BEETHOVEN
Egmont, Ouverture in fa minore op.84
PROKOFIEV
Concerto n.3 in do maggiore per pianoforte e orchestra op.26
BEETHOVEN
Sinfonia n.5 in do minore op.67

L. Zilberstein, pianoforte
Mahler Chamber Orchestra
Daniel Harding, direttore

Ferrara, Teatro Comunale

Nel quinto appuntamento della stagione concertistica di "Ferrara Musica" il giovanissimo direttore d’orchestra inglese Daniel Harding si presentava per la seconda volta al pubblico del Teatro Comunale alla testa della Mahler Chamber Orchestra con un programma di impegno considerevole, comprendente il Terzo Concerto per pianoforte e orchestra di Sergej Prokofiev inserito tra l’Ouverture Egmont e la Sinfonia n.5 di Ludwig van Beethoven.

Già nell’esecuzione di Egmont Harding ci poneva di fronte ad alcune proposte di lettura della partitura beethoveniana indubbiamente nuove e stimolanti: si aveva la netta impressione che il direttore intendesse procedere per moduli giustapposti, scorporando la scrittura musicale in nuclei o blocchi motivici riuniti tra loro da raccordi che assolvevano contemporaneamente le apparenti e contraddittorie funzioni di coesione e di separazione. Si avvertiva in questo modo una notevole chiarezza espositiva, ma si aveva anche l’impressione di una lettura spiazzante, che in qualche modo costringeva a ripensare il tradizionale e consolidato atteggiamento di recezione nei confronti dell’opera beethoveniana: si trattava di un’interpretazione che se da un lato sorprendeva, dall’altro accendeva ancor di più la curiosità di ascoltare la Quinta Sinfonia che avrebbe concluso il programma.

Il medesimo approccio anticonvenzionale risultava invece del tutto appropriato all’interpretazione del Terzo Concerto di Prokofiev, affrontato con disarmante serietà, nel senso più profondo del termine, da questo felicissimo gruppo di ragazzi insieme alla poco più che trentenne pianista russa Lilya Zilberstein negli inediti panni di veterana. Immediatamente si avvertiva una straordinaria e rara affinità tra pianoforte ed orchestra. La Zilberstein è pianista dal tocco nel contempo potente e leggero, sicura e agilissima, capace di estrema pulizia, il cui suono non possiede alcuna valenza esteriore ma si inserisce come elemento vitale e fondante nella lettura complessiva della partitura. È interprete modernissima, nel senso che ha la fortuna di comunicare l’essenza di un brano al di fuori dell’autocompiacimento, eppure ne avrebbe ben donde data la tecnica eccellente che dimostra di possedere. L’elasticità e la morbidezza con cui si inseriva nel tessuto orchestrale la poneva quasi come una sezione strumentale in più, per rispetto di tempi e attacchi, senza mai però abbandonare il ruolo di principale controparte. La lettura articolata per blocchi proposta da Harding, che risultava spiazzante in Beethoven, si rivelava invece perfettamente aderente all’articolato e multiforme linguaggio musicale di Prokofiev, poiché il principio compositivo a sezioni giustapposte è una delle caratteristiche peculiari della musica russa. Il Terzo Concerto costituisce una esemplificazione altissima di questo principio costruttivo e per questo ben si presta ad una scomposizione in tanti piccoli nuclei, ciascuno con una propria storia di infinitesima durata, delineati con nettezza come in una composita mappa tenuta assieme da tempi di precisione millimetrica, stacchi appena percettibili ma essenziali nella vitalità della successione di un pensiero musicale pulsante ed esuberante. Insieme alla cura minuziosa di pause e "non pause" è da ricordare la sensibilità di pianista e direttore, perfettamente assecondata dai ragazzi della "Mahler Chamber", nella scelta di dinamiche efficacissime che permettevano di valutare con precisione millimetrica il rapporto tra il peso del suono dell’orchestra e quello dello strumento solista. Qui accadeva un autentico miracolo dal momento in cui si ascoltavano pieni orchestrali anche fragorosi che tuttavia permettevano di percepire ugualmente e nettamente tutti i pianissimi della Zielberstein. Nessuna nota è stata buttata via, nessun passaggio è stato consumato inutilmente. La prima parte del concerto suscitava l’entusiasmo del pubblico ferrarese, che dopo aver richiamato più volte gli interpreti, non riusciva a ottenere dalla giovane pianista russa il bis, più volte richiesto.

