Circolo della Musica Leopoldo Montanari
L. Couperin Suite in do min.
J. H. D’Anglebert Suite in sol min.
F. Couperin 21° ordre in mi min.
J. Ph. Rameau Suite in mi min.
N. P. Royer Suite in re min.

Christophe Rousset, clavicembalo

Imola, Teatro Comunale dell’Osservanza, 3 marzo 2008

Il teatro dell’Osservanza di Imola ha ospitato un concerto di grande interesse, sia per l’interprete, Christophe Rousset che raramente si esibisce da solo al clavicembalo, sia per il programma, una serie di suites ad opera dei più importanti compositori francesi a cavallo tra sei e settecento. Un secolo di musica sintetizzato attraverso uno strumento, il clavicembalo, e una forma musicale, la suite, grazie ad un interprete che trova nella chiarezza di lettura e nella capacità di storicizzare l’approccio ai vari autori una delle sue più spiccate caratteristiche.

Rousset è un musicista sensibile, autorevole, mai scontato e casuale nella scelta del repertorio, spesso ostico, per clavicembalo solo. Benchè sia ancora molto giovane, è quasi un veterano della riscoperta del repertorio barocco, cui lavora da almeno vent’anni. Il programma di questa serata comprende musiche di Louis Couperin (c. 1626 – 1661), Jean-Henri d'Anglebert (1629 – 1691), Francois Couperin (1668 – 1733), Jean-Philippe Rameau (1683 – 1764), Joseph-Nicolas-Pancrace Royer (1705 – 1755), eseguite in ordine cronologico. Non è un caso che la scelta riguardi esclusivamente delle suites, brani tra loro confrontabili, che mostrano chiaramente non solo l’abilità e la fantasia del compositore, ma anche il mutamento del gusto in un arco temporale che va dalla seconda metà del ‘600 alla prima metà del ‘700.

Rousset, con la sicurezza di chi non fa nulla per caso, affronta con impalpabile leggerezza le aeree ragnatele di Louis Couperin e con decisione i passaggi virtuosistici di D’Anglebert, mantenendo il distacco che queste composizioni, spesso molto speculative, a nostro parere richiedono, anche se lascia senza fiato la dolcezza con cui attacca le melodie delle allemandes.

Con Francois Couperin lo scenario musicale cambia radicalmente. Il suono è particolarmente delicato, la partitura mostra una tessitura musicale molto più ricca e articolata, incentrata sui toni acuti, richiedendo cascate di note che l’interprete risolve con infilate di suoni staccati e limpidi. Le danze, sebbene la scrittura musicale sia molto complessa, diventano più gradevoli ed orecchiabili, e l’abilità di Rousset sta nel privilegiare la linea melodica non compiacendosi o disperdendosi in innumerevoli abbellimenti, che peraltro esegue magistralmente. Si percepisce chiaramente che il gusto dell’epoca è cambiato rispetto ai precedenti autori, siamo infatti al debutto del XVIII secolo. Il clima diviene più affettuoso, i titoli che il compositore soleva dare ai brani dei suoi ordres tendono a ricreare un’atmosfera di evocazioni e di affetti restituiti con maggiore coinvolgimento, trovando per ogni piccolo brano una chiave di lettura speciale.

Lo scenario muta ancora più radicalmente quando esegue Rameau. Qui non solo cambia il gusto ma sembra addirittura cambiare lo strumento, siamo già chiaramente di fronte ad un’anticipazione di quelle che saranno le prime partiture per fortepiano. L’architettura musicale della suite è ancora più complessa e richiede grande capacità all’esecutore. Siamo al vertice del clavicembalismo francese ed al limite delle possibilità dello strumento. L’interpretazione di Rousset è magistrale, sempre attenta e misurata, eppure straordinariamente ricca di forza e di energia.

Il concerto si chiude con la Suite in re minore di Royer, tutta incentrata su abbellimenti estremi, eseguiti con semplicità disarmante.

I tre bis sono tutti di Royer, esempi di virtuosismo fine a se stesso che però Rousset esegue con molta ironia, così come è molto divertente quando annuncia la fine dei bis perché, mostrando al pubblico il volume di Royer, "di pezzi così non ce ne sono più".

Silvano Santandrea

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