Concert - atelier
BOULEZ
Sur Incises (1996-98)

D. Vassilakis, H. Nagano, F. Boffard: pianoforti
V. Bauer, M. Cerruti, D. Ciampolini: percussioni
F. Cambreling, S. Chatron, M. Le Mentec: arpa Ensemble Intercontemporain
Pierre Boulez, presentazione e direzione

Parigi, Cité de la Musique

a Ruggero

Cosa succede alla nostra percezione quando nell’intorno spaziale le sollecitazioni sono talmente frequenti, eclatanti, e provengono ognuna da un centro di irradiazione diverso? Come identifichiamo l’esperienza di un éclat che si dissemina davanti a noi moltiplicandosi all’infinito? Che ne é della nostra prensione sensibile e cognitiva del reale quando la velocità dei fenomeni sorpassa la loro possibile discriminazione e questi semplicemente accadono nei nostri sensi?

Forse per una volta, senza enfasi retorica, possiamo usare in modo proprio la parola meraviglia. Il soggetto non riesce a certificare ciò che ha di fronte, ne è intimamante coinvolto, non sa dare giudizi, non riconosce identità, ma soltanto epifenomeni, escrescenze, emergenze folgoranti che sono gli apici di una catena ininterrotta di sollecitazioni, di co-implicazioni fusionali tra soggetto e oggetto.

Meraviglia è la parola giusta per descrivere il nuovo lavoro di Pierre Boulez: Sur Incises. Sugli incisi, in merito agli incisi, persino sovra-incisi, qualcosa che passa in mezzo, parentesi interstiziale, testura di "ciò che sta dentro", investigazione del consistere indivisibile, della massa, atomo iridiscente che secreta le sue mille meraviglie in una sola, super-incisa, stampata nella tabula rasa della mente con una vividezza superiore, come fosse immagine che mette in scacco la parola, inciso stupefacente, spettrografia della propria sensibilità musicale, viaggio nello spessore della musica di Boulez, del suo gesto propulsore, iniziatico per lo spettatore. Gesto che informa la musica, che la inaugura, che la dirige. Nelle parole di Boulez, nella sua lezione generosa, questa genesi intersemiotica si è rivelata fin dalle prime battute. Boulez pensa in termini di gesti, di movimenti retorici incarnati, ossia passionalizzati, guizzi, cadute, chiusure, aperture, scossoni, rotolamenti, spegnimenti; ed anche in termini linguistici: incisi, desinenze, aggettivazioni.

La "meraviglia" è il risultato, ma non rende conto del cammino; il lavoro sulla germinazione di forme, sulla dialettica di gesti, sulla "pulsazione ritmica" di evoluzioni, derivazioni e contaminazioni di formanti. Boulez ha fatto ascoltare una trentina di esempi, eseguiti lì per lì dall’Ensemble Intercontemporain, descrivendo la sua fucina creativa; dei formanti ispiratori (il pianoforte risonante e il pianoforte percussivo ritrovato in Les Noces di Strawinski e Sonata per due pianoforti e percussione di Bartok), quindi i formanti provenienti dal breve brano originario Incises per pianoforte solo e commissionato per un concorso pianistico da Berio e Pollini, la migrazione e la demoltiplicazione di questi formanti in una serie di richiami leggermenti devianti dalla specularità tra i vari strumenti (ognuno trattato rigorosamente come polo indipendente), la velocizzazione delle dinamiche e la complessificazione del ritmo fino ad arrivare a una sommatoria percettiva, che non è mai una sommatoria di suoni. Qui sta secondo noi il nucleo e la virtù più straordinaria di Sur Incises, ossia il fatto che questa cattura complessiva della percezione che si ritrova sovraeccitata e stracolma di contenuti sensibili indiscernibili è ottenuta attraverso un nitore assoluto nella distinzione parcellizzata di ciascun suono; non vi è infatti nessun effetto di impasto, nessun suono sporca il successivo, nulla si somma veramente. Il campo di irradiazione sonora che diventa lo schermo di mondo per il soggetto è un epifenomeno che sorge dalla molteplicità irriducibile degli éclats. Boulez ha fatto ascoltare molti frammenti di Sur Incises a velocità ridotta e la rivelazione è stata sconvolgente: il disegno musicale è straordinariamente denso, pieno di geometrie, di formanti che si sviluppano, di rimbalzi timbrici deliziosi. Sembra già un mondo in fibrillazione, pieno di specchi e di materiali preziosi, musica corallina. Ma poi a velocità "normale", ossia alla folle dinamica che Boulez ha prescelto, potendo contare su degli strumentisti a dir poco virtuosi, tutto diventa uno sciame di centri di attrazione. La percezione non si "dirige più verso", non ha tempo, o meglio la musica le prende il tempo, la magnetizza, la isterizza, la porta a uno stadio fusionale; non c’è più alcun quadro di mondo lì davanti, ma si è nel quadro, non c’è più la propria mobilità, ma una fuga comune, entusiasmante, autrastrada del suono, cavalcata dell’orecchio ipnotizzato dietro l’irraggiungibile che non è che l’imperfezione costitutiva di ogni prensione, appagata tuttavia dall’essere "colma" e trasportata via.