La seconda parte era invece interamente dedicata all’esecuzione della Quinta Sinfonia in do minore di Ludwig van Beethoven. Le acute note del programma di sala, curato da Lidia Bramani, mettevano ben in luce la quantità di valenze appartenenti all’immaginario collettivo di cui questo brano è sovraccarico, e che si avvertivano anche dall’eccitazione percepibile tra il pubblico nell’attesa del famosissimo incipit. Harding attaccava in modo "convenzionale", ma poi sembrava scrollarsi di dosso ogni retaggio della tradizione romantica, prendendo ben presto una strada interpretativa autonoma e personalissima che si chiariva sempre più durante l’esecuzione. Appariva chiaro da subito che Harding avrebbe evidenziato l’essenzialità e la linearità dell’architettura beethoveniana, curando le componenti portanti e i punti di coesione tra un elemento e l’altro. La qualità del suono sembrava riguardarlo molto poco, così come ogni tipo di abbandono a virtuosismi e compiacimenti esteriori. Anche l’attenzione ai particolari sembrava per lui alquanto incidentale, mostrando la tendenza ad evidenziarne solo alcuni, a volte anche con intento destabilizzante o provocatorio. E’ accaduto, ad esempio, per la cadenza dell’oboe nel primo movimento che veniva enfatizzata con effetti che, a nostro parere, parevano persino in contraddizione con l’impostazione rigorosa scelta dal direttore e che suscitavano anche alcune perplessità nel pubblico disabituato a questi repentini scantonamenti dai binari della tradizione.

Un altro aspetto apparentemente discutibile nell’interpretazione del giovane direttore inglese era costituito dalle riprese dei temi che, in totale assenza di intenzioni e di sfumature, apparivano più che altro mere ripetizioni. Carenza di approfondimento "tematico" o volontà antiretorica? Una possibile risposta si avrà poco dopo, con l’ascolto dei movimenti successivi. Il secondo, ad esempio, veniva attaccato con leggerezza quasi danzante, e permetteva ulteriori riflessioni. Harding sembra avere un vero e proprio horror vacui, che lo porta ad abolire quasi completamente il senso di pausa, di interruzione e di caduta di tensione nel discorso musicale. Il suo procedere per elementi estremi, con particolare enfasi sulla linea tematica principale e su quella degli archi gravi, lo allontana tuttavia da una visione unitaria e narrativa dell’opera che nella sua lettura sembra non possedere un proprio sviluppo immanente. Tale impostazione si rivela alquanto problematica se applicata ad una sinfonia come la Quinta la cui costituzione formale si sviluppa diacronicamente attraverso la progressiva trasformazione tematica e armonica nel corso dei quattro movimenti (da do minore a do maggiore).

Ma forse proprio questa tensione verso l’individuazione delle Grundgestalten più profonde e scarnificate, al di là dello stesso procedere della logica musicale, fa parte di un nuovo approccio alla musica di Beethoven, atto a spostarne il baricentro strutturale e di conseguenza l’angolazione ricettiva. E’ curioso assistere oggi ad un così vasto ventaglio di ipotesi interpretative che va dall’anacronistica assimilazione al neoclassicismo restauratore a questi coraggiosi tentativi di attualizzarne e ravvivarne i significati. Non nascondiamo di preferire questi ultimi, ritenendo che proprio un simile atteggiamento debba essere messo in opera da interpreti come Harding che dimostrano una disincantata noncuranza delle convenzioni e della tradizione. In questo si dimostra coraggioso: possiede un indubbio talento, un’orchestra eccellente che conosce molto bene, un gesto essenziale ed efficace che ricorda in egual misura i suoi due autorevoli tutors, Simon Rattle e Claudio Abbado. Potrebbe quindi limitarsi a dirigere con attenzione e parsimonia e gestire in tutta sicurezza la costruzione di una grande carriera senza turbare troppo le abitudini delle signore abbonate alle stagioni filarmoniche. Per fortuna invece ha molte idee, magari eccentriche e anche discutibili, ma le ha e riesce a comunicarle con forza ed entusiasmo. Come negli ultimi due tempi di questa inusuale Quinta Sinfonia che dimostravano maggiore approfondimento e ci permettevano di mettere a fuoco ulteriormente la sua interpretazione. Harding attaccava il terzo movimento con spirito quasi mozartiano, proseguiva dettando all’orchestra un inarrestabile continuum senza pause al punto da far percepire in modo ancor più naturale l’ideale continuità tra terzo e quarto movimento, peraltro prescritta dallo stesso Beethoven. Anche qui Harding procedeva per eliminazione, scarnificando sempre più il suono fino a raggiungere lo scheletro della partitura, non la sua essenza ultima, ma proprio la sua struttura portante, giungendo ad una lettura che definiremo "razionalista" che aboliva di colpo e finalmente tutte le sovrastrutture ideologiche, psicologiche e mitologiche depositate nel celeberrimo brano in quasi duecento anni.

Il pubblico ha dimostrato di apprezzare anche quest’ultima parte del concerto, applaudendo calorosamente i componenti della giovanissima orchestra ed il loro altrettanto giovane direttore.

Daniela Goldoni

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