MOZART
Die Zauberflöte

Orchestra dell'Accademia Europea di Musica
D. Stern, dir.
S. Braunschweig, regia

Sarastro: N. Testé
Tamino: C. Genz
Königin der Nacht: I. Ionesco
Pamina: H. Le Corre
Papagena: C. Rigaud
Papageno: S. Degout
Monostatos: J. Canales

Aix-en-Provence, Teatro du Grand Saint Jean

Nuova produzione del Festival Internazionale d'Arte Lirica di Aix-en-Provence, questo Flauto Magico diretto da David Stern ed eseguito dall'orchestra e dai cantanti dell'Accademia Europea di Musica costituiva un evento musicale particolarmente atteso anche per la novità del luogo scelto per le rappresentazioni: il teatro all'aperto del Grand Saint Jean.Possiamo affermare tranquillamente che tale scelta si è rivelata estremamente felice.

Il Teatro fa parte di un'ampia proprietà sviluppatasi attorno ad una Cappella dell'XI secolo. Oggi la proprietà comprendo un castello, un giardino all'italiana e un parco arricchito da corsi d'acqua e alberi secolari. Il pubblico raggiunge il teatro a piedi, percorrendo un lungo viale alberato che separa un campo di frumento da un campo di lavanda. Questa inconsueta passeggiata forzata ha il merito di calare lo spettatore, prima ancora che risuonino le prime note dell'ouverture, in un'atmosfera luminosa e di grande serenità, preludio perfetto all'atmosfera fiabesca cui si ispira quest'opera mozartiana. Sul piano puramente architettonico il teatro si presenta come un luogo aperto, senza una cornice scenica, il che permette un'ottima visibilità, ovunque sia seduto lo spettatore.

La scenografia è molto semplice almeno fino al terzo quadro del primo atto. Un fondale di legno dipinto di nero, sul quale, grazie ad un accorto gioco di luci realizzato da Marion Hewlett, si ripetono come ombre gigantesche le silhouettes dei cantanti in scena, e un pavimento,costituito da una piattaforma in legno blù, leggermente declinante verso gli spettatori. Al centro della piattaforma si aprono due grandi botole rettangolari, dotate di sistemi di elevazione, che permettono il via vai dei cantanti che di volta in volta si succedono sul palcoscenico. Una scelta estremamente pulita che verrà utilizzata dalla regia per aggiungere qualche effetto comico.

Elemento unico e ripetitivo della scenografia, un letto in ferro battuto dalle candide lenzuola che sale e scende da una delle due botole per tutta la durata dell'opera e sul quale i protagonisti dormono, si amano e si scambiano duetti e schermaglie amorose. La scenografia, a partire dall'arrivo di Tamino ai templi della Saggezza, della Ragione e della Natura, si arricchisce fino alla fine dell'opera di sei colonne semoventi di video (per un totale di quarantadue schermi televisivi) che costituiscono, di volta in volta, il fondale o, sapientemente disaggregati, gli elementi che, sulla scena, permettono ai personaggi di sparire e riapparire, nella realtà, oppure, virtualmente, sul video. Estremamente divertente, ad esempio, come l'uso dei video risolve l'incontro tra Papageno e Papagena, la brava Christine Rigoud, che appare per la prima volta sul palcoscenico nelle sembianze di un'orribile vecchia. Una volta offerto a Papageno il bicchiere di vino che questi richiede con insistenza, la vecchia scompare dietro una delle colonne di video, ma immediatamente la rivediamo, in video, (e ingradita dai quarantadue schermi che ne formano uno solo), fuggire di spalle su per una collina, i lunghi capelli neri al vento e una bucolica e leggiadra eleganza.I costumi, ideati da Thibault Vancraenenbroeck, sono anch'essi semplici e nello stesso tempo suggestivi, nonostante alcuni errori, a nostro avviso, rossolani.

