HANDEL, Georg Friedrich
Messiah

Balthasar Neumann Chor
Balthasar Neumann Ensemble
Thomas Hengelbrock

Modena, Teatro Comunale, 11 dicembre 2005

Ci sono infiniti modi di interpretare un capolavoro di lungo corso come il Messiah di Georg Friedrich Händel, tanti quanti i diversi significati che hanno investito quest’opera nel corso dei secoli, e tanti quanti ne sono giunti fino a noi attraverso le numerose edizioni discografiche di cui abbiamo testimonianza. A nostro parere una delle evoluzioni più radicali risale agli ultimi trent’anni, che hanno visto una sensibile riduzione dell’organico corale ed orchestrale, il recupero degli strumenti originali, e la progressiva spoliazione da tutte le sovrastrutture patriottiche, trionfalistiche, celebrative che bene o male si associavano a quest’opera.

Le ultime interpretazioni dell’oratorio händeliano si rivelano tutte, per motivi diversi, illuminanti, nuove, portatrici di chiavi di lettura che aggiungono sempre qualcosa in più, spesso paradossalmente per "sottrazione", a questo infinito repertorio di invenzioni che è il Messiah.

Tra queste la lettura di Thomas Hengelbrock e del Balthasar Neumann Chor e Ensemble, a nostro parere, ha un posto di primo piano.

Vale come premessa il fatto che Hengelbrock può contare su uno dei complessi corali e orchestrali più interessanti del momento, naturalmente inclini ad affrontare partiture grandiose, anche di epoche diverse, con una naturalezza e una pertinenza stilistica veramente ammirevoli. Ricordiamo in anni recenti le loro esecuzioni al Bologna Festival della Creazione di Franz Joseph Haydn, e della Missa Solemnis Di Ludwig van Beethoven. Su queste solide basi Hengelbrock inserisce una variante nuova: utilizza gran parte dei suoi coristi/solisti per interpretare le parti dei soli. In questo modo ottiene diversi risultati interessanti: lavora minuziosamente sul testo scritto, suddividendo la responsabilità del lavoro tra varie e diverse personalità di interpreti, scelti per le loro caratteristiche vocali ma anche di "temperamento". Si assiste così a una serie di recitativi ed ariosi restituiti con passione per il testo scritto, e cura per la resa drammatica, ricevendo l’impressione che nulla sia affidato al caso, o alla routine. Il fatto poi che i solisti tornino nel coro crea un legame stretto tra la personalità drammatica dell’intero coro, che è anche qui, come in tutti gli oratori handeliani, protagonista della vicenda, e il loro ruolo di narratori. Lo spirito della narrazione è infatti, a nostro parere, quello che più di ogni altro investe questo Messiah, ricondotto alla sua funzione di racconto della "storia" di Gesù. E’ stupefacente, ad esempio, il cambio di atmosfera tra la prima parte, quella relativa alla profezia e alla nascita, rispetto alla seconda, la sofferenza e la Passione, e alla terza, la Resurrezione e la rivelazione della parola di Cristo. Coro e orchestra mutano addirittura il suono, sereno e rassicurante nella prima parte, cupo, violento, e quasi cattivo nella seconda, miracoloso per compattezza e capacità di sostenere le grandi scene d’insieme nella terza, frutto di una sorprendente cura dell’equilibrio sonoro. Anche i tempi seguono il respiro della narrazione, rivelandosi così sempre "giusti", scevri da forzature meramente tese all’effetto.

Ne deriva una interpretazione asciutta, antiretorica, straordinariamente viva, senz’altro memorabile.

Daniela Goldoni

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