Giovedì 9 settembre 1999
MAHLER: Sinfonia n.7

Domenica 12 settembre 1999
ELGAR: In the South (Alassio)
MAHLER: Sinfonia n.5

Orchestra Filarmonica Ceca
Philharmonia Orchestra
Vladimir Ashkenazy, direttore

Rimini, Auditorium della fiera

Giunti al traguardo della fine di questo secolo, la musica di Gustav Mahler sembra conoscere una rinnovata fortuna. Dopo il fiorire di una corposa letteratura critica tra gli anni sessanta e settanta, anche le istituzioni concertistiche si mostrano ora sempre più aperte ad un mondo sinfonico la cui modernità appare sorprendente. Non è un caso che i prestigiosi Berliner Festwochen abbiano dedicato l’edizione di quest’anno all’intero corpus dell’opera mahleriana e che nei programmi dei festival più prestigiosi, come Salisburgo o Lucerna, sempre più di frequente compaia il nome del compositore boemo. Non ha fatto eccezione nel dare voce a questa prepotente Mahler-reinassence la "Sagra Musicale Malatestiana", l’ormai tradizionale rassegna concertistica riminese di fine estate, che presentava quest’anno ben tre sinfonie di Mahler (prima, quinta e settima), unitamente ad un programma di grande impegno organizzativo.

In effetti la stessa matrice stilistica del sinfonismo mahleriano, tendente a rappresentare un universo dai significati molteplici organizzati attraverso una personalissima disposizione del materiale musicale, appare quanto mai attuale ed in grado di rappresentare, dopo quasi cento anni, con perentoria esattezza tutte le istanze della modernità più autentica, intesa come rifiuto dell’omologazione, della convenzione e del disimpegno. Al contrario essa si mostra favorevole a svelare le fratture, a prediligere le diversità e ad evidenziare le disomogeneità del nostro orizzonte di conoscenze in virtù di un linguaggio che, se ancora legato all’armonia tradizionale, procede attraverso diversissime, accidentate e, a volte, elusive associazioni logiche aprendo, prima ancora di Schönberg, la strada verso la nuova musica. Di qui la sua grande attualità, la sua capacità di raccontarci la frantumazione della coscienza moderna e di rappresentare la sua stessa impossibilità a comprendere il mondo in maniera unitaria, proponendoci la consolazione di una pluralistica visione della realtà filtrata attraverso un disperato impegno costruttivo e comunicativo. Qui risiede l’elemento di maggiore distacco dalla tradizione da parte di Mahler: se anche la grammatica del materiale musicale utilizzato ancora vi appartiene, esso prende forma in contesti sintattici nuovissimi e quanto mai distanti dai principi linguistici dell’opera simmetrico-estensiva di stampo classico e romantico.

Tuttavia proprio l’attualità di Mahler e la sua sacrosanta fortuna possono dare luogo a taluni fraintendimenti. Può infatti succedere che nel programma di presentazione di questa cinquantesima edizione della "Sagra Musicale Malatestiana", il redattore Fabrizio Festa si affretti a spiegare come l’opera del compositore boemo debba essere assimilata all’interno di una poetica musicale sorprendentemente vicina a quella di Richard Strauss (?!). Secondo Festa, Mahler e Strauss, pur nella diversità dei loro atteggiamenti, sarebbero i veri continuatori della tradizione tardoromantica all’interno del novecento e la centralità della loro posizione nella storia della musica del nostro secolo risiederebbe nella presunta estraneità, per non dire nella resistenza, al linguaggio di crisi denunciato dalle avanguardie storiche del primo novecento. Fraintendimenti, dovuti forse alla volontà di prendere le distanze da alcune posizioni critiche ritenute inattuali o dogmatiche le quali, tuttavia, si sono rivelate assai più esatte rispetto a queste letture conservatrici e decadentistiche da cui Festa sembra attingere le sue valutazioni.

