Bologna Festival 2004
Il nuovo, l’antico
Dalla notte romantica alla nuova musica

Balthasar-Neumann-Chor
Thomas Hengelbrock, direttore

Bologna, Chiesa di S. Giorgio in Poggiale

Un programma senz’altro eterogeneo come quello presentato dal Balthasar-Neumann-Chor nell’ambito di Bologna Festival 2004 non può non suscitare molteplici riflessioni, a partire proprio dalla sua impaginazione. Durante la prima parte, quieta e borghese, ci si sentiva per una sera invitati a "Casa Hengelbrock" ad ascoltare quanto sono cordiali i numerosi membri del suo entourage impegnati in piccoli cori brahmsiani e lieder della signora Schumann accompagnati dalla aggraziata arpista Cristiana Passerini, che si esibiva anche da sola in una Sèrénade mélancolique di Alphonse Hasselmans (1845-1912), sorta di standard sospiroso per fanciulle fidanzate con l’uomo sbagliato. Il filo conduttore era la notte romantica, che veniva però messa subito in discussione da un lavoro straussiano del 1897, Der Abend, su testo di Friedrich Schiller, connotato da un esordio dirompente cui fa seguito una trattazione del coro nei modi di una grande orchestra, quasi a delineare un poema sinfonico per coro, sottoposto a prove durissime sia sul piano della dinamica che dell’intonazione.

La seconda parte offriva due ascolti di eccezionale interesse: il salmo 130 di Arnold Schönberg, De profundis (1950), ultima opera del compositore viennese, e il Lux Aeterna di György Ligeti (1966). Il divario di pathos, qualità compositiva, coinvolgimento mentale tra le due parti non poteva essere più marcato. In particolare il Lux Aeterna veniva preceduto e seguito dall’ Agnus dei dalla Missa brevis di Giovanni Pierluigi da Palestrina, un accostamento solo in apparenza eccentrico, in realtà illuminante. Noi abbiamo voluto leggerci una dichiarazione di manifesta grandezza della scrittura per coro a cappella rinascimentale e novecentesca rispetto ad ogni altra epoca storica. Impressione confortata dalla grandezza del lavoro schönberghiano, di rarissimo ascolto, crediamo anche per le difficoltà di esecuzione. Il salmo 130 De profundis clamavi avrebbe dovuto far parte di una trilogia corale (opus 50) che nei progetti di Schönberg doveva coronare la sua attività compositiva riallacciandosi alla complessa coralità drammatica ed etica del Moses und Aron. Tuttavia questo De profundis trova la sua forza espressiva nella semplicità di una polifonia arcaica quasi modale cui si sovrappongono e si intrecciano sezioni parlate secondo una tecnica di grande effetto emotivo già elaborata nella scena del roveto nel primo atto di Moses und Aron.

Un secondo ordine di riflessioni viene dall’idea di "voce umana", così come esce da questo eccezionale gruppo di interpreti che è il Balthasar-Neumann-Chor. Ascoltandoli passare con naturalezza dal repertorio romantico al più alto repertorio novecentesco viene da pensare che in fondo la "voce" è il più perfetto degli "strumenti originali", se accompagnato dal rigore stilistico e dalla grande libertà di pensiero garantita dall’eccellenza di questa compagine corale. Il Balthasar-Neumann-Chor ha una personalità unica, connotata da una forza di suono formidabile. I suoi pianissimi, ad esempio, che pure sono di una leggerezza astrale, hanno sempre una consistenza quasi tangibile. Tutte le sezioni riescono poi a sviluppare dinamiche estreme con una velocità sorprendente, non deviando mai da una perfetta timbratura. Il Lux Aeterna, opera che dovrebbe essere ascoltata solo dal vivo, ha rivelato innumerevoli pieghe nascoste, altrimenti impercettibili. La fragilità delle singole voci femminili disperse nel vuoto dava l’impressione di un coro di morti alla ricerca di se stessi, trasmettendo un’idea della fine laica e tormentata. L’angoscia suscitata dal testo non annullava però lo stupore di fronte a questo monumento della capacità compositiva contemporanea, e veniva alla fine stemperata dalla ripresa dell’Agnus Dei di Palestrina, rasserenante nel suo perfetto equilibrio. L’accostamento tra Schönberg e Ligeti, uniti nella riflessione sulla morte, metteva a nudo in pochi attimi la durezza della condizione umana espressa ai massimi livelli dai più grandi artisti del Novecento, con la capacità di comunicazione diretta al cuore e al cervello che è propria della grande musica.

Thomas Hengelbrock, che già ci aveva impressionati negli anni precedenti con Haydn e Beethoven, ha dimostrato una volta di più di essere un grande direttore, capace di aprire nuove prospettive in ogni opera proposta, con grande duttilità di pensiero. Non ci resta da sperare che torni a Bologna, che sembra ormai essere la sua meta d’elezione in Italia.

Daniela Goldoni

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