SCHUBERT: Sinfonia n.8 in Si minore Incompiuta
BEETHOVEN: Sinfonia n.3 in Mi bemolle maggiore Eroica

Orchestra del XVIII Secolo
Frans Bruggen, direttore

Bologna, Auditorium Manzoni

Chi conosce le stagioni di Bologna Festival sa che è oramai consuetudine della direzione artistica invitare interpreti e orchestre che suonano su strumenti d’epoca e con organici ridotti. Sempre più spesso queste formazioni affrontano anche il repertorio romantico ed il loro stile esecutivo ha ormai influenzato anche la concertazione di molte orchestre tradizionali, apportando profonde novità interpretative e cambiando il modo di recepire anche i brani musicali più famosi.

Nella nostra società occidentale, in cui si è instaurata una cultura rivolta alla conservazione, allo studio ed alla contemplazione del passato, è indispensabile che si cerchi il più possibile di evitare una "museificazione", una cristallizzazione del modo di recepire la produzione artistica. La musica, rispetto alle altre arti, necessita necessita dell’interprete/mediatore e possiede dunque uno strumento in più per "attualizzare" una composizione. Le esecuzioni con strumenti originali o improntate a questo stile incontrano ancora l’ostilità di coloro che rimangono legati ad un’estetica del bello. Queste nuove esecuzioni mettono sopratutto in crisi quell’aura quasi sacrale che molte composizioni hanno acquisito con una concezione interpretativa di discendenza wagneriana che tendeva a gonfiare l’organico orchestrale e ad assumere il brano come emanazione e vaticinio dello spirito del compositore. Non si vuole con questo condannare questo tipo di approccio interpretativo (anch’esso è frutto di una tradizione ed è riflesso dei tempi), ma è palese che si sia prodotto un appiattimento dei contrasti tra gli stili musicali anche di epoche diverse ed una sorta di riduzione ad un minimo comun denominatore dei diversi modi possibili con i quali si può affrontare l’esecuzione di una composizione.

Le interpretazioni "filologiche" minano le certezze acquisite negli ascolti precedenti: cambia il suono, il fraseggio ed anche il parametro dell’impeccabilità dell’esecuzione, che ora viene messa in discussione dal controllo a volte precario di molti strumenti antichi.

L’estetica romantica, nel senso più comune e banale del termine, ha ancora una decisiva influenza sulla cultura artistica contemporanea. In Italia, più che in altri paesi europei, questa visione sopravvive, probabilmente a causa di un base culturale che affonda le proprie radici nell’idealismo crociano. Ed è forse anche per questo che nel nostro paese non sono ancora nate orchestre che si discstino dai canoni tradizionali (a parte alcune formazioni da camera specializzate in musica antica e barocca).

L’olandese Frans Bruggen è stato, verso la metà degli anni Sessanta, uno dei pionieri delle nuove tendenze interpretative che, inizialmente, prendevano le mosse da una pretesa di recupero filologico delle antiche prassi esecutive. Al pari dei suoi illustri colleghi come Nikolaus Harnoncourt, Sijiswald Kujiken, Gustav Leonhardt, anche Bruggen ha fondato una sua orchestra che è attiva oramai da circa vent’anni, con un repertorio che spazia dal Barocco a Schubert e Mendelssohn.

Come accade per molte formazioni di questo tipo, il suono scabro, ovviamente privo di vibrato, dell’Orchestra del XVIII Secolo mette in luce dettagli altrimenti poco udibili, specialmente nel settore dei legni. Questa caratteristica è stata uno dei punti di forza dell’esecuzione della Ottava Sinfonia "Incompiuta" di Franz Schubert a cui Brüggen ha anche restituito una tensione che spesso viene ammorbidita dalla visione Biedermeier che ancora grava sul compositore austriaco.

Il direttore olandese ha molta cura del fraseggio, ma nel complesso si ha però l’impressione di una frammentazione, una mancanza di fluidità, determinata anche da alcuni tempi piuttosto lenti, che ha lasciato qualche perplessità soprattutto nell’esecuzione della Terza Sinfonia "Eroica" di Ludwig van Beethoven. Laddove il discorso musicale si faceva più serrato, come nella marcia funebre, riemergeva invece un maggiore controllo della visione d’insieme.

Benché vi sia stato qualche dubbio sull’approccio interpretativo, il pubblico ha dimostrato di aver apprezzato una proposta che presuppone un cambiamento di prospettiva. Oltre al buon esito del concerto, vi è stata anche la soddisfazione per aver goduto di un nuovo spazio per la musica: con la ristrutturazione ad auditorium dell’ex cinema teatro Manzoni, infatti, Bologna può contare su una nuova sala di 1200 posti che, grazie ad accorgimenti quali il rivestimento in legno e in fibra di vetro, ha dimostrato di possedere un’ottima acustica.

Gianfranco Marangoni

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