Partenope,
opera in 3 atti di Silvio Stampiglia
Musica di Georg Friedrich Händel

Accademia Bizantina
Ottavio Dantone, direttore
Regia, scene e luci: Giuseppe Frigeni
Costumi: Regina Martino

Ferrara, Teatro Comunale 18 Gennaio 2009

Partenope - Elena Monti
Arsace - Marina De Liso
Rosmira - Sonia Prina
Armindo - Valentina Varriale
Emilio - Cyril Auvity
Ormonte - Gianpiero Ruggeri

In prima rappresentazione italiana in epoca moderna è andata in scena Venerdì 16 Gennaio al Teatro Comunale di Ferrara, con replica Domenica 18, la Partenope opera in 3 atti di Gerog Friedrich Handel su libretto di Silvio Stampiglia. Si tratta di una coproduzione tra il teatro ferrarese ed il Teatro Comunale di Modena, il Teatro San Carlo di Napoli e l'Opéra National de Montpellier.

Partenope si colloca all'interno del più prolifico periodo creativo di Handel come operista che, dopo il successo del Rinaldo, decise di dedicarsi alla gestione del King's Theatre di Londra per il quale scrisse la bellezza di ventuno opere tra il 1720 ed il 1734. Partenope fu messa in scena nel 1730, dopo che Handel ebbe apprezzato l'opera di Leonardo Vinci sul medesimo libretto di Stampiglia che narra le vicende della regina-guerriera fondatrice di Napoli, della rivalità tra i suoi pretendenti, ed in particolare del suo amore per Arsace, già amante di Rosmira, principessa di Cipro, che si nasconde in abiti maschili.

Sono evidentemente presenti tutti gli elementi caratteristici dell'opera barocca che Handel tratta da grande maestro della convenzione e nel rispetto della "moda italiana" in voga nell'Europa della prima metà del Settecento: azione drammatica liberamente ispirata a personaggi storici, distribuzione accorta e gerarchica delle arie tra i protagonisti, recitativo secco per i dialoghi e molta parsimonia nell'impiego dei concertati.

Tuttavia, diversamente da opere più fortunate come Alcina, Giulio Cesare o Rinaldo, l'azione non presenta quell'eloquenza tipicamente teatrale, che contraddistingue il miglior Handel operista. Partenope si lascia apprezzare piuttosto per una drammaturgia essenziale in cui i meccanismi dell'opera seria, anziché celati dal consueto intreccio tra passione amorosa, ragion di stato, doveri morali o religiosi, sono palesati con cristallina evidenza. L'argomento stesso esula dagli schemi dell'opera seria tradizionale per rappresentare invece, in maniera elegante, la fitta rete delle vicende sentimentali dei personaggi, alcuni di essi, come Arsace e Rosmira, combattuti tra sentimenti contrastanti, in una sorta di teatro delle passioni dal carattere eminentemente amorale, che si compiace della propria geniale artificiosità.

Non sono sfuggiti questi elementi all'asciutta concertazione di Ottavio Dantone, né alla raffinata regia di Giuseppe Frigeni. L'Accademia Bizantina ha sfoggiato una sonorità sobria, sostenuta però da un fraseggio molto curato che ha giovato soprattutto alla scorrevolezza del disegno drammatico-musicale. Dantone non ha mancato di evidenziare l'ascendenza italiana di molti brani, preferendo giocare più sul contrasto tutti/soli, derivata dal modello del concerto grosso, che sulle proprietà timbriche e dinamiche. Ciò, come si diceva, ha favorito la fluidità dello svolgersi della fabula, rivelandosi scelta assai felice anche nell'accompagnamento delle voci realizzato talune volte soltanto dal violino di Stefano Montanari e dal basso continuo. Basti l'esempio dell'aria "Non chiedo, oh miei tormenti" in cui l'orchestra delicatamente accompagna l'abbandonarsi al sonno di Arsace, provato dalla gelosa ira di Rosmira

Tutti i cantanti hanno mostrato una spiccata propensione per il canto barocco, sfoggiando leggerezza nell'emissione, spontaneità nello stile e sicurezza nelle agilità. Meritano una menzione particolare Sonia Prina, ineccepibile e sicurissima, il mezzosoprano Marina De Liso, nel ruolo en travesti di Arsace, personaggio impegnativo anche per il numero di arie, ed il soprano Elena Monti nel ruolo della regina protagonista. Ho constatato con piacere che l'abbandono del vibrato, del canto di forza e del fraseggio ridondante, caratteri del melodramma romantico e verista, ha favorito lo svilupparsi nella più giovane generazione di cantanti di uno stile vocale dotato di maggiore levità e spigliatezza, e dunque più appropriato ad opere come questa.

La regia di Giuseppe Frigeni ha insistito sulla sofisticata trama sentimentale dell'opera, agendo anzitutto su una dimensione atemporale e simbolica, raffigurata da linee di prospettiva e piani di profondità tra loro intrecciati, in cui la verosimiglianza appariva perennemente sospesa. Ma non sono mancati riferimenti al carattere eminentemente barocco, artificioso e meccanico della drammaturgia handeliana, come i bei costumi dei protagonisti, disegnati da Regina Martino, ciascuno fortemente connotato da colori diversi, e le movenze schematiche ed essenziali con le quali agivano i personaggi avvicinandosi ed allontanandosi tra loro sullo sfondo del quadro prospettico.

Pubblico di Ferrara entusiasta e competente, sempre più aperto a queste proposte che non possono che arricchire il patrimonio di conoscenza di ciascuno, contribuendo ad un'auspicabile rinnovamento del repertorio e dei modelli di recezione del teatro d'opera, in Italia ancora troppo legato ai canoni tradizionali.

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