KURTAG: Quattro capricci op. 9
GRISEY: Quatre chants pour franchir le Seuil
STROPPA: From Needle’s Eye

Ensemble Intercontemporain
David Robertson, direttore

Parigi, Cité de la Musique

Difficile ritrovare spesso l’atmosfera che ieri sera si respirava alla Cité della Musique, per un concerto totalmente dedicato a musiche del Novecento. Il pubblico è stato a dir poco caloroso, sia nel salutare György Kurtág e Marco Stroppa che erano in sala, sia nel rendere omaggio a Gérard Grisey, morto purtroppo un anno fa. Ma naturalmente una buona fetta del successo della serata è da attribuire a una performance davvero esaltante dell’Ensemble Intercontemporain, veramente in grande forma. E poi ha convinto tutti la direzione di David Robertson, incline a una grande vivacità espressiva, ma anche a un forte dominio della ritmica e dell’intensità (l’equilibrio tra gli strumenti è stato semplicemente perfetto). Robertson ha sorpreso per almeno altre due ragioni; la prima è la capacità di piegarsi in modo molto plastico al linguaggio dei tre autori eseguiti, molto diversi tra di loro; la seconda è per il bellissimo modo di proporsi al pubblico, in modo spigliato ma nello stesso tempo molto umile, pronto a mettere se stesso anche in secondo piano rispetto a solisti e strumentisti, ma risultando alla fine il vero protagonista della serata, anche per l’entusiasmo e la gioia che riesce a trasmettere nell’eseguire queste partiture, a tratti anche ostiche e introverse.

Se Robertson rimarrà Direttore musicale dell’Ensemble Intercontemporain fino all’agosto 2000, dopo ben otto anni di reggenza, potendo ambire ora ai più prestigiosi e certo ben meritati incarichi, una parola va spesa anche per i bravi solisti, a cominciare da Valdine Anderson, soprano canadese, votata soprattutto alla musica del Novecento. Possiede un timbro molto caldo e lucido, una più che discreta estensione, e una grande dose di convinzione nell’interpretazione drammatica. Già molto convincente nell’esecuzione dei Quattro capricci op. 9 di György Kurtág, Valdine Anderson ha dato sfoggio della sua poliedricità espressiva nei polimorfi Quatre chants pour franchir le Seuil di Grisey.

Con il grande trombonista dell’Ensemble Intercontemporain Benny Sluchin, possiamo entrare direttamente anche nel merito delle partiture offerte dal programma. Come dedicatario del brano, Sluchin ha eseguito la prima esecuzione assoluta della versione completa di From Needle’s Eye di Stroppa, partitura che a partire dal 1996 ha via via avuto una definizione sempre più precisa fino alla forma attuale (circa 25 minuti di durata). Stroppa, oramai nome riconosciuto della scena internazionale e grande collaboratore delle istituzioni musicali parigine (dall’Ircam al Conservatorio), possiede una enorme raffinatezza timbrico-effettistica e una notevole originalità negli impasti strumentali, sfoggiando tecnica e grande estroversione espressiva. Ma la scommessa di From needle’s Eye, ispirato a dei poemi di Yeats, era in larga parte giocata ovviamente sul trombone solo. Ora la scommessa non è in questo senso del tutto riuscita; lo diciamo dal punto di vista ricettivo, perché dal punto di vista autoriale la scarsissima interpenetrazione tra trombone e ensemble era effetto puramente voluto. Ma l’intentio auctoris non basta a suffragare l’effettiva aisthesis, per cui la prima parte del brano di Stroppa sembra troppo soffrire di momenti di totale detensione, come se le forze in gioco (solista e ensemble) si annullassero a vicenda. Ciò dispiace tanto più perché il brano possiede una serie di momenti strumentali, a volte anche solo di raccordo, di straordinaria "immaginazione sonora". La seconda parte del brano, più dialogica, è senza dubbio più riuscita, ma anche qui pare di avere di fronte un brano dal grande potenzionale, ma la cui forma non è stata ancora del tutto sbozzolata. Il trombone poi non sembra poi confacersi così come invece il pianoforte, per esempio, alla poetica del compositore veronese. Detto questo, il brano testimonia ampiamente del livello linguistico-espressivo di Marco Stroppa e della maturità raggiunta, fattori che lo pongono tra i nomi più importanti della nuova generazione di compositori italiani. Se il brano di Stroppa difettava forse nel mantenimento di una tensività espressiva costante, abbandonando a fasi troppo introverse o a una sintassi troppo ibridante (ma la maggior parte del pubblico ha invece dimostrato di apprezzare moltissimo From Needle’s Eye), al contrario György Kurtág con i suoi Quattro capricci op. 9, per soprano e orchestra da camera, metteva in mostra la sua abilità nel costruire un asse tensivo dello sviluppo musicale che fornisce alla ricezione un costante confronto, spesso discrepante, tra attesa e effettiva esperienza della combinazione sintattica infine scelta dall’autore. L’arte di Kurtág è in larga parte imperniata su una opposizione semantica tra lasso e teso e tra denso e rarefatto. Soltanto che il compositore ungherese non si accontenta dei tradizionali metodi di contrapposizione, ibridazione o conciliazione tra sezioni, oppure di intensificazione e poi di detensificazione; mette invece sotto tensione l’intero materiale musicale, come avesse a disposizione un elastico che gli consente una circuitazione continua dell’energia, nonché una modulazione del continuo. Di qui gli epifenomeni, chiaramente avvertibili, dei rallentamenti e delle accelerazioni, dei trascoloramenti timbrici, delle anamorfosi dei toni retorici, della gra7duale liquefazione e del rapido ricompattamento della configurazione melodica. I Quattro capricci sono del 1969, opera nove di un compositore che allora aveva quarantatre anni, una sola manciata di minuti (una decina in tutto), che però hanno la lucentezza e la concentrazione di un piccolo capolavoro, che ha preparato la strada ai meravigliosi brani per voce e strumenti dei decenni successivi.

