MONTEVERDI Claudio
Il ritorno di Ulisse in patria
Tragedia di lieto fine di Giacomo Badoaro

Maestro concertatore e Direttore: Ottavio Dantone
Accademia Bizantina
Coro Costanzo Porta
Maestro del coro: Antonio Greco
Regia: Adrian Noble ripresa da Elsa Rooke
Scene e costumi: Anthony Ward
Luci: Jean Kalman
Coreogra

Reggio Emilia, Teatro Municipale Valli, 7 gennaio 2005

Personaggi e interpreti
L'umana fragilità: Roberto Balconi
Il tempo: Paolo Buttol
La fortuna: Roberta Invernizzi
Amore: Sara Allegretta
Giove: Riccardo Novaro
Nettuno: Paolo Buttol
Minerva: Roberta Invernizzi
Giunone: Sara Allegretta
Ulisse: Furio Zanasi
Penelope: Sonia Prina
Telemaco: Luca Dordolo
Antinoo: Sergio Foresti
Pisandro: Roberto Balconi
Anfinomo: Josè Daniel Ramirez
Eurimaco: Sakurada Makoto
Melanto: Paola Quagliata
Eumete: Mario Cecchetti
Iro: Gianluca Zoccatelli
Ericlea: Elena Traversi
Feacio I: Roberto Balconi
Feacio II: Josè Daniel Ramirez
Feacio III: Sergio Foresti

Allestimento del Festival Internazionale di Arte Lirica e dell'Accademia Europea di musica di Aix-en-Provence in collaborazione con la Città di Bordeaux, Opera di Bordeaux, l'Opéra di Lausanne, L'Opéra Comique, il Teatro di Caen. Coproduzione del Teatro A. Ponchielli di Cremona, Teatro Grande di Brescia, Teatro Sociale di Como, Teatro Fraschini di Pavia, Teatro Petruzzelli di Bari, Teatro Comunale di Ferrara, Teatro Dante Alighieri di Ravenna, I Teatri di Reggio Emilia.

Le opere di Claudio Monteverdi vengono messe in scena troppo raramente in Italia, così ogni allestimento che proceda nel percorso interpretativo dei suoi capolavori teatrali è benvenuto. Il ritorno di Ulisse in patria, penultima opera di Monteverdi, composta a Venezia negli ultimi anni di vita del maestro, è un infinito repertorio di invenzioni, situazioni, affetti, un manifesto della fantasia governata dal rigore, una rappresentazione del mito che si rivela mutevole e sfaccettato come la vita stessa, e i suoi innumerevoli casi. Dei, semidei e uomini, dal sommo Giove all’infimo Iro, trovano spazio e identità in questa vicenda, sempre delineati con nettezza e necessità assolute dall’invenzione musicale. E’ un testo infinito e inesauribile, ma difficile. Difficile e delicato, da rispettare ma anche da mettere alla prova, avendone il coraggio. Coraggio che è mancato da parte di molti.

La parte scenica è, a nostro parere, la maggiore responsabile di una lettura globalmente incolore. I personaggi sono abbandonati a se stessi, limitati da una gestualità convenzionale, buona per tutte le occasioni, da movimenti scenici inefficaci e convenzionali che troppo spesso lasciano i protagonisti in un vuoto di idee che si risolleva solo grazie alle intrinseche, forti personalità di alcuni interpreti. La parola, che dovrebbe fornire una delle chiavi di lettura primarie dell’opera, spesso si perde perché gravata da sovrastrutture registiche che la relegano in secondo piano, rispetto a movimenti scenici quasi mai necessari.

La scena è di sconfortante bruttezza: tre muri inespressivi, nemici di ogni senso della proporzione, delimitano una spazio sabbioso rossastro, il mondo degli uomini. Il mondo degli dei è più vivace, con una serie di quinte luminose formate da fili a fibra ottica. I costumi sono generalmente brutti, e di varia umanità: dee plissettate, proci vestiti da Re Magi, feaci in maglia a righe da marinaio normanno, molti in pigiama, ragazze molto magre in pantaloni orientali e microbustini, Penelope in nero e scialle, Nettuno avvolto in un tendone arricciato azzurro mare. Il più elegante è il nudo integrale di Roberto Balconi, Umana Fragilità nel prologo. La lettura musicale che ne dà Ottavio Dantone, alla guida dell’Accademia Bizantina, si mostra leggera, trasparente, elegante ma scevra di quei colori, mutamenti, sorprese che la partitura e le innumerevoli situazioni e sentimenti che contiene e suggerisce forse richiederebbero, e che ritroviamo felicemente solo nella seconda parte, più corale e scintillante. La prima, di carattere più intimo, scorre senza particolari accensioni e illuminazioni, ravvivata solo dalla forza di alcuni interpreti. Tra tutti Sonia Prina, Penelope giovane, nevrotica, autorevole, asciutta, la cui voce aspra e profonda contrasta con la figura esile, minuta, bianca e nera come una dark con frangetta e una piccola coda di cavallo. Delinea un personaggio sicuramente affascinante, forte, neppure scalfito dalle profferte dei proci. Furio Zanasi, Ulisse, ha cantato pur avendo problemi alla gola. Ce ne dispiace, perché Zanasi si pone tra i più autorevoli interpreti monteverdiani del momento. Pur tra le difficoltà è riuscito a restituire con sensibilità le innumerevoli sfumature del suo personaggio. Per il resto la locandina di Ulisse è un vero puzzle in cui numerosi interpreti (sedici) sono tutti responsabili della riuscita dell’opera. Non esistono ruoli in ombra, sono tutti ugualmente protagonisti.

Il cast di questa edizione si è rivelato corretto dal punto di vista musicale e cauto nell’approccio stilistico. Solo in alcuni casi le voci erano troppo piccole e udibili con difficoltà, anche perché spesso relegate in fondo alla scena. In generale sembrava però mancare una completa interiorizzazione dei personaggi, la cui resa raramente si svincolava dal puro rispetto formale della parte. L’età media del cast, sono tutti giovani, promette però una crescita nei prossimi mesi, in cui l’allestimento sarò ospitato da molti altri teatri. Avranno così il tempo di scavare e approfondire. Per il momento ci hanno offerto una lettura comunque interessante, un punto di vista sicuramente rispettabile, una esperienza da accumulare nella speranza che in futuro il repertorio monteverdiano diventi sempre più frequentato e consueto.

Daniela Goldoni

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