Richard Wagner
DAS RHEINGOLD

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala di Milano
Maestro concertatore e direttore Daniel Barenboim
Regia e Scene Guy Cassiers

Milano, Teatro alla Scala, 29 maggio 2010

Wotan René Pape
Donner Jan Buchwald
Froh Marco Jentzsch
Loge Stephan Rügamer
Alberich Johannes Martin Kränzle
Mime Wolfgang Ablinger-Sperrhacke
Fasolt Tigran Martirossian
Fafner Timo Riihonen
Fricka Doris Soffel
Freia Anna Samuil
Erda Anna Larsson

La prima di "Das Rheingold", che doveva essere rappresentata il 13 maggio, è saltata e si è dovuto attendere il giorno 16 a causa dell'agitazione delle maestranze del Teatro alla Scala contro il cosiddetto "Decreto Bondi". In seguito a queste agitazioni era stata programmata anche la sospensione della replica del 29 maggio (che era l'ultima serata), ma La Scala, pur contraria a questo decreto ingiusto, ha preferito non scioperare preferendo una diversa forma di protesta: infatti i lavoratori del teatro avevano distribuito dei volantini all'entrata principale, è stato mostrato dal palcoscenico un cartellone con scritto "No al decreto infame, sì alla musica, sì alla cultura" mentre un loro rappresentante ha parlato per circa cinque minuti spiegando che il Teatro alla Scala sta perdendo la sua principale funzione, ossia quella di trasmettere cultura al proprio pubblico e, solo per rispetto ad esso, l'opera di Wagner sarebbe andata in scena normalmente.

L'opera in sé, però, è stata davvero molto bella. In primo luogo segnalo la concertazione di Daniel Barenboim. La visione che il maestro argentino ha avuto dell'oro del Reno è stata davvero travolgente. Uno dei momenti di tensione massima è stato il preludio; più precisamente l'attacco del mi bemolle suonato dai contrabbassi che è stato suonato in modo sempre crescente con una delicatezza mai udita per poi trasformarsi in una impetuosa concertazione così precisa e rigorosa unita ad una dinamica travolgente al limite dell'eseguibile. Non c'è stato un punto dell'opera in cui Barenboim non fosse presente: una direzione sempre marcata con forti contrasti ed allo stesso tempo equilibri tra le frasi di un personaggio e l'altro quasi dando più spazio al loro pensiero piuttosto che alla loro parola. Contrasti evidenziatissimi soprattutto alla fine del preludio e alle prime parole di Woglinde dove Barenboim tende a far svanire nel pianissimo la fine del preludio per poi ricrescere nel "Weia, Waga, Woge du Welle": Barenboim qui ha reso il tutto meno curato dal punto di vista della qualità suono, ma di gran lunga più teatrale e coinvolgente. L'atmosfera non era particolarmente coerente con la tradizione, ma era più concentrata sulla dinamica e sulla drammaticità piuttosto che sul suono bello e ridondante; ma anch'essa a suo modo creava una situazione tesa e teatrale soprattutto nelle scene più teatrali come l'entrata di Froh e di Donner o le trasformazioni di Alberich, mentre diventava più scorrevole in quei momenti statici così caratteristici della drammaturgia wagneriana come il monologo di Loge. Sui tempi di esecuzione, invece, Barenboim ha praticato una concezione personalissima: nei momenti statici laddove la direzione di solito è lenta, qui era veloce, e nei momenti più movimentati dove doveva essere veloce, l'abbiamo ritrovata piuttosto lenta. C'è una ragione facilmente spiegabile: l'entrata dei giganti diretta da Pierre Boulez a Bayreuth nel 1976 per la regia di Patrice Chéreau che noi tutti abbiamo nelle orecchie per la sua velocità nei tempi, qui invece è lenta e ridondante quasi come se i due giganti camminassero in modo faticoso e pesante verso gli Dei per prendere la loro ricompensa; è evidente che la sensibilità e il puro senso del dramma di Barenboim imprimono e cesellano questa entrata gigantesca come un qualcosa di pericoloso. La discesa a Nibelheim di Wotan e Loge fino alla cattura di Alberich è stata eseguita da un suono secco ed aspro in modo da rappresentare il regno lugubre e tenebroso dei nibelunghi; quando Wotan, Loge ed Alberich risalgono, ecco che si apre un'atmosfera più serena, ma anche più malinconica per poi divenire ancora più tenebrosa della precedente dopo la maledizione dell'anello. La varietà appare dunque la cifra più rimarchevole della direzione di Barenboim. La stessa liberazione di Freia è apparsa quasi come un evento determinato dall'ineluttabilità del destino poiché una tale lentezza nel rendere il legato non poteva certo dare l'idea di qualcosa di gradevole, al contrario l'uccisione di Fasolt è stata dinamica e veloce. Tutti questi contrasti di scene elencati hanno dato forma ad una visione di "Das Rheingold" molto interiore, elaborata sullo stato d'animo e di pensiero dei personaggi, ma senza mai prevaricare i cantanti. Ma il Barenboim nuovo l'abbiamo scoperto nel fraseggio orchestrale, sulla comunicatività della direzione e come ho già detto sulla dinamica. Nell'insieme l'opera è stata davvero coinvolgente e Barenboim ha espresso la propria forte personalità con accenti marcati, sonorità eccellenti e messe di suono poderosissime, nonché ha trovato un buon rapporto con l'orchestra della Scala che ha suonato in modo eccellente.

