Franz Schubert
Winterreise

Thomas Quasthoff, baritono
Daniel Barenboim, pianoforte

Milano, Teatro alla Scala 23 Febbraio 2009

Serata di Lieder alla Scala. E' sempre una sfida presentare questo genere musicale fuori dai confini tedeschi: ciò vale arcor di più in Italia dove sembra così lontano dal gusto di un pubblico abituato soprattutto al melodramma e comunque molto geloso della propria tradizione come quello del nostro massimo teatro lirico. Bisogna tuttavia dare atto alla nuova dirigenza artistica della Scala, attiva ormai da tre anni, di avere intrapreso la strada di un progressivo rinnovamento ed ampliamento dei programmi che sta producendo un riallineamento dell'istituzione milanese sui livelli di eccellenza europea che gli spettano se non altro per il suo grande prestigio.

In un simile contesto si deve intendere il concerto dello scorso 23 Febbario che ha visto il baritono Thomas Quastoff con Daniel Barenboim al pianoforte eseguire l'intero ciclo del Winterreise di Franz Schubert. La scarsa popolarità del genere liederistico nel nostro paese non è purtroppo solo un fatto linguistico: concorre una diversa visione della musica stessa, del suo significato e della sua recezione. La funzione del canto è intesa in modo diametralmente opposto: nel melodramma l'evidenza scenico-musicale viene privlegiata rispetto alla ricerca introspettiva tipica del Lied, che affonda le sue origini in remotissime radici culturali dando vita ad un codice che è il risultato di due linguaggi - quello poetico e quello musicale - che vivono in modo paritario il loro divenire in questa forma d'arte originalissima. L'interpretazione del Winterreise propone anche un ulteriore problema che consiste nel fatto di essere un ciclo nel quale i Lieder sono connessi l'uno con l'altro non attraverso un comune materiale tematico ma sono legati da una indefinibile sostanza poetica. L'unitarietà dell'interpretazione del Winterreise, intesa come contesto di significati, deve poter contare in ogni momento su ciascuno dei 24 Lieder di cui è composto e comprenderli allo stesso tempo nella totalità di tale dimensione poetica.

Tra i diversi pregi dell'interpretazione di Quasthoff e Barenboim ho apprezzato soprattutto la messa in evidenza della dimensione espressiva, evitando indugi sulla purezza del canto o sull'evidenza della melodia, e scongiurando di conseguenza il malinteso di equiparare il mondo schubertiano al contesto belcantistico a lui contemporaneo - opinione questa assai discutibile, sebbene sostenuta da alcuni musicologi e anche da alcuni interpreti. L'esecuzione ha, al contrario, ribadito la natura tipicamente viennese di questo ciclo liederistico dove la melodia fluente, ma eseguita con vivida eloquenza, se da un lato produce una sorta di piacevolezza malinconica, apre tuttavia nuove prospettive di recezione, gettando un nesso affascinante ed incontrvertibile tra la poetica schubertiana e l'esperienza espressionista che si sviluppò proprio a Vienna cent'anni dopo di lui. Proprio quest'ultimo aspetto mi è parso l'elemento più significativo ed innovativo proposto dai due interpreti.

Uno Schubert aspro ed anticipatore, dunque, quello eseguito da Quasthoff e da Barenboim che hanno fatto ricorso spesso ad una singolare frammentazione del fraseggio, astenendosi, come detto, dall'abbandono melodico. Il baritono tedesco cercava nella parola, in ogni parola, non la limpidezza del canto ma il colore, l'immagine, la proiezione di un sentire che andava oltre le limitazioni linguistiche ed i contenuti da essa determinati. Con Quasthoff la parola cantata diventava suono, e poi recitazione del significato profondo riconsegnato alla sua esplicita autenticità, scolpito con chiarezza nello spazio come in un teatro dell'immaginario. Un volta resi perfettamente plastici i contorni delle immagini poetico-musicali, Quasthoff faceva scaturire la dinamica del viaggio interiore - autentica trama del Winterreise - sì da riconquistare la sua tragica realtà come se il canto tendesse spontaneamente verso la dimensione psicologica del tempo interiore sottraendolo alla parvenza di felicità che la musica di Schubert promette.

Uno Schubert dove l'abbandono melodico e la piacevolezza estetica erano ormai confinate in rari momenti e come semplice matriale di contrasto con la livida angoscia e con un'espressività ruvida al limite del canto che si modellava perfettamente alla poetica dell'altrove e del viaggio interiore. In questa prospettiva un ruolo fondamentale svolgeva il pianoforte di Daniel Barenboim, musicalissimo e ricco di colori e di sfumature dinamiche che non si limitava a seguire la semplice trama dell'accompagnamento ma sosteneva la logica musicale laddove la voce di Quasthoff abbandonava il canto per tornare gesto, espressione, suono del profondo.

Impossibile, anche per un pubblico non di lingua tedesca, non intendere lo spessore di questa interpretazione che proietta la musica di Schubert in una dimensione modernissima dai contenuti profondamente psicologici che parlano all'abisso della coscienza di ciuascuno. Così la sfida cui si accennava all'inizio sembra vinta, grazie all'intellgenza di interpreti come questi che non hanno paura di affrontare strade nuove come il viandante schubertiano i cui passi scoprono ignoti cammini nella candida neve.

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