Traiettorie. XX Rassegna Internazionale di Musica Moderna e Contemporanea
Franco Evangelisti
Die Schachtel, azione musicale in otto strutture per mimi, nastro magnetico ed ensemble (1962-63)

Ensemble Prometeo
Marco Angius: direttore
Francesco Pititto e Maria Federica Maestri: rielaborazione drammaturgico-visiva
Supervisione strumentale: Salvatore Sciarrino
Valentina Barbarini e Elena Sorbi: performer

Parma, Teatro Lenz, 29 ottobre 2010

Di tutta la musica che è rimasta nella penna di un grande compositore quale Franco Evangelisti, ne si può forse riesumare dal limbo della creazione questa scatola multimediale che è Die Schachtel: perimetro della creazione e campionamento di paesaggi sonori da consegnare al futuro, se solo questa custodia sapesse resistere a ciò che convive attorno ad essa, soverchiante. Una scatola che è tutta la stanza in cui ci troviamo a vivere; involucro separativo, dettato dal mito della proprietà, che è in realtà attraversato dal traffico rumoristico di un potere mediatico che regna sovrano; scatola-scrigno di una individualità che non salvaguardia più alcuna socialità da riscattare nella sua purezza motivazionale (amore, amicizia, solidarietà); cassetta di attrezzi poetici che non possono più davvero concertare alcun tema vitale.

Nella scatola di Evangelisti l’individuo non è solo, ma posto all’insegna dell’ognuno per sé tutti insieme; dimora senza più dialogo possibile. Gli abitanti della scatola, mimati da attrici vestite anonimamente, si voltano a scatti, con una precisione infallibile nell’evitare il vis-à-vis, l’interlocuzione dello sguardo; invocano un ideale di coppia, nel mentre vige un ordine numerario, un’enumerazione che non lascia scampo a qualsiasi volontà additiva, consociativa; possono al limite fuggire disperati dalle pareti di casa, ma hanno come destino solo la peregrinazione tra infiniti corridoi di follia e la residuale presenza non è che un’ombra, una silhouette ancora più anonima e irriconoscibile.

Die Schachtel è un carcere di invenzioni che soffre della stessa ambiguità propria della dimora dell’uomo contemporaneo; il confinamento, la separatezza, le quattro mura di difesa sono l’illusoria protezione da un’ubiqua presenza di segni di vampirizzazione dell’identità. Gli stessi schermi, uno per ogni parete della scatola, rinviano tanto immagine mediatiche subite e nemmeno più ordinate, quanto profili rappresentazionali di un sé agonizzante nella sua ricerca di un vero dialogo, di una vera presa sulle cose e sugli altri. Prima di ogni telecomando, la società contemporanea impone uno zapping della “persona” che slitta tra ruoli identitari senza più alcuna riconduzione a una progettualità intima. Ciò che rimane è un corpo sovraesposto, compulsivamente spinto a voltarsi verso qualcosa che non sia già il contenuto previsto dalla scatola; corpo “troppo umano” infine ineluttabilmente destinato a un ebetismo di ritorno, a un imbambolamento senza riscatto alcuno. L’adattamento dell’uomo è pari al plastico domestico che si è costruito attorno, modello reificato che sterilizza l’esistenza.

Eppure, l’insistita ritrattistica, la sovraesposizione dell’individuo fanno della scatola una camera, una videocamera dove le immagini sono tutte brucianti; alla freddezza del medium si contrappone la scottatura delle pelle che si impronta e si traduce in superfici d’inscrizioni improprie. Die Schachtel è allora una “scatola di concentramento” che imprigiona esaltando una resistenza, che intossica additando un respiro umano intangibile quanto, infine, inviolabile.

