BEETHOVEN
Missa Solemnis op.123

Simone Kermes, soprano
Daniela Sindram, contralto
John Taylor, tenore
Maurizio Muraro, basso
Balthasar-Neumann-Orchester und Chor
Thomas Hengelbrock, direttore

Bologna, Chiesa S. Maria dei Servi

Dopo aver assistito due anni fa ad una magnifica esecuzione della Creazione di Haydn con il Balthazar-Neumann-Ensemble und Chor diretto da Thomas Hengelbrock, si attendeva con vivo interesse il ritorno dello stesso complesso con in programma l’impervia Missa Solemnis di Beethoven.

Di questa composizione si è scritto molto cercando di capire il rapporto che il compositore di Bonn aveva nei confronti del credo religioso. Tante dunque le congetture scaturite dai vari studi: dall’interpretazione dei suoi scritti e dalle testimonianze dell’epoca emerge a volte un’atteggiamento filosofico laico e razionale, molto simile a quello di un pensatore illuminista; altre volte invece le frasi di profonda devozione nei confronti di Dio e del creato – con la stessa predisposizione intellettuale che, per intenderci, si ritrova nella Sesta Sinfonia - fanno pensare ad una personalità fervidamente credente ed ortodossa.

Beethoven sentiva comunque da tempo la necessità di affrontare la trasposizione in musica del testo della messa, ancor prima che l’elezione ad arcivescovo di Olmütz dell’arciduca Rodolfo gliene desse l’occasione. Il desiderio nasceva da una esigenza personale di chiarire a sé stesso i suoi rapporti con la fede. Tuttavia, il modo in cui il compositore ha affrontato la "parola" trasmessa dalla Chiesa Cattolica, dando rilievo a certe frasi anziché ad altre, ci inducono ad affermare che l’atteggiamento personale nei confronti della fede era quasi totalmente avulso da indottrinamenti ecclesiastici. D’altra parte, anche la sua cultura generale derivava quasi esclusivamente da una formazione autodidatta, cosa che, sebbene gli causasse non poche lacune, lo preservava dal cadere in luoghi comuni e contribuiva ad una interpretazione dei testi lontana dalle convenzioni sociali.

Il carattere irrequieto e stilisticamente mutevole dell’intera composizione deriva principalmente dall’ossessione di rendere evidente il senso delle parole o, meglio, delle singole frasi. Soprattutto nell’ultimo periodo, infatti, il compositore era convinto della possibilità della musica di esprimere concetti precisi. Da qui deriva l’adozione di differenti stili e forme musicali che fanno della Missa Solemnis una composizione assai poco adatta alla funzione liturgica.

In particolare la diversità di stili provoca una disomogeneità che è particolarmente evidente tra la prima parte (Kyrie, Gloria, Credo) e la seconda (Sanctus, Benedictus, Agnus Dei). In fin dei conti è lecito affermare che l’intera composizione mantiene una sua coerenza solo grazie alla forte personalità del compositore che ha operato un’assidua ricerca sul senso di ogni singola frase.

Thomas Hengelbrock non si è preoccupato troppo di cercare delle risposte e dare una sua visione dell’atteggiamento del compositore nei riguardi della religione e della Chiesa, né tantomeno ha tentato di darne una lettura trascendente, come troppo spesso è accaduto in passato con esecuzioni che sacrificavano gli aspetti più puramente musicali.

L’attenzione del direttore tedesco si è concentrata invece sull’accentuazione dei contrasti tra le innumerevoli sezioni che Beethoven ha creato sul testo della messa, ottenendo una resa sonora complessiva come raramente abbiamo ascoltato.

L’altissimo livello tecnico esecutivo del Balthasar-Neumann-Ensemble e soprattutto del Balthasar-Neumann-Chor ha permesso di restituire una grande limpidezza ad una partitura di eccezionale difficoltà. In particolare le varie fughe che costellano il Gloria e il Credo sono state eseguite con grande forza e accuratezza ottenendo un risultato assolutamente travolgente. Anche la distanza stilistica tra la prima e la seconda parte della Missa è stata messa in risalto dalla drammaticità di impronta quasi teatrale con cui coro e solisti hanno reso gli episodi più "terreni", quali il Benedictus e l’Agnus Dei, dove le grandi affermazioni di fede, caratteristiche della prima parte, lasciano il posto a pagine di umanissima supplica e meditazione.

E’ doveroso inoltre sottolineare anche l’esecuzione del superbo quartetto di solisti che, senza compromettere la stretta intesa con il coro, ha saputo rendere incisivo ogni suo intervento raggiungendo un elevato livello di precisione esecutiva, venendo a capo dell’impervia scrittura vocale beethoveniana. Particolarmente espressiva il soprano Simone Kermes, già ascoltata nella Creazione, ed il tenore James Taylor che, chiamato all’ultimo momento a sostituire Will Hartmann, si è inserito senza difficoltà nei delicati equilibri della concertazione.

Gianfranco Marangoni

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