens, il tutto molto americano, molto newyorkese, molto film di Woody Allen. Una serie di spot illuminava il velario alle loro spalle, cambiando continuamente di intensità, forma e colore durante il concerto, questo a dimostrare la cura con cui questo gruppo propone il proprio repertorio, affidando anche ad una parte visiva l’interpretazione dei brani scelti.

La scelta dei pezzi che compongono il concerto dà un’idea della filosofia del Kronos e del modo con cui affrontano la musica contemporanea. Non solo eseguono sempre opere di recente composizione, ma quasi sempre le commissionano a musicisti provenienti da ogni parte del mondo. Ci viene in aiuto il programma di sala curato da Riccardo Giagni, esauriente e ben documentato. Ad esempio, il brano di apertura, Panonia Boundless della giovane musicista yugoslava Alexandra Vrebalov (1970) appartiene a quelli scritti appositamente per il quartetto. Il brano francamente appare musicalmente di scarso interesse, essendo niente più che un catalogo disordinato della musica folklorica balcanica e Rom. Anche il secondo pezzo in programma, Tonight is the night, del musicista indiano Rahul Dev Burman (1939/1994), notissimo in patria come compositore di colonne sonore per film, sviluppa suoni e temi banalmente indiani, annacquandoli con elementi e metrica della musica occidentale su un tappeto percussivo di tabla registrate provenienti dai monitor. Disturba un po’ il tentativo, chiaramente percepibile, di occidentalizzare attraverso stilemi di stampo jazzistico delle musiche che avremmo preferito meno sterilizzate e più significative di una ricerca musicale autoctona.

Il suono del Kronos è pulito, limpido e preciso come precisi sono gli attacchi e le chiuse. E’ un suono freddo, asettico, un po’ piccolo ma capace di diventare lamentoso, ossessivo, percussivo, meccanico, ipnotico e doloroso nel Requiem for Adam di Terry Riley (1935), uno dei fondatori del minimalismo americano, dedicato alla prematura scomparsa di Adam Harrington, figlio di David Harrington, primo violino del Kronos.

Il gruppo mostra grande padronanza degli strumenti dai quali riesce a trarre una ricca dinamica, traendone in più suoni del tutto inediti. In Oasis, parte di un ciclo di opere cameristiche intitolate Silk Road della compositrice azera Franghiz Ali-Zadeh (1947), il Kronos si produce in un campionario di suoni i più disparati: effetti di gocce d’acqua ottenuti da pizzicati a canone su un sottofondo registrato di vere gocce che cadono, glissando, tremoli, note sovracute e sussurri. O di suoni ad imitazione degli strumenti tradizionali orientali, nonché delle voci acute e stridule come in gak-se-ree-ta-ryung, un canto dei mendicanti della tradizione coreana trascritto per quartetto d’archi dalla compositrice Hyo-shin Na (1959). Un suono che finalmente diventa ampio, pieno, caldo e pastoso nella riduzione per quartetto d’archi di Collected songs where every verse in filled with grief di Alfred Schnittke (1934/1998), originariamente per coro misto.

Purtroppo poi il Kronos Quartet ci fa salire tutti sui noiosissimi Different Trains di Steve Reich (1936), un altro dei padri del minimalismo americano, che chiude il concerto. Il brano, già di scarso interesse quando fu composto una decina di anni fa, ne ha ancora meno riproposto oggi. Dalla sua non ha neanche il pregio della brevità, è una sorta di lunga imitatio meccanicae di rumori ferroviari in parte incisi su nastro magnetico ed in parte creati dagli archi ritmati e cadenzati sull’incedere del treno, frammisti a registrazioni di voci recitanti sulle stesse cadenze e con il tono degli annunci nelle stazioni ferroviarie. La qualità della musica purtroppo non è qui in grado di sostenere l’altissimo intento etico e drammatico che ispira il pezzo, che fa riferimento anche all’uso atroce che dei treni fecero i nazisti per le deportazioni.

Sollecitato da un pubblico plaudente e soddisfatto, il Kronos Quartet ha offerto tre bis.

Si può cercare di dare un senso all’impaginazione del programma scelto dal Kronos, ma, al di là del desiderio di testimoniare esperienze musicali lontane e in qualche modo diverse non si coglie alcuna altra logica. Il Kronos è ammirevole nel tentativo di sollecitare nuove esperienze e di ricercare anche nel repertorio di musicisti minori o marginali, del resto il loro è da sempre un rapporto diretto con i compositori ai quali commissionano molti lavori. Ma, per lo meno da quanto ascoltato stasera, non sembra che questo ruolo di mecenati pervenga a risultati interessanti dal punto di vista musicale.

E’ con una certa frustrazione che si esce da questo concerto, con l’impressione di aver ascoltato dei musicisti di talento sprecati nell’esecuzione di brani di scarso contenuto, che puntano tutto sulla riuscita esteriore dei brani e sulla tecnica esecutiva. Sarebbe interessante vederli alla prova con partiture di musica contemporanea di autori di ben diverso spessore.

Che fine avranno fatto le anziane signore? Con una bella dimostrazione di carattere, resistenza e durezza esemplari hanno lasciato il teatro solo alla fine, discutendo animatamente di quanto avevano ascoltato. E’ vero che il pubblico a volte è molto più aperto e disponibile alle novità di quanto si possa immaginare.

Silvano Santandrea

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