Entrando nel Lenz Teatro di Parma, cinquanta alla volta, la “scatola” di Evangelisti ha mostrato tutta la sua inscalfibilità al tempo. Certo rielaborata e ottimamente supportata da tutti coloro che si sono sforzati di ripristinare questo spettacolo perduto, Die Schachtel era e rimane un’opera “rivoluzionaria” ante litteram che trasuda del genio senza concessioni di Franco Evangelisti. La riproposta ha avuto il merito di preservare inalterato lo spirito del tempo (i profumi degli anni Sessanta) con un nitore nuovo e materiali scelti secondo una opportuna traduzione attualizzante target oriented. Altrettanto apprezzabile è stata l’interpretazione musicale; non solo per la precisione assoluta, pretesa e ottenuta con piglio, da Marco Angius, ma anche per la supervisione di Sciarrino che ha saputo intervenire restituendo una poetica, certo molto diversa dalla propria, con fedeltà, rispetto e penetrazione filologica.

Per quanto il lavoro di Evangelisti rifiuti qualsiasi trama o costruzione drammaturgica classica, così come alcuna concessione al canto, esso testimonia radicalmente di una “difficoltà” della musica post-weberniana nel ricorrere al genere dell’opera, una difficoltà che pareva poter essere superata solo a prezzo di ricostruire nuove forme di intersezione con gli altri linguaggi espressivi rispetto al sincretismo classico del teatro lirico. La sintassi degli “otto sistemi” previsti da Evangelisti prevede esiti semantici specifici, derivanti da un potenziale di detonazione individuale e di contrasto nei punti di articolazione. Di fatto, gli otto sistemi danno vita a tre sezioni (I. Presentazione, II. Reazioni Liberatrici, III: Finale), le cui trasformazioni narrative, rispetto agli stati affettivi dei soggetti drammatici coinvolti (sul piano attoriale e musicale), restano tuttavia totalmente contraddittorie. Come detto, restare prigionieri della scatola, securizzati ma alienati, oppure reagire attraverso una gestualità renitente a qualsiasi percezione massificata di sé, o ancora decidere di evadere dalla scatola per follemente girarvi attorno come ombre senza pace, sono tre versioni diverse della stessa impotenza: perché la scatola diventi un concentrato accumulativo di “rivoluzione” è necessaria una poetica ancora in cerca d’autore. Cosicché, gli stessi musicisti rappresentano la condizione del compositore, rifrangendosi nelle immagini preregistrate di una condizione di scacco: la musica poi eseguita sono le “ossa” non ancora intaccate del presente, radiografia del preservabile.

Per lo spettatore di oggi è certo difficile distinguere perfettamente i materiali nuovi, scelti per la rielaborazione scenica, e quelli originariamente previsti da Evangelisti e da Franco Nonnis, pittore che collaborò all’originaria produzione e scrittura scenica. Fatto sta che la versione parmense sembra mischiare Persona di Bergman (per quanto riguarda le proiezioni), Francis Bacon (per l’idea che tutti gli individui si ritrovano a muoversi nel sociale all’interno di “gabbie”), Beckett (per la componente più mimico-teatrale) e Godard (per l’uso delle scritte “rivoluzionarie” che campeggiano di tanto in tanto sugli schermi). Per la sapiente fusione delle componenti, tuttavia, ogni possibile retaggio riesce a coniugarsi con la musica e la poetica originaria di Evangelisti, restituendo il sapore di un futuro passato – per usare la famosa espressione di Koselleck. Un futuro passato che non coincide più con il futuro che possiamo oggi immaginarci, ma che entra in collisione con il nostro presente, mostrando punti di adesione distopici (paure un tempo paventate sono diventate la banalità del presente) e slabbrature incolmabili (la “rivoluzione” agognata è ora spenta o ritradotta in rivendicazioni locali).

