Debussy, les sons et les parfums... (Cycle Debussy 2000)
Musiche di Liszt, Skriabin, Debussy, Boulez

Pierre-Laurent Aimard, pianoforte

Parigi, Maison de Radio France

Grande atmosfera nella splendida sala Olivier Messiaen, dominata da un organo enorme che sembra l'occhio sul mondo del grande maestro francese, per il pianista Pierre-Laurent Aimard, che ha strappato applausi e minuti quasi di ovazione, se non fosse per l'area di familiarità confidenziale tra pubblico parigino e il solista lionese, per cui alla richiesta di un bis, quest'ultimo ha potuto "minacciare" di suonare un'altra costellazione della Terza sonata di Boulez, scatenando risa di complicità. Il programma presentato da Aimard, attorno all'esecuzione commissionatagli degli Etudes di Debussy, era nel contempo interessante e curioso. Innanzi tutto ha ricostruito un percorso lisztiano poco frequentato, che raggruppava, senza quasi soluzione di continuità, l'undicesimo Studio d'esecuzione trascendentale (Armonie della sera), I cipressi della villa d'Este I e II, e il più eseguito Giochi d'acqua alla villa d'Este. Chiara e motivata, la volontà di reperire il Listz più impressionista, che risale sorattutto alla parte finale della sua produzione. Ma più che affinità con Debussy, questi pezzi sembrano essere stati scelti per affinità con lo stesso Aimard; la cosa più straordinaria, e che sembra anche più divertirlo, è la rapidità di cambiamenti retorici; e i pezzi di Listz forniscono davvero un terreno di rapidi e inopinati trascoloramenti d'umore. Si pensi ai Cipressi, dove l'atmosfera funebre e grave è rotta continuamente da guizzi armonici, da toni atmosferici svagati e quasi baldanti.

A Liszt, Aimard ha accostato nella prima parte del programma, la Decima sonata di Skriabin, scritta nel 1913, ossia due anni prima della morte. Anche qui troviamo un compositore, non rivoluzionario certo, ma al massimo della sua voglia di rompere con gli schemi consolidati, .compositivi in primo luogo, ma anche di equilibrio retorico. Scommessa vinta da Skriabin, perchè riuscì a trovare una superiore compatezza e una modernità di figurazioni che fanno di questa sonata un'opera seduttiva e piena di assaporamenti timbrici.

L'intervallo del concerto lasciava appena il tempo per riprendere la concentrazione necessaria per affrontare l'ardua Terza Sonata di Boulez, certo molto meno eseguita della famosa Seconda, scritta una decina di anni prima. Come si sa, la Terza, scritta nel 1957, aveva il compito programmatico di dimostrare l'apertura dell'opera e la sua possibilità di vivere di forme e assetti diversi, con spazi di libertà interpretativa anche decisivi della sintassi. E in effetti la sonata bouleziana si compone di una serie di moduli, che l'inteprete può assemblare in maniera molto diversa pur seguendo dei criteri. L'opera ha una vocazione ipertestuale che Boulez si appresta a esplicitare editandola in CD-ROM. In ogni caso, è molto stimolante trovarsi di fronte a un'esecuzione pubblica che rimarrà in sé sempre un unicum. Aimard è stato semplicemente straordinario nel rendere con chairezza estrema la concisione frastica e il nitore compositivo di Boulez. Si sono potute distinguere e apprezzare appieno le configurazioni, molte delle quali chiuse laconicamente in se stesse, apparendo come delle battute lapidarie, degli aforismi musicali, di diverso spirito e stile "argomentativo". Rispetto alla Seconda, le configrazioni sono complesse, al punto che l'orecchio insegue sempre in bilico il reprimento delle simmetrie, delle geometrie, dei giochi retotici (non per nulla le sezioni si chiamano Costellation-Miroir e Trope).

Infine, Aimard si è gettato con entusiasmo e trasporto in sei degli Etudes debussiani (3, 9, 8, 10, 11, 5: questa la sintassi), superbi esercizi di effetti timbrici, di sapienti scarti di intensità e dinamica. E' un Debussy letto à rebours quello di Aimard, filtrato da tutte le successive esperienze dell'avanguardia, ed infatti se c'è una cosa che non si può certo affermare è che sia uscita una versione tradizionale degli Etudes: tutt'altro. Aimard non è affatto un esecutore analitico e soltanto superbamente tecnico, anche se da questo punto di vista fa davvero impressione la sua velocità stratosferica e il dominio della tastiera a un livello tale da sembrare irridere i passaggi più funambolici. Aimard è un interprete originale, che suona con forte volontà di differenziare il materiale musicale, di enfatizzare la presenza di formanti eterocliti. Prende sul serio l'idea di com-posizione e non accetta l'idea di un tono monocorde (lirico, analitico, romantico o espressionista) che renda monodimensionale il polilinguisimo costitutivo di ogni testo. Se vi è un limite, che si può notare in lui, è la resa dei passaggi tra le varie configurazioni; vi è un eccessiva secchezza, che è il costo stesso della differenziazione (un difetto che è avvertibile nell'esecuzione di Debussy). Aimard non è un perfezionista e il suo pianismo non è "squisito"; è piuttosto carico di straripante intelligenza critica, di sapidità intepretativa, di in un virtuosimo vitale e coinvolgente. Del resto ha studiato con Yvonne Loriod, con Messiaen e con Kurtag, per poi passare sotto l'ala protettrice di Boulez ed essere nominato quasi pianista "ufficiale" da Ligeti. Non è un caso, insomma, che ne sia uscito uno dei migliori intepreti della nostra epoca.

Pierluigi Basso Fossali

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