LUIGI NONO
Intolleranza 1960
azione scenica in due parti da un’idea di Angelo Maria Ripellino

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
maestro del Coro Claudio Marino Moretti
maestro concertatore e direttore
Lothar Zagrosek
regia del suono Alvise Vidolin
regia, scene, costumi e luci
Facoltà di Design e Arti IUAV di Venez

Venezia, Teatro La Fenice

Un emigrante Stefan Vinke
La sua compagna Cornelia Horak
Una donna Julie Mellor
Un algerino Alessandro Paliaga
Un torturato Michael Leibundgut
Quattro gendarmi erto Abbati, Stefano Moretti, Raffaele Esposito, Cristiano Nocera
Voce di soprano solo Stacey Mastrian
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice

maestro del Coro Claudio Marino Moretti
maestro concertatore e direttore Lothar Zagrosek
regia del suono Alvise Vidolin
regia, scene, costumi e luci Facoltà di Design e Arti IUAV di Venezia Performing Arts – Corso di Laurea magistrale in Teatro e Arti visive - Laboratorio di Teatro musicale Teatro La Fenice / Iuav
coordinamento Walter Le Moli, Claudio Longhi
tutors di regia, scene, costumi, luci Luca Ronconi, Franco Ripa di Meana, Margherita Palli, Vera Marzot, Gabriele Mayer, Claudio Coloretti, Alberto Nonnato, Luca Stoppini

Il 13 Aprile 1961 al Teatro La Fenice di Venezia andò in scena per la prima volta Intolleranza 1960 di Luigi Nono: in quella serata l’Orchestra sinfonica della BBC, era diretta da Bruno Maderna, Josef Svoboda e Václav Kašlík ne curarono la regia, e le scene e i costumi furono affidati a Emilio Vedova. A cinquant’anni da quella “storica” esecuzione, l’Ente Lirico Veneziano ha voluto aprire la stagione 2011 e le celebrazioni per i centocinquant’anni dell’unità d’Italia con una nuova esecuzione del primo lavoro teatrale di Nono affidando la direzione dell’orchestra del Teatro La Fenice a Lothar Zagrosek e la regia del suono ad Alvise Vidolin. La parte visiva è stata curata dai ragazzi della facoltà di Design e Arti IUAV di Venezia sotto il tutoraggio di Luca Ronconi, Franco Ripa di Meana, Margherita Palli, Vera Marzot, Gabriele Mayer Claudio Coloretti, Alberto Nonnato e Luca Stoppini. La produzione è stata affiancata dalla mostra Intolleranza 1960. A cinquant’anni dalla prima assoluta, organizzata dalla Fondazione Archivio Luigi Nono e dalla Fondazione Emilio e Annabianca Vedova e curata da Giorgio Mastinu.

Nel catalogo della mostra Angela Ida De Benedictis, parlando di Intolleranza 1960, ricorda che «nei manuali di storia della musica, la nascita del teatro di avanguardia porta il suo nome» (p.49), una rivoluzione che si fonda su un nuovo concetto di spazio scenico e su un nuovo rapporto tra musica e scena. Il lavoro collettivo diede vita ad uno spettacolo dinamico: la Lanterna magica, che Svoboda aveva già sperimentato a Praga, e la grafica di Vedova contribuirono a creare una messa in scena che Mastinu definisce «plurisensoriale» (p.117). Nacque un nuovo rapporto spazio-temporale basato sulla compresenza delle varie situazioni (tortura, guerre, repressioni, disastri), in cui si trova coinvolto il protagonista e attraverso le quali egli diviene cosciente che la vita umana non può essere «sospesa / all’uncino del bisogno», come recita il libretto, affinché «all’uomo un aiuto sia l’uomo» (versi di Brecht musicati nel coro finale). La grafica di Vedova e la Lanterna magica furono quindi funzionali alla creazione di quel “teatro di situazioni” di matrice sartriana che stava affascinando Nono in quegli anni. Possiamo ora comprendere la vera “rivoluzione” che Intolleranza 1960 ha portato nel teatro musicale, modificando radicalmente il concetto di “testo”: esso non coincide più solo con la partitura, poiché ingloba anche l’”azione visiva” in funzione di una lettura storica complessa. Dunque la prima rappresentazione non deve essere riprodotta ma riletta e attualizzata.