Die Schachtel, per il suo statuto particolare di opera multimediale ante litteram, ha avuto una difficoltosa vita per ciò che attiene alle sue realizzazioni sceniche; ci sono voluti anni perché Evangelisti riuscisse a trovare qualcuno che potesse davvero allestire l’opera in modo credibile, ed infine pare che lui stesso non abbia mai potuto godere direttamente di un’esecuzione sul palcoscenico. La messa in scena parmense si è perfettamente giovata del carattere di opera aperta di Die Schachtel; l’imagoturgia – per usare l’espressione dell’autore della rielaborazione scenica, ovvero Francesco Pititto – ha usato materiale televisivo “attuale”, ha autonomamente registrato del materiale visivo basato sui volti e sui corpi delle due attrici e degli stessi esecutori, ha costruito un anello dialogico con la sede dell’allestimento, Parma, per via di riproduzioni degli affreschi di Correggio nella cupola del Duomo cittadino. Quest’ultimo materiale pittorico ha avuto una funzione di determinazione spaziale dell’opera aperta, oltre a quello temporale dell’esecuzione (“siamo a Parma e non altrove”), una dialettica artistica rispetto a un’opera, quella del Correggio, a chiara vocazione implicativa e immersiva dello spettatore nelle “volte” inglobanti di una creazione, una tensione contrastiva tra le forme ideali e “verticali” dell’assunzione della Vergine e l’orizzontalità prosaica di una scatola rispetto alla quale ci si lascia richiudere o si evade da essa continuando a disegnarne il perimetro.

Evangelisti aveva effettivamente prescritto che l’allestimento dovesse servirsi di réclames o slogan «da ricercate con particolare cura critica ed humor poiché sono fondamentali della critica che si muove alla società»; ma ciò che più sorprende è che prefigurasse persino una duplicazione visiva della presenza del pubblico («Si dovrà riprendere il pubblico che assiste alla rappresentazione per mezzo di ripresa anche di volti significativi in primo piano e per mezzo di uno sviluppo rapido della pellicola quindi proiettato per l'esecuzione»). Le proiezioni filmiche, i quattro schermi alle pareti della scatola entro cui sono confinati gli spettatori, sono allora l’esemplificazione di una “consegna” del sé a un mondo di immagini di duplicazione, a una sequela di simulacri che vampirizzano l’identità proprio mentre sembrano funzionare come specchi, come designatori rigidi. Vedere lo stesso “sè”, lo stesso “altro” è non vedere più nulla, riflesso constativo ma senza senso, senza direzione trasformativa ed implicativa: «Non vede nulla chi vede sempre nello stesso luogo» − questa la prima frase del testo recitato dal testo di Die Schachtel. La riproduzione è una trappola («Reproduction, caught in trap»), e la personalità «specchiata» è «sfocata» ed infine svanita».

Il testo di Die Schachtel resta un “tessuto” dove trama e ordito sono contraddittori, mischiando brevi lacerti allusivi a Dante («Directio voluntatis») e a Sofocle («Koinon autadelfon kara») con citazioni funeree dal testamento di Hitler («Possiamo ancora strappare la vittoria nello scatto finale») o con testi inneggianti la jihad («Il paradiso è sotto l’ombra delle spade»), oppure giustapponendo alla parola «rivoluzione» quella di «evoluzione».

Le scritte che campeggiano di tanto in tanto sugli schermi ripropongono delle costruzioni antifrastiche, contraddittorie; ricordiamo, ad esempio: «Che ora è?», «Che è ora?» a cui fa subito seguito «È ora che». L’indeterminazione temporale diventa subito indeterminazione dell’esistente, dell’attualità, benché proprio questa dissolvenza di certezze sia subito tradotta in una proposizione d’attivazione («È ora che...»).

Una registrazione di Die Schachtel è contenuta nel doppio cd pubblicato dalla casa discografica berlinese RZ e monograficamente dedicato all’opera di Franco Evangelisti (ed. RZ 1011-12); si tratta di una vecchia registrazione pubblicata Deutsche Grammophon nel lontano 1968 (Eberhard Schoener dirigeva per l’occasione il Solistenensemble des Orchesters der Münchener Kammeroper). Questa esecuzione è piuttosto diversa da quella parmense, sia per la marginalizzazione delle voci, sia per gli accenti più varesiani. Sciarrino e Angius hanno scelto un’asciuttezza molto maggiore della declinazione del suono e una precisione acuminata della frastica. L’effetto è un maggiore contrasto con il rumorismo del nastro magnetico e un tale sistema di opposizione risponde certamente meglio alla poetica di Evangelisti.

Splendido l’apporto dell’Ensemble Prometeo, coinvolto e motivato fino in fondo nella realizzazione del progetto.

Pierluigi Basso Fossali

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