Ma può capitare anche di peggio. Può infatti succedere che musicisti importanti come Vladimir Ashkenazy, la cui sensibilità di interprete è incommensurabilmente lontana dalla poetica mahleriana, si accostino a questo mondo musicale senza essere consapevoli fino in fondo della drammaticità e della forza concettuale di questa musica il cui carattere frantumato e la cui immensa portata storica erano state assai ben evidenziate già da Theodor Wisengrund Adorno nel breve ma fondamentale saggio del 1960 (nel quale, tra l’altro, si mostrava tutt’altro che disposto ad accantonare Mahler come musicista periferico, cosa che invece sembra voler sostenere Festa). Il pianista e direttore ucraino, la cui presenza ha marcato in modo significativo questa edizione della Sagra Musicale Maltestiana con ben quattro concerti, ha affrontato la Settima Sinfonia alla testa dell’Orchestra Filarmonica Ceca e tre giorni dopo la Quinta Sinfonia dirigendo la londinese Philharmonia Orchestra. Il rispetto e l’ammirazione per uno dei massimi pianisti del dopoguerra non può impedire l’oggettiva constatazione di aver ascoltato due esecuzioni tutt’altro che memorabili, per non dire deludenti. Ashkenazy ha infatti condotto una lettura delle due sinfonie assolutamente priva di originalità e soprattutto impostata sulla totale mancanza di contrasti, cosa che, in Mahler, è assolutamente inimmaginabile. La legittima preoccupazione innanzi ad opere di questo genere di ricercare una visione unitaria che giustifichi la compresenza di motivi e di gesti contrastanti era risolta da Ashkenazy non con il tentativo di creare un contesto narrativo unitario che potesse dare significato a tali fratture, ma in un totale appiattimento dei parametri esecutivi con il risultato di appesantire l’interpretazione in virtù di un suono monocorde nel colore e sterile nei contrasti dinamici. Un suono così livido e privo di chiaroscuri sembrava adattarsi più ai realistici affreschi sinfonici di Shostakovic che alle caleidoscopiche narrazioni mahleriane penalizzate soprattutto dalla mancanza di un idea interpretativa che andasse oltre l’esibizione di effetti sporadici, laddove tali effetti si adattavano solo casualmente alla cifra stilistica che si era prescelta. Proprio grazie a questo atteggiamento interpretativo Ashkenazy - certo involontariamente - ci ha mostrato quanto lontano proprio da Strauss sia il mondo musicale di Mahler, così poco incline alla suggestione fine a se stessa, ma ha anche evidenziato quanto lui stesso ne sia estraneo. Così come l’Ashkenazy pianista, più a suo agio con Beethoven o Chopin, è distante dall’elusiva e statica poetica musicale di Franz Schubert, l’Ashkenazy direttore, è parso agitarsi invano senza ritrovare alcun principio coerente in grado di rendere leggibili le due sinfonie presentate a Rimini. Persino i singoli movimenti apparivano avulsi dal contesto delle rispettive composizioni (cosa di cui ha sofferto particolarmente l’esecuzione - noiosissima - delle due Nachtmusik della Settima), e slegati dal discorso complessivo risuonavano pure taluni significativi Hohepunkte, come la grandiosa ripresa del corale nell’ultimo movimento della Quinta che sembrava transitare come per caso, senza alcun accenno di preparazione, tanto da apparire totalmente estranea al contesto in cui era collocata. L’uniformità dell’interpretazione di Ashkenazy non evitava neppure alcuni grossolani squilibri tra le diverse sezioni strumentali, più evidenti nell’esecuzione della Settima affidata all’Orchestra Filarmonica Ceca, compagnie che ha mostrato sensibili lacune soprattutto nei legni e negli ottoni gravi. Se dal punto di vista tecnico le cose sono andate meglio nella Quinta Sinfonia lo si deve solo alla migliore preparazione della Philharmonia che è sembrata orchestra assai più equilibrata e precisa. Tuttavia l’esecuzione della Quinta è stata inspiegabilmente preceduta dal poema sinfonico di Edward Elgar, In the South (Alassio), brano che si nutre di un wagnerismo di seconda mano che non sappiamo se definire più brutto o insignificante e che, in ogni caso, non depone a favore del gusto di chi ha deciso di inserirlo nel programma, per di più accostandolo ad un opera dai significati profondi e dal fortissimo carattere narrativo come la Quinta Sinfonia di Mahler.

Per concludere si può affermare di aver assistito ad una grande occasione perduta. L’avere a disposizione un musicista comunque di grande personalità come Ashkenazy poteva essere motivo per un approfondimento davvero importante sul repertorio a lui più congeniale (pensiamo agli autori russi, ai romantici tedeschi o allo stesso Richard Strauss, che ha più volte eseguito con buoni risultati) piuttosto che lasciarlo avventurare in lidi a lui non troppo accessibili per mancanza di un’autentica individuazione poetica del complesso mondo musicale di Gustav Mahler.

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