CHOPIN: 24 Preludi op.28
DEBUSSY: Secondo libro degli studi
RAVEL: Gaspard de la Nuit

Maurizio Pollini, pianoforte

Reggio Emilia, Teatro Valli

Capita a volte che durante un evento sembra che attorno a noi tutto si spenga e si allontani, che le ombre si ispessiscano e che la presenza delle cose paradossalmente si riduca a un unico centro radiante di energia, il tempo di dilata e ci si ritrova sospesi ad auscultare gli interstizi, la tonalità vissuta del silenzio, quell'inversione di respiro che è la decisione, la messa in atto, quel gettarsi avanti, sofferto pro-getto di ogni istante di creatività, di sospensione della regola e della semplice disposizione. Capita di sentire Pollini e percepire la grandezza di questi interstizi, dove ogni nota ha il tempo di essere desiderata, perché il tragitto che la conduce a realizzazione è intriso dello sforzo, dell'intensità, dello spessore affettivo che è lo sfondo della sua stessa possibilità, della sua pregnanza espressiva; ma del resto si tratta dello sfondo più generale della forse folle ma certo umanissima costruzione del senso attraverso il gesto, nel mezzo di tutto questo silenzio di mondo. Pollini non è esecutore, ma terreno di abitabilità di una partitura, suo regime interiore; la tecnica è totalmente dimenticata, ossia rifluita nella parte inconscia, capacità d'essere più che di fare, grazia come direbbe Bateson. Lo stile di Pollini non è che questa risoluzione personalissima e sempre in progress nell'equilibrio tra conscio (razionalizzazione, analisi, svisceramento di una partitura, metodo) e inconscio (lasciare che tutto ti accada, che possa essere naturalmente effettuato). La precarietà di questo equilibrio, la consapevolezza del rischio di ogni esecuzione, del suo dover essere evento e non semplice esecuzione, è palpabile in ogni atteggiamento di Pollini, nel suo raggiungere il piano nervosamente, nel suo iniziare prima ancora che gli applausi d'accoglienza si siano diradati, come se la musica avesse un urgenza, un'impellenza a imporsi, a essere espressa, a prendere posto, a cercare di divenire unico centro radiante di energia.

Pollini ha iniziato con i 24 preludi op. 28 di Chopin, cercando di sprofondare nella musica, di lasciarsi essere questa musica, ma come se non riuscisse a scendere fino in fondo. La variopinta nei toni partitura chopiniana permetteva qualche delizia, qualche furore, ma era come se Pollini stesse bussando alla porta, anche se qualcosa di ciò che stava attorno lo disturbava, forse una presenza del pubblico assiepato insolitamente anche nel palco alle sue spalle, forse una platea con qualche altoborghese di troppo attento a parlottare della propria serata chic; più probabilmente il fatto che quella magia degli interstizi sofferti, della drammatizzazione di ogni evento sonoro non è affatto automatica; bisogna saperla aspettare, e di fatto non è tardata di molto.

Ma in fondo, anche di questo Chopin inaugurale qualcosa di importante restava negli orecchi; la percezione di un Pollini cambiato, certo ormai da tempo, ma sempre più sfaccettato rispetto alla analiticità disincantata e equilibratissima di tempi addietro.

È stata infatti una esecuzione di ampia e pervicace differenziazione dei toni, di intensificazione di dolcezze e di asprezze; il famoso finale del 24 preludio, per quanto atteso, ha superato in violenza e tenebrosità ogni ricordo dello Chopin conosciuto, verso reminiscenze di piena avanguardia postweberniana.

Il secondo tempo del concerto ha visto una crescita progressiva nell'intensità e nell'atmosfera; il Secondo libro degli studi di Debussy ha messo in mostra un Pollini più disteso e certamente più capace di interiorizzare la partitura; vi sono stati alcuni momenti di straordinaria espressività soprattutto nel terzo e sesto studio, quest'ultimo quasi un'introduzione alla funambolica interpretazione di Gaspard de la Nuit. Francamente non abbiamo mai ascoltato un'esecuzione nemmeno comparabile di questo brano di Ravel, anzi ha cancellato la memoria, i punti di orientamento che avevamo di questo. È stata un'esecuzione tanto intensa, tanto estrema e nel contempo tanto perfetta, capace di non sbandare neanche nelle impennate più dirompenti che, a giudicare dalla gente che mi stava attorno, credo non pochi abbiano avuto la tentazione di salire sulla sedia.

E di fatto è stato tale il boato del pubblico, terminata l'esecuzione che da lì in poi la serata si è trasformata in una sorta di festa musicale, una sorta di vendemmia della grazia possibile al pianoforte. Pollini e il pubblico hanno fatto gara di generosità, ma che poi il maestro abbia "rifilato" tre bis di un livello esecutivo straordinario, questo non era proprio nei conti di nessuno, al punto che a tutti credo sia venuta l'impressione che il concerto non fosse che un mero preludio prima di saggiare il vero climax: i bis. Ecco quindi una interpretazione sognante e cristallina de La cathédrale engloutie (decimo preludio, libro primo) di Debussy, dove il pianoforte viene piegato a rendere le più diversa sonorità degli elementi naturali e dei materiali; quindi passare per la Ballata in sol minore di Chopin, dove il lirismo giunge ad apici di impalpabile soavità e infine la Berceuse sempre di Chopin, dove al meglio emerge quella qualità personalissima di Pollini di iniziare l'incipit di una frase musicale alla stessa intensità dell'ultima nota della frase precedente, aspettando che la risonanza "scenda" fino al punto giusto, fino allo stadio in cui l'attacco successivo sarà dialogico.

Pollini è oggi forse il più grande pianista in circolazione, anche per la sua inesausta ricerca; di concerto in concerto è percepibile un progressivo raffinamento, talvolta anche delle coraggiose inversioni rotta. A Salisburgo, con il progetto che porta il suo nome, può mettere in campo tutta la sua personale visione della storia della musica e i suoi davvero larghissimi interessi. Visto che ormai siamo a fine secolo e ciò viene sfruttato per le bieche banalità, ci lasciamo andare a un auspicio scontato, ma non banale: che figure come Pollini o Abbado vengano messi in condizione di affrontare in maniera estesa, nei loro concerti italiani, il secondo Novecento. Sono necessari progetti stimolanti e che possano porsi all'altezza di queste personalità straordinarie della scena musicale. E poi non si può non pensare come sarebbe bello trovare Kurtág, Scelsi, l'ultimo Ligeti, la sonata di Barraqué, solo per fare qualche nome, in un concerto polliniano. Per non parlare di Boulez, Stockhausen, Nono che il maestro esegue sempre meno in Italia... Forse a Reggio Emilia, sede di Di Nuovo Musica, uno dei pochi segni di vitalità della scena musicale contemporanea, si poteva auspicare un programma più spregiudicato, ma in fondo la qualità del concerto è stata tale che non può permanere neanche l'ombra di una qualche insoddisfazione.

Pierluigi Basso Fossali

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