WAGNER
Lohengrin

Heinrich der Vogler, G. Bezzubenkov
Lohengrin, V. Lutzjuk
Elsa, T. Borodina
Fiedrich, V. Cernomorzev
Ortrud, M. Kasrašvili
Orchestra e Coro Kirov
V. Gergiev, dir.
V. Gergiev e K. Pluznikov, regia

Ravenna, Teatro Alighieri

Anche quest’anno il Teatro Alighieri di Ravenna, nell’ambito del Ravenna Festival, ha contenuto a fatica il flusso incredibile di suono che ci è arrivato da San Pietroburgo con l’orchestra ed il coro Kirov. Già molto prima dell’orario di inizio dello spettacolo la piazza e le strade circostanti risuonavano degli strumenti che fino all’ultimo provavano e mettevano a punto i passaggi più difficili dell’opera. È noto che il Teatro Mariinskij ha cicli di tournée intensissimi, nelle quali sfodera una varietà di repertorio impressionante, con ritmi di lavoro e prove incalzanti. Del resto l’unico modo che ha il teatro per sopravvivere, dopo la caduta del regime sovietico e la drastica riduzione dei finanziamenti che ne permettevano il mantenimento, è produrre quanti più spettacoli e incisioni discografiche possibili, spesso ad alto livello. Questo Lohengrin rappresenta senz’altro un’aggiunta interessante ad un repertorio già molto ricco.

Le prime battute del preludio del primo atto indicavano immediatamente come la lettura musicale si sarebbe sviluppata con chiarezza esemplare. Gergiev possiede questa grande capacità di tenere saldamente unite, ma nel contempo ben distinte, tutte le linee orchestrali che acquisiscono ciascuna una assoluta "necessità". Nulla veniva abbandonato, o disperso, o trascurato. Si arrivava alla fine del preludio meravigliati dalla forza analitica di questa lettura orchestrale, ben sapendo che era comunque secondaria rispetto alla sintesi drammatica che si imponeva con forza fin dalle prime battute. Nello scorrere dell’opera Gergiev metteva in luce la sua grande forza di narratore, la sua capacità di caratterizzare ogni scena al punto da non far rimpiangere la mancanza di sovratitoli, tanta era la sua capacità di renderci partecipi della storia che ci stava raccontando. Anche i duetti del secondo atto Ortruda/Telramund e Ortruda/Elsa, che, se dal punto di vista musicale rappresentano il nucleo creativo dal quale discenderà l’idea di Musikdrama, drammaturgicamente costituiscono un rallentamento dell’azione, si dipanavano con tale forza e convinzione da impedire ogni distrazione. Nei grandi momenti orchestrali poi si raggiungevano punti di assoluta, fanciullesca felicità come nel corteo della dame che accompagnano l’ingresso di Elsa nel secondo atto, le grandi esplosioni epiche del primo atto, e l’ingresso di Re Enrico nel terzo. Gergiev poteva contare su un’orchestra dalla facilità di suono impressionante, che, duttile e tecnicamente preparatissima, lo seguiva sempre ed ovunque.

La sua visione dell’opera, ancora meglio chiarita nella circostanza dato che Gergiev firmava la regia insieme a Konstantin Pluznikov, era scevra da ogni superfetazione esoterica, psicanalitica, e da ogni ulteriore macerazione interpretativa. La storia è fantastica e così deve essere, i buoni sono meravigliosamente buoni e i cattivi lo sono senza remissione, del resto era la tensione drammatica evidenziata al massimo dalla lettura musicale a dare l’impronta a questo spettacolo.

Scene e costumi si inserivano senza scossoni in questa scelta di privilegiare il lato fiabesco della storia. Un po’ Blade Runner e un po’ figurine Liebig, la scena sembrava una discarica di materiali ferrosi affastellati a formare pilastri e guglie intricate e contorte; un fondale dipinto rappresentava un vortice, con al centro la luna. L’epoca appariva indefinita, sospesa tra passato e futuro, nello stile dei fumetti fantascientifici di Bilal. I costumi, pur se generalmente piuttosto brutti, a metà tra Star Wars e Star Trek, luccicanti per la quantità di brillantini che gratificavano sia i buoni che i cattivi, funzionavano comunque benissimo. Non abbiamo avuto il cigno, sostituito da un fascio di raggi laser dai quali usciva Lohengrin bello e bianco come un’apparizione, esattamente come deve essere. L’anima scacchistica russa traspariva dai movimenti di scena che vedevano i protagonisti, i pezzi più importanti, spostati con parsimonia e a volte neppure toccati come Ortrud immobile per tutto il primo atto, e il coro che si limitava ad entrare, uscire e diporsi lungo la scalinata.

Nella seconda rappresentazione, alla quale abbiamo assistito, figurava il secondo cast. Tatjana Borodina, Elsa poco più che adolescente, convincente sia dal punto di vista scenico che vocale, ha delineato un personaggio predestinato alla rovina dalla giovinezza e dall’onestà. Viktor Lutzjuk era un Lohengrin in cui i toni dolci e malinconici prevalevano su quelli eroici. Molto interessante anche l’Ortruda di Makvala Kasrašvili, perfida e ingannatrice quanto basta, mentre più deboli apparivano il Telramund di Viktor Cernomorzev ed il Re Enrico di Gennadij Bezzubenkov.Il pubblico, come sempre attentissimo, ha avuto un supplemento di spettacolo nei due intervalli. Il teatro Alighieri, anomalo rispetto agli altri teatri storici italiani, è longitudinale alla piazza Garibaldi sulla quale affaccia con l’ingresso degli artisti. Era molto bello vedere nei due intervalli orchestrali, macchinisti a torso nudo per il gran caldo, coristi ancora in costume mescolati ai gloriosi Vigili del Fuoco di Ravenna affollare la piazza allegramente alla ricerca di gelati e cappuccini. Qui si poteva constatare quanto giovani sono gli orchestrali, la gran parte dei quali dimostra di avere meno di trent’anni

Il pubblico non ha risparmiato applusi e chiamate, tributando un trionfo a Valerij Gergiev.

Daniela Goldoni

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