Ma come Daniel Barenboim ha diretto magnificamente, anche la regia affidata a Guy Cassiers è stata straordinaria e tendeva a manifestare i pensieri, le illusioni, le idee e le intuizioni dei personaggi da renderli più umani, ma anche più metafisici. Lo sfondo della scena era occupato da pannelli più o meno rettangolari su cui erano proiettati i paesaggi, la terra, il cielo e il mare che si presentano nell'opera, in colori diversi e con diverse sfumature per allontanare lo spettatore dal mondo reale che lo circonda. Sulla scena invece c'era una specie di vasca in marmo contenente acqua, dove le figlie del Reno sguazzavano e si divertivano, per poi diventare piana senza la minima goccia d'acqua al risveglio di Wotan. Nella prima scena, i pannelli avevano la funzione di proiettare un mare verde, truculento e sporco, quasi infettato dal perfido Alberich che è assetato di potere. Quando le tre figlie del Reno rivelano l'oro, Alberich viene inghiottito dalla luce e viene proiettato a sua volta sui pannelli e riflesso sull'acqua; poi fugge prendendo il riflesso dell'oro sull'acqua con il suo impermeabile. La seconda scena ("Wotan, gemal, erwache") era dominata da una paesaggio montuoso con sopra una rocca (il Walhalla), anch'essi proiettati sui pannelli che sorgevano da alcuni crepacci. Wotan – che secondo Wagner dovrebbe dormire – qui è sveglio, in piedi e sogna ad occhi aperti i suoi futuri progetti, e sente che qualcosa sta per accadere; infatti all'entrata dei giganti, Fasolt e Fafner non solo arrivano sul palcoscenico vestiti normalmente (in nero) senza trampoli e senza trucco, ma le loro immagini vengono proiettate sulle lastre in modo da formare così ombre gigantesche: è probabilmente il tocco di regia più bello in questa messinscena. Anche l'entrata di Erda è stata impressionante, poiché compariva da una botola e tramite essa la innalzava fino al cielo. Cassiers però aggiunge all'opera anche un altro elemento, ossia i ballerini. Trovata a dir poco geniale poiché interpretavano la parte del Tarnhelm e inghiottivano Alberich in tutte le sue trasformazioni: in quella dell'invisibilità lo ricoprivano totalmente con luci forti, in quella del drago si agitavano e l'immagine era riprodotta sui pannelli, mentre in quella del rospo, lo hanno coperto affinché sparisse in una botola. I ballerini circondavano anche Donner nella scena dell'"Heda, Heda, Hedo", come se fossero le nubi che ricoprono il castello incantato. La scena si chiude con gli Dei che scompaiono nei crepacci attraverso i quali erano saliti, mentre Loge chiude il sipario e se ne va per conto suo. I personaggi erano vestiti in modo neutro e semplice, in modo da non poter collocare nel tempo quest'opera. Dati questi elementi, Cassiers ha creato un'atmosfera concitata e soprattutto nuova, ma sempre, o quasi, coerente al libretto di Wagner.

I cantanti erano un gruppo di giovani che nel complesso hanno cantato davvero molto bene. Tra di essi sono emersi René Pape come Wotan e Johannes Martin Kränzle come Alberich. Pape è stato un Wotan superbo per il timbro caldo, per una personalità sfaccettata ed una tecnica vocale più che mai eccellente. Kränzle è stato un Alberich protervo e insinuante, ma la cosa che ha colpito di più è stata la sua attitudine impeccabile al canto e all'interpretazione wagneriana; la sua voce ruvida, possente, sicura e con un po' di vibrato ne fa così un Alberich storico. Tra gli Dei, formidabile l' Erda di Anna Larsson per la bella voce e la tecnica di canto molto solida, apprezzabile la Fricka di Doris Soffel, ottimi il Froh liricissimo di Marco Jentzsch e la Freia raffinata di Anna Samuil (bravi anche scenicamente), buono, benché un po' leggero, il Donner di Jan Buchwald e deludente il Loge di Stephan Rügamer per la poca voce e per l'espressività carente. Discreto il Mime di Wolfgang Ablinger-Sperrhacke, buono il Fasolt di Tigran Martirossian, brave, per fortuna senza fronzoli vari, le tre figlie del Reno, mentre eccellente nel canto e convincente nella parte è stato il Fafner di Timo Riihonen. Complimenti a tutti quanti.

Stefania Navacchia

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