ROSSINI
Il viaggio a Reims

Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna
D. Gatti, dir.
L. Ronconi, regia

E. Norberg-Schulz, E. Mei, V. Esposito, soprani
E. Shkosa, mezzosoprano
A. Siragusa, J.D. Florez, tenori
M. Pertusi, N. Ulivieri, B. Praticò, bassi
R. Frontali, R. De Candia, baritoni

Pesaro, Teatro Rossini

Per Il viaggio a Reims più che per qualsiasi altra opera musicale vale la nozione di "storia degli effetti" [Wirkungsgeschichte] sviluppata dal filosofo Hans Georg Gadamer. La nota vicenda del ritrovamento della partitura e della redazione della sua edizione critica curata da Janet Johnson ha imposto quest’opera all’attenzione del pubblico e della critica più di 150 anni dopo la sua prima esecuzione avvenuta a Parigi nel 1826. Il viaggio a Reims è entrato ormai a far parte del nostro patrimonio culturale, anche se non la si può certo considerare un’opera di repertorio per il gran numero di ruoli importanti richiesti che rende assai difficoltoso il reperimento di un cast omogeneo e all’altezza della situazione. Il "Rossini Opera Festival" ne aveva affidato a Claudio Abbado, a Luca Ronconi e ad una compagnia di canto eccezionale la prima esecuzione in tempi moderni che andò in scena il 18 Agosto 1984 all’Auditorium Pedrotti, poi ripresa nel 1992 al Teatro Rossini con lo stesso direttore e quasi tutti gli stessi interpreti. Quella produzione, divenuta ormai storica, rappresentò il simbolo della rinascita dell’interpretazione rossiniana: in essa si erano concentrati e concretizzati gli sforzi produttivi del festival pesarese, l’attività di ricerca della Fondazione Rossini, i nuovi principi esecutivi sulla vocalità rossiniana (la cosiddetta "Rossini renaissence") e l’esperienza che Abbado aveva acquisito negli anni precedenti sull’interpretazione del teatro comico del compositore pesarese.

Su queste basi si sono fondati il successo e la notorietà di quello spettacolo che il "Rossini Opera Festival" ha voluto quest’anno ripresentare affidandone a Daniele Gatti la direzione musicale e scegliendo il "Palafestival" come luogo per la rappresentazione. Questo ulteriore spostamento logistico è il sintomo della considerazione che questo spettacolo si è costruito negli anni presso pubblico e critica: se il piccolo Auditorium Pedrotti è destinato alla messinscena delle opere rossiniane ancora di stampo settecentesco, il Teatro Rossini rappresenta invece il luogo riservato alla tradizione, mentre da alcuni anni il Palafestival accoglie le grandi produzioni. Attraverso questi mutamenti di spazio teatrale si può notare come la considerazione del Viaggio a Reims si sia progressivamente modificata da semplice operazione di recupero ad opera di grande richiamo. Inoltre lo spostamento da piccoli ad ampi spazi, com’era già avvenuto per il Teatro alla Scala e per la Staatsoper di Vienna, ha dimostrato la grande adattabilità e duttilità scenica della regia di Ronconi: se la ripresa di quest’anno è risultata nel complesso deludente, la responsabilità non può certo essere attribuita alla parte visiva che, al contrario, ha dimostrato di non patire troppo il peso degli anni..

