Festival Anima Mundi
Ottava Edizione

Johannes Brahms: Sinfonie n.3 e n.4
Johann Sebastian Bach: Sei Concerti Brandeburghesi

Orchestre Révolutionnaire et Romantique
English Baroque Soloists

Pisa, 19 - 20 settembre 2008

Vi sono luoghi rari e privilegiati dove la musica, anche se distante nello spazio e nel tempo, sembra trovarsi magicamente a proprio agio. Il Festival "Anima Mundi" è nato nel 2001 sotto la direzione artistica del mai abbastanza rimpianto Sergio Sablich ed è organizzato dall'Opera della Primaziale Pisana, istituzione che sovrintende alla conservazione ed alla promozione culturale del complesso dei monumenti di Piazza del Duomo a Pisa, che è appunto uno di quei luoghi rari di cui si diceva. In uno degli scenari architettonici più suggestivi al mondo, si rinnova dunque da qualche anno una rassegna di concerti dove musica e architettura sembrano interagire sfidando la ben nota dicotomia hegeliana secondo cui le opere musicali e quelle architettoniche "appartengono a due ambiti dello spirito totalmente diversi. L'architettura eleva le sue colossali immagini che l'occhio contempla nelle loro forme simboliche e nella loro eterna immobilità, mentre il veloce e fuggitivo mondo dei suoni penetra subito, attraverso l'orecchio, nel profondo dell'anima". Lo stesso John Eliot Gardiner, dal 2006 direttore artistico della manifestazione pisana, introducendo lo scorso 19 Settembre la propria esecuzione della Terza e della Quarta Sinfonia di Brahms alla testa dell'Orchestre Revolutionnaire et Romantique, ha auspicato di voler ritrovare una perfetta simbiosi tra le costruzioni sonore brahmsiane e quelle degli architetti che hanno progettato la cattedrale pisana.

Proprio l'idea di "architettura sonora" sembra rispecchiare pienamente il Brahms di Gardiner. Il direttore inglese segue infatti una prospettiva che è al tempo stesso temporale e spaziale. La sua frequentazione con la musica dei Sei e Settecento, unita ad un atteggiamento intellettuale assai aperto, svolge un ruolo determinante nel restituirci un Brahms che guarda alla tradizione musicale tedesca nel suo intero divenire storico, da Schutz a Schumann, e che con essa dialoga in senso davvero ermeneutico. Un compositore capace di reinterpretare la propria tradizione musicale assumendone in toto i principi compositivi e coniugando tra loro i diversi modelli stilistici consegnatigli dalla storia. Il rigore strutturale derivato dalla polifonia e dal contrappunto, l'uso del tema con variazioni e della classica forma-sonata, costituiscono la premessa per la definizione del linguaggio musicale brahmsiano, un linguaggio così originale e rivolto al futuro, tale da poterlo considerare il vero precursore di Schoenberg e della sua scuola.

Questa visione "storicistica" di Brahms è la cifra più rimarchevole dell'interpretazione di Gardiner e costituisce un elemento di novità e di grande interesse che ci restituisce un compositore forse più "classico" che "romantico" e, proprio per questo, più attuale. Ci ha colpito soprattutto il fraseggio per nulla retorico, sostenuto da tempi piuttosto rapidi. Inoltre l'Orchestre Revolutionnaire et Romantique suona con strumenti d'epoca, utilizzando trombe e corni naturali, flauti di legno anziché di metallo, mentre gli archi adottano arcate leggere con pochissimo uso del vibrato. Proprio gli archi dettano le dinamiche espressive che sono tuttavia talmente trasparenti da lasciar emergere senza difficoltà per l'ascolto le altre sezioni strumentali: gli ottoni e soprattutto i legni, davvero affascinanti nell'Andante della Terza Sinfonia dove abbiamo colto suggestive sonorità organistiche.

