Edna
Herses (une lente introduction)
Musiche di Helmut Lachenmann

Julia Cima, Vincent Dupont, Myriam Lebreton,
Sylvain Prunenec, Boris Charmatz
violoncello: JÚr˘me Pernoo
suolo: Gilles Touyard
luci: Yves Godin
suono: Olivier Renouf
regia: Christophe Poux

Reggio Emilia, Teatro della Cavallerizza

Il Teatro Cavallerizza, che ospita gran parte dei concerti della serie "Di nuovo musica", consiste di uno spazio la cui qualitÓ semplice per struttura, ma ricercata per il tipo di atmosfera che prefigura, ben si addice a spettacoli legati alla contemporaneitÓ. L'ingresso, in penombra, pullulava di pubblico sicuramente non convenzionale che si divideva tra la bella biglietteria ricavata in un volume semicilindrico rivestito di listelli di legno non trattato e la vetrata all'ingresso, fiancheggiata da un alto ponteggio impacchettato che anzichŔ creare disagio si pone come una quinta in progress, involontariamente inserita in quell'estetica del cantiere che ormai dilaga in questa fine secolo, al punto che forse se ne sentirÓ la mancanza a lavori terminati. La sala che ospiterÓ lo spettacolo era anche in penombra. La platea era stata rimossa ed al suo posto appariva una pedana a forma di elle, nera su un pavimento di gomma nera, bordata da una striscia bianca che di tanto in tanto si illuminava. I posti del pubblico circondavano la pedana fino ad esserne molto vicini. Molte radio portatili erano disseminate sul pavimento. Su una sedia era appoggiato un violoncello.

L'azione iniziava al buio ed in silenzio. Due donne e due uomini, completamente nudi, entravano camminando fino a raggiungere la pedana. Qui, per molti minuti, si muovevano in silenzio assoluto, rotto solo dal loro "tecnico" prendere fiato quando i loro gesti si facevano pi¨ faticosi. Non era facile definire la scelta di questi movimenti che non erano naturali, erano solo goffamente mimici, non erano ginnici se non per qualche vago rimando alla disciplina yoga e diventavano in parte codificabili solo quando riproponevano alcuni movimenti della danza accademica, sempre parzialmente deformati da uno o pi¨ particolari grotteschi. Non sembravano avere neppure un particolare contenuto narrativo, o semplicemente descrittivo. Il pubblico, ammutolito dal disagio suscitato dal potere di chi sta a guardare essendo perfettamente inserito nella propria identitÓ, veniva esposto alla fruizione di quattro persone completamente indifese, nude ed in affanno a cercare di dare una consistenza al silenzio. La musica di Helmut Lachenmann si inseriva dopo una manciata di minuti quando giÓ da un po’ se ne sentiva la mancanza. Subito la disorganicitÓ dei movimenti si fondeva con i brandelli di suono provenienti dagli altoparlanti creando un'improvvisa consonanza. Era la musica che dava senso a tutto quanto stavamo osservando: striscianti passi a due composti da danzatori di sesso diverso contrapposti sul pavimento in pose che, all'inizio apparentemente simmetriche, si sporcavano improvvisamente per uno o pi¨ particolari incongrui quali un piede fuori asse, sovrapposizioni perfette di un corpo all'altro contro ogni legge della statica, rese barcollanti da trazioni innaturali degli arti, ma ugualmente resistenti. Spesso i corpi si sostituivano alla pedana, a lungo un danzatore si insediava in piedi sul corpo dell'altro e lý eseguiva le proprie figure. Raramente qualcuno usciva dallo spazio precostituito, come se un regolamento incombente impedisse una simile trasgressione. Il tempo, abbandonato come inutile impedimento dalla musica di Lachenmann, scorreva per˛ per i danzatori che andavano a comporre un disegno narrativo che giungeva a compimento quando, dopo infiniti scioglimenti e raggruppamenti, e dopo l'arrivo di un quinto danzatore, tutti i corpi convergevano in un unico ammasso senza pi¨ identitÓ che lentamente scivolava fuori dalla pedana. A questo punto la scena si svuotava ed entrava un giovane vestito di nero, JÚr˘me Pernoo, che imbracciava il violoncello e interpretava Pression, una brano che Helmut Lachenmann compose tra il 1969 e il 1970. Qui si compiva un miracolo che Ŕ arduo descrivere. L'interprete usava strumento e archetto si pu˛ dire in tutti i modi fuorchÚ quelli canonizzati: accarezzava con le mani l'archetto e ne traeva suoni, poi faceva scorrere le mani sulle corde al disotto del ponticello, e ne traeva suoni, suonava le corde con l'archetto non sopra, ma sotto il ponticello, suonava con l'archetto la cordiera, sollecitava leggermente con le mani le corde in tutta la loro lunghezza e ricavava fruscii. Il nudo spazio scenico si riempiva dei gesti di questo formidabile interprete che con una passione che traspariva da ogni mossa dava forma a vuoto e silenzio. E dobbiamo dire che tanto pi¨ questa performance appariva sconvolgente quanto pi¨ si era rivelato non sempre congruo l'apporto dato dalle coreografie alla musica di Lachenmann. Il successo decretato da un pubblico attentissimo ed estremamente accorto Ŕ stato indiscusso: molte chiamate per i danzatori, Julia Cima, Vincent Dupont, Myriam Lebreton, Sylvain Prunenec, Boris Charmatz e per JÚr˘me Pernoo. Quest'ultimo, con gesto molto affettuoso, saliva di corsa sulle gradinate per condividere i ripetuti applausi con Helmut Lachenmann, presente in sala, che lo seguiva di buon grado dimostrando simpatia e naturale cordialitÓ.

Daniela Goldoni

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