MOZART
Die Zauberflöte

Mahler Chamber Orchestra
Festspielchor Baden-Baden
Maestro concertatore e direttore Claudio Abbado

Reggio Emilia, Teatro Valli, 20 aprile 2005

Sarastro Matti Salminen
Tamino Christoph Strehl
Pamina Rachel Harnisch
Papagneno Nicola Ulivieri
Papagena Julia Kleiter
Königin der Nacht Ingrid Kaiserfeld
Erste Dame Caroline Stein
Zweite Dame Heidi Zehender
Dritte Dame Anne-Carolyn Schlüter
Sprecher Georg Zappenfeld
Monostatos Kurt Azesberger
Drei Knaben Solisti del Tölzer Knabenchor
Erster Priester Andreas Bauer
Zweiter Priester Danilo Formaggia
Dritter Priester Tobias Beyer
Erster Geharnischter Mann Danilo Formaggia
Zweiter Geharnischter Mann Sascha Boris
Drei Sklaven Matthias Bernhold, Martin Olbertz, Tobias Beyer

Regia Daniele Abbado
Regista collaboratore Boris Streka
Scene Graziano Gregori
Costumi Carla Teti
Luci Guido Levi
Movimenti scenografici Alessandra Sini

Pamina: Er ist’s! (E’ lui!)
Tamino: Sie ist’s! (E’ lei!)
Pamina: Ich glaub’ es kaum! (Lo credo appena!)
Tamino: Es ist kein Traum! (Non è un sogno!)

Secondo il vocabolario della lingua italiana Devoto-Oli, il verbo "demistificare" indica "un procedimento diretto a liberare l’intelletto da pregiudizi, luoghi comuni, acquiescenze mentali e sociali". Questa definizione si adatta perfettamente anche alla recente produzione del Flauto Magico di Mozart diretto da Claudio Abbado con la regia del figlio Daniele andata in scena nei giorni scorsi a Reggio Emilia e Ferrara. Negli ultimi anni Abbado ci ha abituati ad interpretazioni sempre più essenziali, nervose, moderne tanto che, più l’opera che sceglie di dirigere si presenta carica di ideologie posticce e superflue, quanto più risulta meritoria ed efficace la sua lettura. Questa caratteristica l’abbiamo più volte apprezzata per Wagner (Tristan e Parsifal a Salisburgo), per il Don Giovanni a Ferrara nel 1997 e, in campo sinfonico, per i celebratissimi Beethoven e Mahler. Questo Flauto Magico rappresenta una sorta di sigillo e di ulteriore approfondimento di uno stile di fare musica che è anche un esempio di vita da parte di questo musicista straordinario il cui senso critico si traduce ogni volta in interpretazioni dirette e comprensibili eppure sempre originalissime.

Il senso, non solo musicale ma più specifacamente drammatico-musicale, di questa produzione si percepiva fin dall’ouverture: i tempi erano assai rapidi ma non frenetici, gli archi della Mahler Chamber Orchestra facevano pochissimo uso del vibrato favorendo una trasparenza timbrica suggestiva e quasi pulsante nelle varie entrate del fugato. Gli stessi tre accordi iniziali risultavano svuotati della solita monumentale solennità per divenire cornice narrativa, segnale discreto dell’inizio della fiaba. Tutta la direzione di Abbado era tesa a favorive l’evidenza, la chiarezza, la linearità di un percorso musicale sempre di incantevole bellezza e sempre rivolto all’azione scenica e allo sviluppo della fabula. Per ottenere questi risultati di trasparenza timbrica il maestro si è avvalso ancora una volta di quella che forse è la sua creatura più cara, quella Mahler Chamber Orchestra ricca di giovani musicisti che riescono a calarsi nella logica del zusammenmusiziren e soprattutto nella prospettiva di un’orchestra intesa come ensemble di musica da camera allargato. Abbiamo ascoltato davvero tutta la partitura restituita con una luminosità senza eguali che dava risalto ad ogni profilo tematico così come ad ogni richiamo contrappuntistico (esemplare in questo senso la fuga "bachiana" del finale secondo).

Ma la demistificazione che, come era giusto, scaturiva dalla musica, coinvolgeva anche e soprattutto gli aspetti ideologici e mitologici sedimentati su quest’opera da oltre due secoli. Sicché le arcane valenze simboliche sembravano sgretolarsi man mano che procedeva l’azione per lasciare il posto all’evidenza del racconto scenico sostenuto dalla chiarezza della musica ma anche da una scena scarna in cui il movimento era preponderante rispetto alla ieratica staticità. Anche i templi e le simbologie massoniche erano ridotti a semplici fasci di luce, a richiami scenici minimali o puramente descrittivi; l’azione risiedeva nella musica di Mozart e il palcoscenico traduceva ciò che la musica raccontava: bene e male, luce e tenebre, amore e odio. In definitiva un Flauto Magico per tutti e non solo per iniziati.