Lo spettatore che, entrando nella grande sala del Teatro La Fenice per assistere alla edizione del 2011, vedeva al posto del sipario la proiezione di Campo di concentramento (uomini e reticolati) di Vedova, aveva la sensazione che la nuova regia avesse la volontà di porsi in relazione con la produzione del 1961. L’impressione era confermata quando, durante il coro iniziale, apparivano sul velo trasparente, appunti di Nono, in conformità con la prima didascalia del libretto: «Sipario calato – sala buia – proiezioni con scritte». Lo spettacolo si chiudeva in modo analogo, circoscrivendo le proiezioni solo a questi due momenti: il carattere storico dell’opera è stato così trasposto dal piano politico a quello della storia del processo creativo e della ricezione dell’opera. In questa chiave va letto anche l’inserimento tra il primo e il secondo tempo di un frammento dell’audio delle proteste che animarono proprio la prima rappresentazione del 13 aprile 1961. La ripresa dell’esecuzione dal vivo con il grido della Compagna «Mai! Mai! Mai!» è stata di grande effetto, ma crediamo che anche questo richiamo al passato abbia dimostrato come il dialogo si avvenuto tra la vecchia e la nuova produzione, senza il coinvolgimento della realtà storica e sociale, come invece sarebbe stato più aderente alla centralità che in quel periodo aveva l’impegno politico nel pensiero di Nono. Due grandi ponti levatoi costituivano un elemento scenico utilizzato in modo efficace nella alluvione finale in accordo con la concezione simbolica del compositore: era solo il gesto e il movimento a dare un’idea indefinita dello sprofondare. In altri casi i gesti dei cantanti erano meno simbolici e più aderenti alle parole delle libretto fornendo così un’interpretazione lontana dal pensiero dell’autore. Gli altri “elementi scenici” erano il grande podio del direttore e l’impalcatura divisa su tre livelli in cui era inserita l’orchestra posta come “fondale”. La mente è andata all’arca che Renzo Piano costruì nel 1984 per Prometeo, dove il dramma era ormai divenuto tutto sonoro, in cui la musica inglobava in sé anche la parte visiva. Attorno al 1960 la riflessione di Nono sulla dialettica tra ascolto e visione era volta a ricercare un nuovo rapporto tra essi, non a risolvere la seconda nel primo. Si trattava di una relazione antinaturalistica e non basata su una logica associativa e descrittiva: essa voleva aprire nello spettatore infinite possibilità interpretative, all’interno di un pensiero che sicuramente percorre la strada “verso Prometeo”, ma che è ancora lontano dalle istanze degli anni Ottanta. Nella nuova produzione le didascalie erano lette dagli interpreti vocali a conferma dell’intenzione di codificare tutto lo spettacolo in chiave uditiva. Questo espediente, lontano da ogni natura simbolica, ha dato alla rappresentazione un carattere naturalistico estraneo alla poetica noniana. L’iniziativa di affidare a studenti la messa scena è stata comunque da apprezzare, potevano essere fonte di quel costante rinnovamento che il compositore veneziano ha sempre ricercato. Ci auguriamo dunque, che malgrado i suoi limiti, questa iniziativa non sia un sentiero morto ma un’esperienza da ripetere.

L’intenzione di trasporre tutta l’opera sul piano acustico ha trovato un valido appoggia nella parte musicale: il coro e l’orchestra del Teatro La Fenice, che affrontavano la partitura per la prima volta, hanno risolto egregiamente le sue difficoltà tecniche. Zagrosek ha potuto in questo modo evidenziare tutta la drammaturgia contenuta nella musica di Nono: i tempi sostenuti, l’utilizzo di una vasta gamma di dinamiche ed un minuzioso lavoro sui timbri hanno fornito allo spettacolo quella intensità drammatica di cui regia e scene erano carenti. Vi sono stati momenti di grande impatto come il finale della prima parte o la lunga sezione per sole percussioni della seconda: il direttore tedesco ha dato unità a tutta l’opera, restituendo quella grande tensione che caratterizza tutte le composizioni del musicista veneziano. Benché egli avesse previsto che tutta la parte corale fosse registrata e diffusa da altoparlanti posizionati in sala, in questa nuova produzione vi era anche la presenza del coro dal vivo, peraltro collocato nella buca dell’orchestra per togliergli la dimensione visiva. La scelta ci appare discutibile, perché, anche se Nono era aperto ad infinite possibili interpretazioni, la sua polemica con l’alea dimostra quanto egli attribuisse importanza alla volontà del compositore depositata in un testo finito. Se abbiamo visto che nel caso di Intolleranza 1960 il testo non coincide completamente con la partitura, essa ne costituisce una parte importante. È rimasta comunque la dislocazione delle fonti sonore in sala e si è creata una integrazione tra coro registrato e coro dal vivo – di grande forza drammatica - e anche in questo caso l’interpretazione, in primo luogo la regia del suono di Vidolin, ha posto prepotentemente “alla ribalta” la potenza espressiva della composizione e la grande efficacia della scrittura corale di Nono.

Per la prima volta Intolleranza 1960 veniva ripresa in lingua italiana, poiché dopo la prima del 1961 era sempre stata eseguita in tedesco, sonorità forse più adeguata ad un’opera che vuole conciliare asprezza e lirismo, affondando le sue radici non nel melodramma ottocentesco ma in altre tradizioni, come le esperienze teatrali di Arnold Schönberg a cui essa è dedicata. È stato in ogni caso importante ridare alla composizione la sua veste linguistica originaria, all’interno di una concezione noniana che dà ampio spazio alla dialettica tra semantica fonetica e semantica verbale.

Almeno per quanto riguarda la recita cui abbiamo assistito, gli abbonati della stagione di opera e balletto della Fenice non hanno abbandonato la sala e gli applausi hanno dimostrato che l’esecuzione nel suo complesso è riuscita a coinvolgere il pubblico. È stata questa la miglior risposta possibile sia all’articolo di Alessandro Baricco apparso all’inizio di gennaio su “La Repubblica” sia ai tagli volti a uccidere la cultura ed il libero pensiero in Italia; e speriamo anche sia una spinta a proseguire questo cammino.

Stefania Navacchia

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