Festival D'Automne A Paris 1999
NONO
Ciclo dei Caminantes (1986-89)

S. Otto: contralto
D. Wiesner: flauto basso
D. Alberman e C. Gould: violini
Ensemble Vocal Les Jeunes Solistes
Experimentalstudio Heinrich-Strobel Stiftung
E. Pomarico, dir.
A. Richard, regia del suono

Parigi, Cité de la Musique

Il Festival d'Automne si è aperto musicalmente con questo omaggio alla figura di Luigi Nono, morto oramai da quasi un decennio, come a significare che la musica di questo secolo si è chiusa emblematicamente con la ricerca estrema del compositore veneziano, i cui caminantes continuano a viaggiare, varcando il millennio, aprendo i nuovi territori della musica a venire. Il concerto parigino è stata un'esperienza davvero straordinaria, una quasi commovente dimostrazione dei vertici che l'arte musicale può ancor oggi toccare e di come possa continuare a sorprenderci. Già , perché la musica di Nono è una scommessa, che si rinnova a ogni esecuzione, e a ogni ascolto. Ad ogni esecuzione, perché la lettura delle sue partiture, "insoddisfatte di se stesse", dato che dovevano testimoniare un'esperienza sonora non arginabile dai segni notazionali canonici, richiede uno studio e una ricreazione di un'avventura nel suono e nel silenzio, ai limiti della tensione esecutiva. Ad ogni ascolto, perché la musica di Nono, che viaggia attorno allo spettatore, ha bisogno di essere affrontata, gli si deve correre incontro, si deve percorrere con lei il cammino, con il bagaglio di un sé aperto all'essere investito, mobilitato, portato oltre. Gli sconfinamenti verso gli infiniti possibili e l'infinibilità del suono sono stati una volta affettivamente sintetizzati in quell'articolo di Massimo Mila intitolato: Dove vai Gigi? I caminantes sono prima di tutto una pratica di sconfinamento, un andare il più lontano possibile, dove ogni palmo è costato immensa fatica, spasmodica tensione verso. La musica diviene così un dramma dell'ascolto e un dramma del suo potere consistere e continuare. Sentire non è più verbo confinato all'udito, ma estensione dal suono all'insieme destinale che è il soffio dell'esistenza. Nono sembra aver reperito gesti inaugurali del senso e aperture costitutive del sensibile: battiti palpitanti d'angoscia, soffi di stanchezza, riverberi di presagi, richiami di empatie sommerse, lacerti di dolore, suoni solitari, derive, paesaggi annebbiati, colori tentennanti, cadute, ricominciamenti. Pensiamo a No hay caminos hay que caminar... Andrej Tarkovskij, con cui si aperto il concerto parigino: qui la musica sembra non essere altro che un dramma dell'inizio, l'odissea di uno stento incedere, costretto sempre a ricominciare e destinato alle più scoscese ricadute. L'esitazione sofferente e l'eroica, piccola, flebile resistenza sono precise configurazioni passionali, paesaggi affettivi significati da un configurazioni dell'espressione che ritrovano quasi un legame di (ri)motivazione. Nono può frammentare i testi letterari musicati, renderli irriconoscibili all'ascolto (fin dal Canto sospeso), perché la sua posta in gioco è proprio quella di non fare passare il contenuto drammatico attraverso il segno linguistico verbale. E' l'enunciazione musicale stessa che diviene il dramma del poter esprimere, del potersi effettuare: gesto sofferto carico di umanità dolente o rabbiosa, fiera o disperata. Ecco allora che la tensione espressiva deve essere massimale e la tecnologia di supporto, il live electronics, sublimare tutto il suo substrato meccanico, inumano (chi ha assistito al primo concerto del ciclo veneziano Con Luigi Nono pochi anni dopo la sua morte, presso la Basilica di San Marco, si ricorderà come la tensione nell'esecuzione di Quando stanno morendo fu tale, così spasmodica che una delle cantanti svenne pochi istanti prima della fine del brano, e sembrò la cosa più naturale possibile, come a scongiurare la ritualità dell'applauso).