Essenziale la direzione di Abbado padre, essenziale la regia di Abbado figlio in un progetto palesemente chiaro, leggibile e coerente, assecondato dalle ottime scene, anch’esse assai scarne, di Graziano Gregori, dall’ottimo lavoro delle luci di Guido Levi e dai costumi di Carla Teti. Proprio la semplicità è parsa la cifra più evidente di questo spettcolo raro, realizzato con mezzi scenici ridotti ma suggestivi che, a dispetto della forma macchinosa del Singspiel e del libretto incoerente e misogino di Schkaneder, si muoveva con fluidità e sincronismo ma nello stesso tempo si piegava a quel senso dell’immaginario e del fiabesco che ne è la cifra più spontanea e originale.

Tuttavia non si è trattato solo di una operazione demistificatoria ma anche di traduzione e di attualizzazione di un mondo fantastico, certo scomparso e forse irripetibile. L’intuizione è stata allora quella di aver dato voce e rilevanza a quell’unico elemento che non è più ulteriormente riducibile, che non può essere eliminato perché costituisce l’essenza primaria di quest’opera e, in fondo, la sua ragione d’essere e cioè il mistero forse più grande e comune a tutte le civiltà e a tutte le favole: il mistero dell’amore, di quello autentico, che nelle opere arriva guardando un ritratto e nella vita reale incontrando lo sguardo di una persona.

Riducendo e smantellando tutto l’apparato mistico e simbolico resta dunque solo l’amore, fondamento e principio di ogni azione umana. E proprio su questo aspetto Claudio e Daniele Abbado hanno saputo indirizzare la loro linea interpretativa realizzando un autentico capolavoro d’insieme riportando il senso dell’opera mozartiana al suo significato più profondo. In tutto il secondo atto e in particolare nel finale che si apre con il "canto dei due uomini in armi" si realizzava l’autentico ribaltamento che va al di là della demistificazione e costruisce invece una prospettiva nuova: si passa cioè dall’ideologia mistico-iniziatica alla vicenda più profondamente umana della ricerca dell’amore autentico, sicché le prove terribili dei due amanti Pamina e Tamino rispecchiavano più le angoscie e i dolori quotidiani che deve affrontare chi ama davvero, piuttosto che il cammino guidato dagli idei di due figli della luce in odore di sapienza assoluta. E per la prima volta ci siamo sentiti umanamente coinvolti e vicini ai due innamorati del Flauto Magico, poiché, a dispetto di tutte le costruzioni para-massoniche, è l’amore per Pamina che spinge Tamino ad effettuare le prove e a mettere in gioco se stesso come uomo e come innamorato.

Di conseguenza anche Papageno perdeva la sua consueta simbologia ornitologica, mantenendo solo un richiamo alle piume in una manica. Il suo percorsco d’amore, diverso ma parallelo rispetto a quello della coppia nobile, lo conduceva alla sua Papagena con una umanità semplice ed immediata. Figlio di quella humanitas proto-borghese, il cui linguaggio Beethoven cercava ancora di fare proprio, Papageno rifiutava le iniziazioni di Sarastro, per seguire una via personale anch’essa ricca di prove che lo porterà a riconoscere la sua compagna.

Bravissimi i cantanti, tutti molto giovani, che hanno sostenuto questo progetto con entusiasmo risultando complessivamente credibili sia vocalmente che scenicamente. Qualche incertezza per Ingrid Kaiserfel nella prima aria della Regina della Notte, ampiamente riscattata dalla seconda; Rachel Harnisch ha tratteggiato una Pamina come raramente abbiamo ascoltato dalla voce chiara ed eterea ma molto attenta alle sfumature psicologiche di un personaggio difficile, mentre Christoph Strehl come Tamino si è fatto apprezzare per la sicurezza nel fraseggio e per il timbro caldo e appassionato; Matti Salminen (Sarastro) il più anziano del cast confermava una voce ancora intatta e sicura, mentre un meritato successo personale otteneva Nicola Ulivieri, unico italiano, Pagageno umanissimo e spontaneo. Bravi e belli tutti gli altri, uniti insieme, buoni e cattivi, nel coro finale per celebrare il trionfo dell'amore... anche sulla ragione.

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