Festival d'Automne a Paris 1999
RIHM
Trigon, Jagden und Formen

Salomé Kammer: voce
Ensemble Modern
Dominique My: direzione

Parigi, Théâtre du Châtelet

Dopo Luigi Nono il Festival d'Automne ha consacrato il secondo concerto monografico alla figura di Wolfgang Rihm, senza alcun dubbio uno dei più grandi compositori viventi: Rihm, nato a Karlsruhe nel 1952, è riuscito prima dei cinquant'anni ad attraversare tutte le correnti della musica contemporanea, fino a sintetitizzarle verso la fine degli anni ottanta in un linguaggio di straordinario vigore espressivo. Da qualche anno ha deciso di rompere l'equilibrio raggiunto, di abbandonare in modo anche clamoroso la certezza delle proprie acquisizioni. Questo concerto parigino è stato il sigillo di questa ammirevole operazione di messa in crisi del proprio linguaggio, ed era a tal punto summa della musica di fine secolo, che la sua messa in variazione costituisce di per sé una polemica, se non un affronto, ai canoni estetici dell'intero panorama musicale. Etude sur Seraphin (1997), reperibile in un Cd Wergo e già recensito dalla nostra rivista, costituiva la prima rottura radicale di tipo linguistico. La direzione verso un nitore di scrittura sempre più perfettamente motivato e levigato veniva ribaltato, come per un passaggio dal positivo al negativo, in una oscurità tellurica, primordiale, atavica. In questi due ultimi, ampi, lavori orchestrali, Trigon e Jagden und Formen, l'operazione di reversione delle posizioni acquisite si fa da un lato forse meno eclatante, dall'altro informata da un raggio di principi estetici sommovitori che conducono il disegno musicale verso assetti retorici del tutto inusitati. In pratica siamo convinti che i nostri orecchi abbiano avuto l'occasione di ascoltare in questi due ultimi lavori rihmiani uno shock forse non pallidamente confrontabile a quello che doveva suscitare il Pierrot Lunaire a inizio Novecento. Parlare in termini di shock ricettivo significa che l'esperienza estetica è stata vivida ancorché sospesa tra un apprezzamento incondizionato e una sospensione di qualsiasi giudizio. Vale a dire che forse nessuno ha apprezzato da cima a fondo queste ardue composizioni, ma tutti ne sono usciti trasformati.

Due sembrano a prima vista le operazioni principali di Rihm; una esacerbata complessificazione e una impavida creolizzazione, sorta di mistura ardita di retaggi avanguardistici, di citazioni nascoste di brani-richiami d'altri tempi, di ritmi inconciliabili nel loro essere icona sensibile. Ma il gioco linguistico è ben più sofisticato e consapevole dello sfondo teorico estetico in cui si muove, come si può leggere in una sorta di breviario apodittico, sorta di compendio dei luoghi topici degli scritti di Rihm, che reca in modo programmatico il titolo di La dinamica del disequilibrio. Sono sei i temi cardine: coerenza/incoerenza, nazionalità/universalità, materiale/autenticità, nuovo/rinnovamento, caso/forma, struttura/rottura. Tali opposizioni, di rilevante importanza anche per una teoria dell'estetica contemporanea, trovano perfetta realizzazione nei due brani presentati in questo concerto parigino. Dapprima l'idea di pervenire a una incoerenza come effetto di senso di una discorsività musicale che cerca di negare e in ogni caso di impedire la sorgenza di richiami, rispondenze, rime tra passaggi del testo musicale: in pratica, si cerca di slabbrare il tempo, di fare in modo che non si richiuda, che rimanga ferita espressiva aperta, tesa all'infinito, inappagabile. In seconda battuta vi è un atteggiamento totalmente relativista e laico nei confronti dei materiali sonori di partenza e una fiducia piuttosto nell’ identità del loro impiego ideolettale (ed è una realtà che nella postmodernità l'identità si può sedimentare solo per bricolage delle forme circolanti). In terza battuta un procedimento generativista, di proliferazione aperta, di direzionamenti affettivi, di sdoganamenti dell'improbabile, dove la musica vuole essere simbolo palese del suo essere processualità in fieri, capace di correre costantemente il rischio di perdere forma, per consentire l'éclat locale di una irruzione casuale, di infrangere l'architettura strutturale per innestare nuove germinazioni.

Trigon (1996-99) è l'innesto metastatico di tre brani (Sphinxirène, Form/Zwei Formen, Responsorium), dove la voce davvero particolare di Salomé Kammer si eleva spesso a protagonista indiscussa, con i suoi fremiti, le sue gelide accensioni barocco-decadenti, le sue contrizioni viscerali, le sue inflessioni cabarettistiche.

In Jagden und Formen (1995-99), che raccoglie in un ciclo varie partiture minori degli ultimi anni, Rihm esplora i disequilibri armonici, timbrici e ritmici più stridenti, la struttura del brano sembra un vascello contorto che continua a rifiutarsi di affondare, reperendo inopinatamente delle insperate, strenue forze, incredibili accensioni di vitalità, ritmi forsennati, trascinanti che si impongono sulla stratificazione creola autoneutralizzante. Ne escono sapori d'altri mari, esotismi acustici, qualcosa che sembra vedere terre ben al di là dell'Occidente e dell'Oriente, avvistamenti stordenti, forme native totalmente autoctone, o probabilmente forze ctonie venite alla luce, nuove isole selvagge.

L'Ensemble Modern ha perfettamente retto il confronto con la complessità spaventosa delle due nuove opere rihmiane presentate a Parigi per la prima volta nella loro forma integrale. Dominique My ha diretto con convinzione e con agile volontà di rendere la differenza eteroclita dei materiali musicali assemblati da Rihm, anche se rimane il dubbio che nelle fitte maglie delle rischiose intersezioni di Trigon e di Jagden und Formen possa dipanarsi qualche forma in più e una linearità del discorso musicale meno episodica. In ogni caso i due brani di Rihm richiedono molti ascolti prima di dischiudere la loro reale consistenza compositiva, ma anche se dovessero risultare profondamente imperfetti, rimane intatta la profonda ammirazione per un compositore che sa rinnovarsi, mettersi in crisi e cercare di là da ciò che gli può soltanto riuscire.

Pierluigi Basso Fossali

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