Quatre chants pour franchir le Seuil (1996-97) è nato da una commissione dell’Ensemble Intercontemporain e della BBC per la London Sinfonietta, ma è stato eseguito per la prima volta soltanto dopo la morte del compositore, nel febbraio 1999 a Londra (Valerie Anderson e London Sinfonietta diretti dal migliore compositore inglese dell’ultima generazione George Benjamin). Tocca constatare amaramente che queste quattro meditazioni musicali sulla morte giungono ancora come più drammaticamente vivide dopo la scomparsa di Grisey, che inutile ricordarlo è stato uno degli massimi compositori della generazione nata negli anni quaranta. Questi Quatre Chant, che superano i quaranta minuti, resteranno come una delle opere più importanti di Grisey. In questa sede non possiamo addentrarci nel rapporto tra testi prescelti e musica, né nella sintassi drammaturgica, dovendoci limitare a delle considerazioni di superficie. In primo luogo la bellezza persuasiva, irrestibile si scontra con lo "scandalo" di alcune sezioni del brano deliziosamente semplici, "minimali" come riconosce lo stesso compositore nelle note alla partitura. Certo è che, concentrato sulla propria poetica, Grisey non dimostrava alcun bisogno di mettere in mostra la propria maestria, che tra l’altro ha ampio modo di palesarsi in Quatre Chant, in alcune stupende sezioni incentrate sulle percussioni. Assenza di sfoggio tecnico fine a stesso, capacità di ridurre all’essenziale il materiale, con un lavoro sapientemente sottrattivo, grande attenzione all’aspetto acustico-ricettivo, trasformando anche le normali pause da un canto all’altro in pulviscoli sonori in sospensione su un siderale silenzio; queste le qualità principali dell’opera. Ispirato e dedicato ciascun canto a quattro culture diverse (cristiana, egiziana, greca, mesopotamica), Grisey è poi riuscito a compattare materiali musicali anche molto diversi in una perfetta omogeneità data da una sotterranea continuità atmosferica, una sorta di equilibrio tensivo tra elementi, aria, acqua, terra, fuoco (parte strumentale) a cui si contrappone armoniosamente (ossimoro perfettamente realizzato) la voce, ora rispondendo all’affronto del tempo, ora elegiacamente cantando la quieta ribellione alla fine, ora dialogando serenamente con il mondo delle ombre e delle polveri, infine aprendo uno squarcio sul possibile risveglio dell’umanità.

Alla fine del concerto, i lunghi, fragorosi applausi non sono riusciti dopo cinque o sei uscite dal palco di direttore e soprano a far concedere un bis, ma hanno offerto il giusto tributo a una serata musicale magnificamente preparata. E poi davvero, il brano di Grisey doveva continuare a risuonare nell’aria, anche dopo, usciti allo scoperto, nella città.

Pierluigi Basso Fossali

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