Bruno Maderna
Requiem per soli, cori e orchestra
(Prima esecuzione assoluta)

Carmela Remigio, soprano
Veronica Simeoni, mezzosoprano
Mario Zefferi, tenore
Simone Alberghini, basso
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice di Venezia
Andrea Molino, direttore

Venezia, Teatro La Fenice, 19 novembre 2009

Un luogo comune identifica Venezia con la morte, ma a ben guardare la sua storia e la sua posizione geografica, la città lagunare è sempre stata e continua ad essere una fucina di futuro. Ne sono esempi le varie biennali dedicate ai diversi linguaggi artistici contemporanei e ne è esempio il Ponte della Costituzione di Santiago Calatrava, inaugurato un anno fa. Anche la stagione sinfonica 2009 – 2010 del Teatro La Fenice ha voluto aprire nel segno della musica contemporanea con una prima esecuzione assoluta del Requiem di Bruno Maderna recentemente ritrovato in America dal musicologo Veniero Rizzardi. È significativo che questa stagione sinfonica dedicata a Gustav Mahler si sia inaugurata con un’opera di Maderna che, come il musicista Boemo, ha diviso la sua attività tra la composizione e la direzione d’orchestra. L’esecuzione, avvenuta il 19 novembre, doveva avere sul podio del coro e dell’orchestra de La Fenice Riccardo Chailly, che a causa di un’indisposizione, è stato sostituito da Andrea Molino; le parti solistiche sono state affidate a Carmela Remigio, Veronica Simeoni, Mario Zefferi e Simone Alberghini. Abbiamo notato con piacere che le compagini del teatro veneziano hanno affrontato con precisione un repertorio desueto per le orchestre italiane.

L’opera fu compiuta nel 1946, a un anno dalla fine della seconda guerra mondiale e l’impegno civile del compositore è ben presente in questa partitura caratterizzata da una profonda drammaticità. Benché sia stata scritta due anni prima che Maderna iniziasse a usare la tecnica dodecafonica, qui sono già ben percepibili alcuni tratti che caratterizzeranno la produzione successiva del compositore. Il linguaggio musicale appare molto eclettico: si avvertono infatti richiami a Hindemith, a Verdi, a Strawinsky, ma questa eterogeneità è unificata da una grande volontà espressiva che è stata ben messa in evidenza da Molino. In primo piano sono ad esempio apparsi i repentini passaggi dal fortissimo al pianissimo (come si è potuto ascoltare nel Dies Irae)

Nel 1946 Maderna era un compositore destinato a continuare la tradizione operistica italiana ed il Requiem ha un’indiscussa connotazione drammaturgica, ma già da questa pagina si avverte come egli guardi anche ad altro nella ricerca di una propria identità. E questo altro sono le tecniche post-tonali del già citato Hindemith, ma sono anche gli accordi per quarta ed il recupero della policoralità veneziana del XVI secolo. Soprattutto questo sguardo rivolto alla musica antica è ben presente nella partitura che richiede un doppio coro, benché non sia ancora prevista una sua dislocazione nello spazio. Dunque si avverte già la volontà, tipica di tutta la produzione di Maderna, di conciliare una raffinata tecnica compositiva con una profonda esigenza espressiva. Il dialogo tra questi aspetti è percepibile soprattutto nei cori: l’inizio dell’opera è ad esempio una doppia fuga in piano estremamente lacerante; in altre parti il coro si unisce all’orchestra per creare una grande potenza sonora. Altro atteggiamento che abbiamo rilevato è la ricerca strumentale, data ad esempio dall’introduzione di tre pianoforti a cui viene affidato un ruolo percussivo e quindi ritmico che provoca un effetto straniante.

Il ricordo della guerra, come si diceva, è molto presente; anche se Maderna, in un’intervista del 1970 affermò che "in quel momento l’unica possibilità era di scrivere un Requiem e poi morire", in quest'opera non si percepisce alcuna rassegnazione, alcuna volontà di morire o di gettare le "armi". L’impegno civile di quest’opera è già molto forte: da una lacerazione, da un dolore, una ferita, nasce la rabbia, che in ogni caso è una spinta a continuare, ad aprirsi al futuro attraverso il ricordo dei morti e il ricupero delle tecniche compositive del passato rilette con gli occhi di oggi.

Ultimo dato di cronaca: la partitura, a cui mancavano solo le otto battute che concludono il Dies Irae, è stata completata da Giorgio Colombo Taccani.

Stefania Navacchia

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