In un’estetica della drammatizzazione del suono (da Nono a Rihm) è l’ascoltatore che deve seguire i "caminantes" sonori, deve stare loro appresso con il bagaglio della propria interiorità sapida del bene e del male, coscienza storico-intimistica dell’esserci; in un’estetica bouleziana è la musica che viene incontro, che riempie, che rapisce, che soggioga il soggetto, in una seduzione sonora di inedito fulgore.

Boulez ha citato Strawinski e Bartok, Hindemith per l’uso dell’arpa, ma in realtà sembra portare al massimo grado l’investigazione acustica di Debussy: Anzi, possiamo affermare che Sur Incises è uno dei culmini finali di tutto il Novecento, un approdo di tutta una linea di ricerca, che lo stesso Boulez ha condotto per larghi tratti da Éclat-Multiple a Répons, ricerca sulle iridescenze timbriche, sulle spume lucenti dei mari sonori, sui vetri e le rifrazioni acustiche, sulle derive e sui giochi, sulla germinazione "naturalistica delle forme". Il rigore di consecuzione logica del modus compositivo bouleziano in Sur Incises si stempera, diviene brillare di una visione nitida ma avventuriera, odissea pacata dell’invenzione della mente, delle sue connessioni fugaci e del tutto idiosincratiche, passioni cognitive e pensieri emotivi.

Alla fine del brano Boulez abbassa le mani, lascia la direzione, rimangono i tre pianoforti a far risuonare un ultimo grappolo di suoni, ognuno per proprio conto, seguendo un tempo interiore, fenomenologia dell’accadere, sutura del già composto con l’evento del pensare e sentire in un istante preciso, scrittura che si riaffida alla voce, scrittura che mostra di esser stata voce, brillare inventivo di un momento, partecipabile, trasmissibile. Grazie (a) Boulez.

...

(Ponti tra incisi, ogni dire un interstizio di silenzi alieni, abitare incidendo su - ciò che è più grande. Cammino con poche vere apparizioni, con consapevolezza momentanea del bivio preso, racconto della creazione, del dove ci si è trovati e da che parte si è andati, senza regole né mappe, darsi le possibilità e renderle strade motivate, talvolta "maestre", irremissibili, comunque nostre. Essere (degli) incisi, incidentalmente...)

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(...gettare la rete nel mare del suono, raffinare la maglie della rete, sempre più strette, pronte a trattenere le rime del sensibile; lavorare sulle rispondenze, sulle migrazioni, sui giochi speculari: tutto vibra, fluisce da un luogo all’altro, in tutti i luoghi di questa prospettiva incisa, tutto risponde e si tiene, fa corpo, è nostro corpo, è senso denso. Abbassare le mani davanti a tutto questo, lasciare che tutto continui in noi, dopo più tardi, nell’oramai giunto ritardo, qualcosa che accade come un inciso del senso comune, ma che potrebbe essere tutta la nostra vita, l’intensificazione, presente o rimemorata, interna o lì da qualche parte nella musica, intorno a noi. Che importa oramai, in questa coimplicazione dove non c’è che voce individuale e nel contempo globalità del campo, sapore trasmissibile del confluire, del "più voce senza più voce propria", della scrittura riaffidata a quella voce-evento, tentando anche l’inchiostro a ritornare nella penna...)

Pierluigi Basso Fossali

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