Esemplare anche l'esecuzione dell'ultimo tempo della Quarta Sinfonia. Come è noto questo movimento è la riproposizione in chiave sinfonica di una Passacaglia il cui tema, costituito dai soli otto accordi iniziali, è l'adattamento del coro che conclude la cantata "Nach dir, Herr, verlanget mich" BWV 150 di Johann Sebastian Bach. Le continue variazioni cui Brahms sottopone questo motivo venivano espresse dall'Orchestre Revolutionnaire et Romantique seguendo un procedimento sia di progressiva fioritura melodica, sia di rigoroso respiro contrappuntistico di stampo chiaramente settecentesco, rendendo così evidente lo spessore storiografico ed insieme estetico di quest'opera.

Musica e architettura, dunque, non solo come congiunzione ideale di linguaggi artistici ma come frutto di concrete interazioni tra organizzazione temporale della materia sonora ed organizzazione degli spazi e dei materiali costruttivi, secondo un'aspirazione che lo stesso Gardiner stabilisce come una sorta di dichiarazione d'intenti per la sua collaborazione con l'istituzione pisana. Ricorda infatti di essere sempre stato affascinato dall'idea "di trovare il punto di intersezione fra l'architettura e la musica", definendo "un sogno" la possibilità di poter esplorare questo tema in un luogo come Pisa. A questo proposito è il caso di ricordare che il maestro inglese è stato tra i pionieri della riscoperta della musica rinascimentale veneziana, ed è dunque assai esperto nella gestione dei piani sonori. Egli riesce ad usare lo spazio acustico con rara sapienza artigianale derivata proprio dallo studio e dalla pratica esecutiva della musica dei Gabrieli e di Monteverdi. Qui è riuscito ad adattare le corpose sonorità orchestrali delle sinfonie di Brahms, destinate alle sale da concerto di fine Ottocento, ai plastici volumi con cui lo stile romanico pisano gareggiava in magnificenza con le coeve architetture veneziane.

Con l'esecuzione dei Sei Concerti Brandeburghesi eseguiti il giorno successivo con gli English Baroque Soloists, Gardiner ha confermato la propria autorevolezza come interprete bachiano. Anche in questo caso abbiamo assistito ad una originale quanto accattivante connubio tra musica e luoghi architettonici. I sei famosi concerti - esempio di varietà stilistica ed insieme compendio delle possibilità del genere concertistico settecentesco - sono stati infatti suddivisi in tre diversi momenti: rispettivamente presso il Camposanto, presso il Chiostro del Museo dell'Opera e presso la Cattedrale. Tale collocazione ha permesso una fruizione assai diversa dal consueto, soprattutto nelle prime due occasioni dove gli English Baroque Soloists hanno suonato in parti reali e senza direttore. Abbiamo così potuto ascoltare il Terzo ed il Quarto Concerto nella cornice di questo atipico cimitero-chiostro dominato dal colore bianco del marmo degli archi a sesto acuto e circondato da candidi sarcofagi. La brillantezza quasi virtuosistica del Quinto Concerto ed il carattere meditativo del Sesto hanno avuto come cornice inaspettata, e forse per questo ancor più suggestiva, il cortile del Museo dell'Opera della Primaziale, dove la famosa Torre incombeva da una prospettiva inusuale resa ancor più seducente da uno splendido tramonto. Gardiner tornava sul podio in Cattedrale per i due concerti che richiedono più ampio organico, cioè il Primo ed il Secondo. Abbiamo qui assistito ad un'autentica lezione di "prospettiva sonora". Sul tappeto contrappuntistico attraverso il quale Bach organizza il proprio discorso musicale in divenire, la concertazione di Gardiner alternava in evidenza le diverse sezioni strumentali e dunque i differenti caratteri timbrici. Era come se, da un unico punto di osservazione, il gioco della prospettiva ci proponesse la messa a fuoco di elementi sempre diversi. Il risultato, invero assai persuasivo, rendeva giustizia a Bach come uno dei più grandi architetti della storia della musica e a John Eliot Gardiner per l'efficacia, la pertinenza storica e la modernità delle sue interpretazioni, come uno dei più interessanti direttori d'orchestra del nostro tempo.

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