Ottime le tuniche blù per le tre Dame e per la Regina della Notte, scelta felice per la camicia da notte candida che Pamina indossa fino alla finedell'opera e che sottolinea l'ingenuità e la freschezza del personaggio, bene anche per i preti, in semplici pantaloni di telao per il coro, tutto in nero, con una grossa corda attorno alla cintura. Il costume scelto per Sarastro è un coacervo di simboli framassonici. Sembra che Stéphane Braunschweig abbia voluto concentrare su di lui tutte le interpretazioni esoteriche dell'opera, per poter improntare tutto il resto alla giocosità e alla delicatezza scevra di misteri o simbolismi

reconditi. Papageno, interpretato magistralmente dal baritono, Stéphane Degout, si presenta in scena in una tunica bianca a metà polpaccio, che fuoriesce da una marsina nera a coda di rondine. In mano il flautino diPan, una retina da cacciatore di farfalle. Il resto è tutto collane, collanine e borse di tolfa a tracolla. Così conciato, di primo acchito, Papageno ricorda più un hippie riciclato anni ‘90, che un uccellatore, ma questa scelta la si può forse attribuire alla definizione di "naturemensch", "uomo-natura" di Papageno. Non sono forse gli hippies, figli dei fiori e della natura?

Ridicolo e mortificante, invece, il costume adottato da Tamino: un pigiama a righe bianche e marroni dall'inizio alla fine dell'opera che assimila la figura di Tamino più a quella di un pensionato nullafacente che si aggira per casa, che a quella di un uomo innamorato, (principe e uomo) che eroicamente si sottopone a prove terribili per salvare la sua bella.

Difficile essere eroi in igiama. Tutti i personaggi sono a piedi nudi, salvo Sarastro, che, nel secondo atto entra inspiegabilmente in scena in mocassini neri scricchiolanti, inducendo nello spettatore più il sospetto che si sia trattata di una stupida dimenticanza che di una scelta ponderata. Tutta l'opera respira dall'inizio alla fine a delicatezza, la freschezza, la giovinezza, non solo a causa dell'età anagrafica degli interpreti, ma anche per il modulo recitativo imposto da Stéphane Braunschweig. Il duetto "Bei mannern" che canta la potenza dell'amore, è interpretato magistralmente da Pamina e Papageno che si muovono sul lettone come due adolescenti, complici giocosi, e inebriati, che si scambiano segreti.

Le tre Dame, ottimamente interpretate da Camilla, Johansen, Elodie Méchain, e Louise Innes, riescono ad essere sensuali e nello stesso tempo gaie e dotate di un forte senso dello humor.

Papageno, grande presenza scenica e profondo senso teatrale, riesce a suscitare nel pubblico risa scroscianti e applausi a scena aperta (Der Vogelfänger, Bei Männern, Papagena, Papagena). Ottime pure le interpretazioni di Pamina, Hélène Le Corre, capace di sostenere connaturalezza i registri acuti più estremi, nonché quella di Papagena, che nei panni della vecchia sembra appena uscita da uno spettacolo del teatro espressionista tedesco o da un concerto di Nina Hagen. Il resto degli interpreti, non ci sembra, ahimé, all'altezza dei personaggi interpretati. Tamino, forse a causa dell'infelice completo a righe che deve portarsi addosso per tutta l'opera, manca totalmente di perentorietà vocale, e risulta, talvolta, al limite dell'udibilità. Nel duo Wi Wandelten, a fatica si riusciva a distinguerne la voce, completamente coperta da quella ben più chiara e corposa di Pamina. Meno riuscite ancora le interpretazioni della Regina della Notte (Irina Ionesco) e quella di Sarastro (Nicolas Testé). La prima produce un O zitt're nicht, mein lieber Sohn sforzato alla spasimo, per non parlare di Der Hölle Rache, i cui vocalizzi risultano strazianti. Quanto al secondo, la voce risultava particolarmente carente soprattutto nel registro grave.

David Stern ha diretto un'orchestra impeccabile, dotata di forza e di brio. Un'esecuzione ineccepibile che evidenziava particolarmente la sezione degli archi.

Cinque minuti di applausi, particolarmente vivaci a salutare Papageno, Pamina e Papagena. Qualche fischio per la Regina della Notte. Globalmente, nonostante qualche caduta di stile, siamo usciti incantati da questa rappresentazione.

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