Omaggio a Luis de Pablo

Strumentisti del Teatro Comunale di Bologna
Roberto Polastri, dir.

Bologna, Chiesa di S. Giorgio in Poggiale

È probabile che Bologna risulti una delle città italiane con il minor numero di concerti dedicati alla musica contemoporanea. Tale tradizionalismo è spiegabile più con la miopia delle istituzioni musicali cittadine, che per via di un conservatorismo dei gusti del pubblico bolognese: come spiegare infatti che tale città, così aperta al cinema, al teatro di ricerca, all'arte contemporanea, possa essere poi così pregiudizialmente ostile alla musica del Novecento? Fino a dieci anni fa le cose andavano meglio, ma l'ultimo decennio del secolo ha evidentemente rinserrato le fila degli inveterati custodi dell'antico, nell'elitario circolo della musica classica bolognese.

Come l'anno scorso, a questa sprezzatura di tutto ciò che sia nuovo, a meno che non suoni come vecchio, ha posto in parte rimedio il più versatile e aperto programma del Bologna Festival; qualche lodevole incursione nel barocco, qualche severo e intelligente concerto bachiano, certo molto classicismo, ma anche Sophia Gubaidolina (uno dei suoi capolavori, Le ultime sette parole è stato eseguito il 17 maggio dall'Orchestra d'Archi Italiana, diretta da Mario Brunello), György Kurtág (il Quartetto d'archi di Torino ha proposto il 10 maggio i fondamentali 12 Microludi op. 13); ed infine Luis de Pablo, a cui è stata dedicata un'intera giornata, con una conferenza e un concerto.

Luis de Pablo è nato nel 1930 ed è senza dubbio uno dei compositori spagnoli più importanti del dopoguerra. Il suo linguaggio musicale è ricco timbricamente e decisamente suadente, improntato a una quasi costante, anche se talvolta non esplicita, cantabilità. Caratteristica precipua di de Pablo è anche uno sguardo traduttivo tra letteratura e musica, che più spesso sfocia in opere vocali, ma talvolta il testo verbale viene assunto per la sua struttura drammaturgica che va a informare la sintassi passionale alla base di una composizione puramente strumentale. È quanto fa osservare José Luis Garcia del Busto nella note di presentazione del CD (Harmonia Mundi 1996) che accoglie forse l'opera più importante di Luis de Pablo, Tarde de Poetas, composta di quattordici sezioni vocali e strumentali (eseguibili anche indipendentemente). Dimostrazione palese di questa assunzione di una base letteraria anche per la composizione di brani solamente strumentali è il vasto lavoro ascoltato nel concerto bolognese: si tratta di Libro de imágines, composto tra la fine del 1990 e l'inizio del 1991, ove il titolo indica che la vocazione traduttiva di de Pablo si spinge verso l'immagine, in questo caso il teatro classico spagnolo. Ogni singola sezione di Libro de imágines ha una fonte ispiratrice diversa; si va da Calderon de la Barca, a Lope de Vega, ed altri. Non siamo in grado di vagliare nel dettaglio il rapporto tra elementi della traccia letteraria e elementi della partitura di De Pablo, ma nello note che la accompagnano si può constatare come la traduzione del compositore spagnolo si accentri su scene o anche su momenti scenici precisi e limitati delle opere teatrali considerate. Il brano è per flauto, clarinetto, violino, viola, contrabbasso, arpa, chitarra, mandolino e percussioni e gode soprattutto di atmosfere lievi, distese, notturne, in cui si possono assaporare l'incrociarsi di delicate cadenze, la dialogia dei timbri, quasi ogni strumento rappresentasse un personaggio a sé stante. È una musica - quella di de Pablo - che non sente mai il bisogno di farsi esuberante o di dimostrare qualche audacia; il fluire musicale ha un respiro e uno sviluppo placido, ma mai stantio. Forse un italiano ritrova in de Pablo certi sapori del quasi coetaneo Francesco Pennisi, ma in più vi è una intensificazione del continuo trascolorare, una calma ma indomita fibrillazione. Inutile dire che l'ascolto di quest'opera di de Pablo è molto ammaliante, sensuale e pacata nel contempo e che il pubblico bolognese, purtroppo non foltissimo, ha dimostrato di apprezzare. Convincenti, anche se meno complessi e rappresentativi, gli altri brani presentati (Dibujos, Cancion, El manantial, Nonetto), dove è emersa anche la calda vocalità del compositore spagnolo, il gusto per i registri intermedi, la volontà di fare continuamente dialogare voce e uno strumento che di volta in volta emerge quasi come solista.

Non solo diligente, ma anche convinta l'esecuzione degli Strumentisti del Teatro Comunale di Bologna, e nitida e capace di enfatizzare gli aspetti più caratteristici della musica di Pablo la direzione di Roberto Polastri, che ha dimostrato di essere del tutto a suo agio nella musica del Novecento. Una buona impressione ha suscitato anche il soprano Pilar Jurado, anche se i pezzi di de Pablo non l'hanno impegnata più di tanto.

Un compositore come de Pablo, molto lontano dalla radicalità dell'avanguardia, almeno nella sua ultima produzione, non credo possa faticare a trovare un pubblico presso le nostre sale concertistiche o nei nostri teatri. Ma nella situazione attuale, dove anche i capolavori dei compositori più geniali del secondo Novecento, faticano non poco a trovare cittadinanza nelle Stagioni concertistiche, difficile sperare che una ventata di intelligenza possa promuovere anche una produzione media, pur di qualità, come quella di de Pablo, che certo non turberebbe gli animi dello stuolo "sacro" degli abbonati.

Pierluigi Basso Fossali

Associazione culturale Orfeo nella rete
http://www.orfeonellarete.it/
info@orfeonellarete.it
Designed by www.soluzioniweb-bologna.it