Proprio il rapporto tra la variabile musicale e la costante visiva rappresentava il motivo di maggior interesse di questa edizione: si è trattato di un’operazione interessante dal punto di vista euristico, ma molto discutibile su quello della realizzazione. Mantenendo invariata la regia e i costumi, salvo qualche piccolo aggiustamento, quale peso avrebbero avuto un nuovo direttore ed un cast vocale completamente rinnovato? L’orchestra del Teatro Comunale di Bologna ha fornito una prestazione tecnicamente dignitosa, ma il suo colore era monocorde: se Daniele Gatti ha dimostrato di essere preparato dal punto di vista musicale, ha però evidenziato molte carenze nella restituzione del tessuto drammatico dell’opera. L’assenza di dinamica e di un colore orchestrale adeguato non consentivano allo spettatore di comprendere la struttura di una composizione che, ultima opera italiana di Rossini, presenta una vistosa dilatazione delle forme musicali. Per la mancanza di una trama definita, Il viaggio a Reims deve trovare altrove, e crediamo proprio nelle strutture melodrammatiche, l’elemento che fornisca unitarietà e scorrevolezza all’azione. Se la regia di Ronconi riprende l’aspetto straniante dell’opera, unendo sapientemente antico e moderno e collocando la vicenda fuori da una datazione ben definita, la direzione musicale di Gatti risultava convenzionale e non in grado di sottolineare adeguatamente i momenti più significativi dell’azione drammatica, proprio perché incapace di esplicitare il disegno formale attraverso la necessaria varietà dinamica ed agogica. Come esempio di questa mancata coerenza interna tra realizzazione visiva e direzione musicale potremmo citare il sestetto della prima parte (che corrisponde al numero 3 della partitura), una struttura assai ampia e complessa, il cui tempo di mezzo è costituito dalla cavatina di Corinna, che Ronconi rende efficace e visivamente leggibile attraverso una scheletrica simmetria. La mancanza di netta distinzione ritmica, dinamica e di fraseggio in questo concertato non hanno invece consentito di cogliere nell’orchestra la stessa continuità e unità narrative che si potevano percepire sulla scena facendo risultare l’insieme privo di tensione.

Questa uniformità (vorremmo dire noia) nel suono orchestrale ha penalizzato anche la prestazione di molti cantanti le cui voci non riuscivano a superare il suono che usciva dal golfo mistico. Dal punto di vista vocale gli interpreti sono risultati complessivamente mediocri, tuttavia è stato proprio a causa della loro prestazione scenica che si sono evidenziate le carenze più vistose di questa ripresa. Come si è detto la regia di Ronconi accentuava gli aspetti stranianti ed ironici dell’azione, per cui situazioni e personaggi erano come inseriti nel sottile gioco della commedia di carattere che, ad esempio, collegava i diversi costumi al colore dalla bandiera delle rispettive nazioni di appartenenza. Inoltre, il fatto stesso che Il viaggio a Reims non sia costruito su una storia tradizionale, ma da un insieme di situazioni drammatico-musicali tra loro giustapposte, determina la necessità di trovare nell’interpretazione (e solo in quella) un legame che sappia unire indissolubilmente gli interpreti ai vari ruoli. Questa regia a metà fra la commedia dell’arte e il teatro moderno ha saputo creare un contesto in cui i cantanti possono agire liberamente e costruire le loro gags. Era l’interprete che giocava ad interpretare Don Profondo o il Barone Trombonok al punto che, nelle passate edizioni, si era innescato uno straordinario meccanismo di invenzioni continue dei caratteri che in questa ripresa sembrava essersi bloccato. I cantanti sembravano imprigionati nei panni loro affidati e soprattutto schiacciati nel confronto con le interpretazioni che li avevano preceduti: anziché rinnovare completamente i personaggi e le situazioni comiche non hanno fatto altro che replicare, anche goffamente, i loro predecessori.

Ci sembra che questa ripresa abbia dimostrato che il "Rossini Opera Festival" abbia perso quello spirito di ricerca e di innovazione che lo caratterizzava ai suoi esordi: se il corpus delle opere rossiniane è stato già eseguito interamente occorrerebbe ora spostare altrove lo sguardo. È impensabile sperare di vivere sugli allori del recente passato: la rinascita rossiniana ha creato una nuova corrente interpretativa per la musica del maestro pesarese ma sappiamo anche che la storia dell’interpretazione ha un suo cammino ed è in continuo rinnovamento. Proprio lavorando sulla prassi esecutiva andrebbe costruita una nuova fase produttiva. Un’opera come Il viaggio a Reims così legata alla direzione di Abbado, alla regia di Ronconi e a nomi come Ruggero Raimondi, Enzo Dara, Lucia Valentini Terrani, Cecilia Gasdia, Samuel Ramey, ecc…, avrebbe bisogno di un completo rinnovamento e non di una semplice ripresa. Solo in tal modo essa può pensare di slegarsi dal ricordo di un evento irripetibile e prendere una propria autonomia in cui le edizioni passate costituiscano si, una tradizione importante, ma non un fantasma.

Stefania Navacchia

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