Festival d’Automne à Paris
BERIO
Outis
Azione musicale in due parti
Libretto di D. del Corno e L. Berio

Outis: A. Opie
Emily: M. Fallot
Ada: L. Castellani
Steve: L. Canonici
Marina: M. Bacelli
Olga, Double Emily: O. Sala
Samantha: E. Brilova
Orchestre de Paris
D. Robertson, dir.
Y. Kokkos, regia

Parigi, Théâtre du Châtelet

Nella Parigi che attende la fine millennio con una crescente attenzione strategica ai preparativi (piuttosto che con un ingenuo entusiasmo), il primo allestimento francese di Outis (presentato tre anni fa alla Scala per la prima volta) è stato un vero evento, con il teatro del Châtelet esaurito da più di due mesi e con ampi manifesti che hanno tappezzato la città e il "sottosuolo" metropolitano.

Dal punto di vista dell’impegno organizzativo e del cast artistico, la produzione ha ampiamente corrisposto alle attese e ne è risultato uno spettacolo certo molto complesso nell’interpretazione, ma anche capace di un certo impatto emotivo immediato, suasivo.

Le scene di Yannis Kokkos, ampiamente attraversate da un efficace uso di materiale video proiettato sull’intero quadro scenico, hanno proposto un catalogo dei "luoghi comuni" postmoderni, dagli spettacoli sexy dei locali notturni, al "mercato" della borsa, dal supermercato al mito del Titanic. Ecco allora una forte quantità di attori e ballerini accompagnare i viandanti-cantanti-personaggi del mondo poetico di Berio.

Lo spettatore si è trovato di fronte non una storia, ma un paradigma di situazioni costitutive della contemporaneità. A volte i personaggi principali rimangono soli nelle scena, o comunque in disparte, costruendo un "angolo" di riflessione critica ma soprattutto lirico-emotiva, che passa anche per una forte riacquisizione del sentimento della natura.

Tra i passi più belli dell’opera di Berio, vi sono questi momenti lirici e distesi, accompagnati da Kokkos con immagini della riva del mare. Ricordiamo soprattutto un momento davvero magico: "Vorrei cantare il mare e il vento".

Ci è sembrato che l’opera abbia tuttavia delle forti disparità qualitative, e che il quarto e quinto ciclo (la seconda metà dello spettacolo) siano molto più riusciti, anche dal punto di vista musicale. La prima parte ha lasciato molti spettatori, tra i quali il sottoscritto, un po’ interdetti e - perché non dirlo - anche un po’ annoiati. L’impasto musicale di Berio, sapiente nei giochi orchestrali, molto spesso in versione cameristica, diviene un po’ asfittico, privo di emergenze, di salienze, come trattenuto di fronte a ciò che deve accadere sul versante scenico e alla precondizione del cantabile.

Personalmente amiamo molto il lavoro di Berio, soprattutto quello cameristico, ma anche quello vocale che da Circles va a Sinfonia, o alle splendide Folk Songs. Le riserve che abbiamo su Outis sono le stesse che a suo tempo abbiamo avuto per Un re in ascolto. Riserve che innanzi tutto riguardano il piano vocale, rintanato molto spesso in stilemi che non corrispondono all’avanzato sviluppo del comporre strumentale. Ma anche la mezza via tra l’opera lirica "narrativa" di tipo tradizionale e una versione più da "viaggio intellettuale" non trova una forma realmente nuova. La competenza di genere che lo spettatore si ritrova ad attualizzare di fronte alla fruizione di Outis rimane quello dell’opera tradizionale, e francamente tale "cornice" resta per noi un "ritorno all’ordine", che depontezializza persino il potere referenziale, e in questo caso critico di fronte alla società, che sembra trasudare nell’intentio operis. Naturalmente la nostra è una posizione del tutto personale e sicuramente in controtendenza rispetto al ripreso vigore e entusiasmo che soprattutto in Francia sta riacquisendo l’opera lirica contemporanea (si vedano quanti compositori francesi delle ultime generazioni siano ritornati su questo genere). Insomma, per essere franchi, il Prometeo noniano rappresenta per noi uno spartiacque, la via più opportuna, ancorché forse più impegnativa, per uscire dagli stilemi dell’opera lirica tradizionale.

Ma se il discorso può senza dubbio apparire partigiano e legato a una poetica, ciò che non è sicuramente discutibile è il problema della vocalità: in Outis bisogna aspettare l’entrata in scena della sempre bravissima Luisa Castellani per avere dei saggi dell’antica sperimentazione beriana sulla voce e attendere ancor più per sentire emergere qualche riaccenno della vocalità delle Folk songs.

Rispetto a un’opera come il San Francesco di Olivier Messiaen, che pur non costituisce la summa espressiva del compositore francese, Outis risulta molto meno personale e sicuramente non certo una via nuova per il teatro musicale contemporaneo (tantomeno una sintesi della maestria beriana).

Detto questo, rimangono alcuni esiti musicali del quarto e quinto ciclo davvero ragguardevoli, dove la fantasia di Berio emerge in primo piano. Ciò in maniera persino paradossale, proprio perché in queste parti aumentano i contrasti tra sezioni, perché l’impasto omogeneo dei primi tre cicli lascia spazio a delle sezioni più marcatamente conflittuali, ma anche per questo più "accese": ecco soluzioni strumentali di sgargiante novità timbrica giustapporsi a momenti in cui salgono sul palco dei "musicisti di strada", oppure ecco arrivare al centro della scena due pianoforti ad iniziare un vero concerto per voce e pianoforte raddoppiato.

Chi ha convinto di più in tutta la serata è David Robertson, che ha diretto l’orchestra con grande nitore e con ottimo lavorio sui timbri, nonché sulle ampie sezioni "fantasmatiche" degli archi che solcavano i passaggi da una scena all’altra. L’orchestra di Parigi ha risposto bene, ma vale ricordare che per l’occasione vi erano dei solisti di eccezione come Benny Sluchin al trombone.

Sui cantanti rimandiamo il giudizio dato che abbiamo assistito solamente alla prova generale, anche se possiamo affermare che dopo qualche tentennamento iniziale, Alan Opie e Maryline Fallot hanno dimostrato di poter reggere l'impegnativa parte. Su Luisa Castellani, confessiamo tutta la nostra ammirazione; non certo per i mezzi vocali potentissimi, ma per una superiore vividezza, gaiezza timbrica che la rende una perfetta interprete di Berio.

Outis porta un nome che nega qualsiasi designazione, che crea l'abisso del poter essere tutti e nessuno, in una ciclicità dei ruoli, che poteva significare un attraversamento trasversale di ogni "genere" di umanità; la regia di Kokkos, visivamente pregevole, ma troppo referenzialmente legata alla "società dei consumi", la musica di Berio, troppo richiusa in una confezione operistica tradizionale, hanno forse mancato l'assaporamento possibile di questo spaesamento del nome e del sapere. L'opera resta una serie di quadri "affacciati", piuttosto che il viaggio verso "le cose che accadranno" che avremmo aspettato. Ma forse è solo il fatto che da Berio ci attendiamo sempre moltissimo...

Pierluigi Basso Fossali

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