Il concerto alla Cité de la Musique è stato il modo migliore per rendere giustizia alla musica noniana. La direzione di Emilio Pomarico, quarantaseienne italiano di Buenos Aires, che ha preso confidenza con la musica del maestro veneziano dopo la sua morte, non potendosi quindi avvalere delle preziosi indicazioni orali nello sciogliere le oscurità delle partiture, ha fornito una esecuzione addirittura perfetta e lo diciamo sinceramente, davvero sorprendente. Ottima la disposizione spaziale degli strumenti, precisissima la resa delle configurazioni discorsive, equilibrati sempre gli forti scatti dinamici e di intensità, encomiabile anche nella preparazione orchestrale e vocale dei punti nodali più difficili (non pochi davvero). Il merito va chiaramente anche agli esecutori, concentrati a creare quell'effetto di suoni che rimangono continuamente sospesi in aria e si inseguono, si incamminano, attraversano, muoiono, risorgono.

L'ottima esecuzione di No hay caminos..., per sette gruppi orchestrali, ha incuriosito non poco gli ascoltatori della Salle des concerts della Cité, e una certa sorpresa è giunta dall'ottima idea di far iniziare improvvisamente "Hay que caminar" soñando per due violini (l'ultima opera di Nono), a luci abbassate, con l'orchestra ancora sul palco (è rimasta tutto il tempo, oltre trenta minuti, ad ascoltare. David Alberman e Clio Gould collocati per le prime due sezioni in due diverse diversi posti della sala (molto lontani uno all'altro), e nella terza sul palco (uno di fronte all'altro), hanno suonato con precisione analitica la partitura noniana, ma forse con troppo contenimento, anche nelle dinamiche. L'acustica della platea non ha supportato poi i due bravi musicisti, complici anche una serie di fastidiosi rumori; il fatto è che l'esecuzione di "Hay que caminar" soñando - ne abbiamo fatto esperienza dal vivo quattro volte -è molto problematica. Richiede un'acustica perfetta, un pubblico silenziosissimo e una spasmodica attenzione, quasi insostenibile per oltre trenta minuti. Il rischio è che la musica noniana risulti qui troppo introversa, chiusa in se stessa e l'inventività timbrica che il brano possiede rischia di implodere, di rimanere inascoltata. Detto questo, rimangono dei momenti struggenti e il richiamarsi dei due violini, che continuano l'uno la frase iniziata dall'altro, riesplicita chiaramente l'idea dei suoni "caminantes". Non abbiamo naturalmente il tempo qui per approfondire la figura del contenuto corrispondente a quella dell'espressione sigillata dal termine "caminantes" e chiaramente legata al wanderer di romantica memoria.

La seconda parte del concerto è stata interamente occupata da Caminantes... Ayacucho, per contralto, flauto basso, organo, due cori, tre gruppi orchestrali e live electronics (i testi sono tratti dagli scritti di Giordano Bruno). Si tratta del primo "caminantes", scritto tra il 1986 e il 1987, e senza ombra di dubbio è uno dei massimi capolavori noniani, se non in assoluto un vertice della musica del Novecento. Il brano emana una energia formidabile e ha una compattezza compositiva e una quantità di soluzioni timbriche effervescenti da far alzare il cappello anche al più ferreo detrattore del maestro veneziano. Il pubblico parigino si guardava spesso in giro, quasi abbacinato dalla bellezza di ciò accadeva attorno a lui, si compiaceva della emozionante esperienza acustica, anche nei momenti in cui l'organo teneva sospesa in aria una nota, per poi sobbalzare nella sedia travolto dalle trascinanti esplosioni di energia. L'esecuzione è stata meravigliosa, equilibratissima; merito anche dell'espertissimo e intelligente André Richard, direttore dell'Experimentalstudio di Friburgo e assiduo collaboratore di Nono. Richard e Pomarico hanno optato per un uso del live electronics davvero molto sobrio (forse mai come in questa occasione), sacrificando anche possibili effetti facili, per l'equilibrio dell'insieme. In questo senso leggermente sacrificati sono stati la sempre straordinaria Susanne Otto e il flautista dell'Ensemble Modern Dietmar Wiesner.

In ogni caso, speriamo davvero venga editata la registrazione di questo concerto, perché rimane, soprattutto per Caminantes…Ayacucho, un'interpretazione memorabile, tranquillamente comparabile, se non superiore, a quella diretta da Abbado a Reggio Emilia qualche anno fa.

Il concerto noniano è stato inserito nel Festival d'Automne come incipit della sottosezione, inaugurata l'anno scorso, "Fresques et miniatures. La Révolution des formes" (gli altri due concerti di quest'anno saranno dedicati al grande Wolfgang Rihm e al giovane Brice Pauset). Il prossimo anno è già prevista la messa in scena del Prometeo, riconfermando l'attenzione previlegiata verso il compositore veneziano. C'è di che essere soddisfatti, non v'è dubbio alcuno...

Pierluigi Basso Fossali

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