Johann Sebastian Bach
6 Concerti Brandeburghese BWV 1046-1051

Orchestra Mozart
Claudio Abbado, concertatore

Bologna, Teatro Manzoni, 14 aprile 2007

Interpreti:
Giuliano Carmignola, Raphael Christ, Lorenza Borrani, violini
Danusha Waskiewicz, Simone Jandl, Behrang Rasseghi, viole
Mario Brunello, Enrico Bronzi, Benoît Grenet, violoncelli
Rainer Zipperling, Sabina Colonna-Preti, viole da gamba
Jacques Zoon, flauto traverso
Michala Petri, Nikolaj Tarasov, flauti dolci
Victor Aviat, Lucas Macias Navarro, Guido Gualandi, oboi
Alessio Allegrini, Jonathan Williams, corni
Reinhold Friedrich, tromba
Ottavio Dantone, cembalo solo

L’etimologia del cognome "Abbado" è il termine ebraico "padre" e, per assonanza con il nostro linguaggio, richiama la parola "babbo"; e proprio un "babbo" abbiamo visto l’altra sera concertare i Sei Concerti Brandeburghesi di Johann Sebastian Bach al teatro Manzoni di Bologna con l’Orchestra Mozart. È un babbo moderno, quello che all’inizio della seconda parte del concerto si è seduto in un angolo del palcoscenico ad ascoltare i sette solisti che eseguivano il Sesto Brandeburghese; un babbo che viene dall’esperienza del femminismo e delle "nuove" famiglie, ben lontano dalla figura autoritaria descritta da Freud e dalla tradizione, che si avvicina sempre più alla mamma; un babbo che ascolta e guida, come noi tutti vorremo avere.

E Claudio Abbado sa ascoltare, intendendo per ascolto, come insegnava Luigi Nono, l’attenzione alle esperienze esterne e la capacità di trasformarle. La sensazioni più forte che si è avuta dal concerto bolognese è una sintesi tra la grande ricerca dell’Aufführungspraxis ed il fraseggio abbadiano: si notava una dialettica tra le sonorità aspre di alcuni strumenti d’epoca oculatamente sparsi per l’orchestra (ricordiamo che Giuliano Carmignola suonava uno Stradivari Baillot del 1732) e la leggerezza del discorso musicale. C’è ancora qualcosa della vecchia tradizione direttoriale nel modo in cui Abbado concerta: la trasparenza che caratterizza le esecuzioni barocche degli ultimi decenni è integrata in un progetto più ampio ed unitario che si percepiva nel modo tipico del direttore di dare continuità al fluire della musica. Ne è stato un esempio mirabile l’ultimo tempo del Primo Concerto in cui l’attacco di ogni refrain del minuetto era variato con abbellimenti che lo legavano al couplet, in modo che il gusto settecentesco per l’improvvisazione non fosse fine a se stesso, ma funzionale a rendere scorrevole il discorso.

"Concertare" allora per Abbado significa coordinare sia i timbri e le dinamiche che venivano variati per dosare gli equilibri sonori all’interno dell’orchestra, sia le diverse personalità di artisti che da sempre collaborano con Abbado e che anche questa volta hanno risposto al suo invito a ricoprire ruoli solistici. È risultato un dialogo i cui fili erano tenuti insieme da un gesto ancor più lieve del solito, che più delle altre volte si nascondeva e voleva essere solo al servizio della musica: sparito anche il podio, il maestro italiano si muoveva con naturalezza in uno spazio più ampio del consueto e quasi si confondeva con l’orchestra anche nei lunghi applausi finali.

Stefania Navacchia

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