Serate Musicali, Serie «Festival Omaggio a Milano» 2012
D.Shostakovich, Concerto per pianoforte n. 1 op. 35,
L.v.Beethoven, Quartetto op. 131 (trascrizione),
L.Desyatnikov, Fragments of “Target”

Kremerata Baltica
Gidon Kremer, violino
Anastassiya Dranchuk, pianoforte
Clemens Stahmer-Ilgner, tromba

Milano, Sala Verdi del Conservatorio

Gidon Kremer è frequentatore abituale delle sale di concerto milanesi e con i suoi chiaroscuri assicura sempre un indubbio pregio esecutivo, anche se all’interno di una formula talmente oliata da apparire talvolta scontata. L’ambiguità, ma anche il successo di Kremer, è quello di aver alternato l’immersione nell’avanguardia con la concessione a brani di più facile ascolto a cui tende ad aggiungere un’ulteriore infusione seduttiva. È indubbio che l’indulgenza nei riguardi del pubblico è sempre sostenuta da una classe esecutiva rimasta inalterata nel tempo e trasmessa anche all’ensemble Kremerata, gruppo di indubbia preparazione e coesione interna.

Il concerto ascoltato alla Sala Verdi del Conservatorio è stato esemplare del carattere controverso del lavoro di Kremer. Innanzitutto va segnalata la generosità del maestro, che ha aperto il concerto con un fuori programma di Arvo Pärt (la Passacaglia) e ha chiuso con un bis canonico e un po’ ruffiano, per l’occasione, di Kreisler (Liebeslied). In secondo luogo, va sottolineato il grandissimo nitore esecutivo, segno di una preparazione mai dimentica di essere attenta ai dettagli e alle accortezze espressive. In terzo luogo, si deve ammettere che l’esecuzione del Concerto per pianoforte n. 1 op. 35 di Shostakovich è stato quasi un evento, tanto è stata memorabile la chiarezza interpretativa e la cura nella resa di ogni minima inflessione nei toni del discorso musicale. È un brano nel repertorio del gruppo musicale diretto da Kremer, ma mai lo avevamo sentito toccare punte simili. Giova ricordare che la Kremerata, benché impegnata in un concerto per pianoforte, non s’avvale di direzione (Kremer resta dietro alle quinte). È ancora più ammirevole osservare dal vivo la complicità e l’acume di ogni singolo componente dell’organico. La qualità della Kremerata è comunque nota; meno forse le doti straordinarie di Anastassiya Dranchuk, poco più che ventenne e già premiatissima. L’intelligenza interpretativa, la trasparenza del disegno musicale che ha offerto al pubblico, il controllo impeccabile delle dinamiche e degli attacchi, la penetrazione assoluta dei toni del discorso composito e ironico di Shostakovich hanno regalato momenti di raro pregio, tanto da non aver fatto rimpiangere le splendide performance di Martha Algerich (si veda, ad esempio, l’incisione per la Emi Classic). Di fatto, il Concerto n. 1 di Shostakovich è una partitura tanto efficace quanto di difficile interpretazione, talora di suprema leggerezza, talaltra di rudezza percussiva sui toni gravi che immediatamente fanno trasudare quegli insegnamenti che germineranno poi nell’opera di Galina Ustvolskaya. L’equilibrio tra immersione nella tradizione e superiore distacco ironico trova in questo Concerto una delle vette più alte del compositore russo, più solerte alle concessioni retoriche nelle sinfonie e più rigoroso ed esplorativo nei forse meno ascoltati, ma molto pregevoli Quartetti per archi. Rispetto alle figurazioni del piano piene di afflati, l’uso antifrastico e armonicamente obliquo della tromba (impeccabile l’interprete Stahmer-Ilgner) danno al Concerto una complessità di accenti che lo sottraggono all’impianto tradizionale, pure emergente in controluce. La superiore disinvoltura nella scrittura si concede di frequente citazioni per poi dipanare improvvisi squarci nuovamente accorati e intimistici; nel finale l’uso della terza persona sembra tuttavia soggiogare le pretese di una prima persona del discorso musicale, come a denunciare un difficile, ma divertito posizionamento storico, in una Unione Sovietica (siamo all’inizio degli anni Trenta) pronta ad acuire il suo ritorno all’ordine post-rivoluzionario.

Anastassiya Dranchuk

La serata milanese ha poi offerto la trascrizione per orchestra d’archi del Quartetto in do diesis minore n. 14 op. 131 di Beethoven, vero "mostro sacro" della storia musicale. La riluttanza con cui abbiamo approcciato l’ascolto di questa versione "allargata" si è progressivamente tradotta nel pieno convincimento che si tratta di un’operazione riuscita. L’amplificazione grazie al "tutti" è infatti calibrata e lascia spazio a momenti eseguiti comunque con il solo quartetto. La trascrizione, curata da Kremer stesso e da Victor Kissine, appare certo talora come l’uso di un evidenziatore rispetto alla scrittura beethoveniana, qui come forse non mai ispirata. Eppure, il ricordo di questo brano viene ridestato con un profluvio di energie che preservano lo spirito dell’opera e nel contempo lo esaltano.

L’ultimo brano dell’originario programma, ossia Fragments of "Target", di Leonid Desyatnikov ha decostruito tutta la magia via via suscitata lungo la serata, facendo riemergere le ambiguità che si addentrano nei "gusti", o quantomeno nelle "operazioni" culturali, di Kremer. Si potrebbe concedere che questo brano conclusivo è una musica per film (Mishen, Russia, 2011), ma perché inserirlo in questo programma? Desyatnikov collabora spesso con Kremer, soprattutto come arrangiatore delle composizioni di Astor Piazzolla. Qui impegnato ad omaggiare il 65 compleanno di Kremer, non gli offre certo un buon servigio, facendo scadere la Kremerata in effetti ammiccanti, slegati tra di loro, sospesi in un eclettismo senza datazione né meriti. L’unico collegamento con Shostakovich è appeso al citazionismo di cui anche questi Fragments sono intrisi, mentre la presenza del toy piano pareva più che altro sottolineare che l’abbassamento di livello era più di scala che semplicemente di grado.

Il pubblico è stato molto caloroso, e se la sala non era pienissima, la serie di applausi che hanno accompagnato ogni esecuzione ha qualificato indubbiamente il concerto come un chiaro, sentito successo.

Pierluigi Basso Fossali

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