Richard Wagner
Parsifal

Coro e Orchestra della Staatskappelle di Berlino
Daniel Barenboim, dir.
Dmitri Tcherniakov, regista

Berlino, Staatsoper Unter den Linden

Amfortas, Wolfgang Koch
Titurel, Matthias Hölle
Gurnemanz, René Pape
Parsifal, Andreas Schager
Klingsor, Tomás Tómasson
Kundry, Anja Kampe
Coro e Orchestra della Staatskappelle di Berlino
Daniel Barenboim, dir.
Dmitri Tcherniakov, regista

È sempre stata tradizione quella di eseguire Parsifal nel periodo di Pasqua. Quest'anno, e più precisamente tra Pasqua e Pentecoste, il dramma musicale e capolavoro assoluto di Richard Wagner è stato proposto dai teatri di Francoforte, Wuppertal, Birmingham, Karlsruhe, Lipsia, Vienna e altri ancora: ma l'attesa più grande è stata quella del Parsifal alla Staatsoper di Berlino sotto la direzione di Daniel Barenboim e il giovane regista russo Dmitri Tcherniakov. Abbiamo potuto vedere ed ascoltare questa esecuzione tramite la Tv francese Mezzo. il link è il seguente: https://mega.co.nz/#F!dVNiSD7Z!O7OMRvjoJ7m40L2veCG1IA

La fonte d'interesse di questo Parsifal però non era solo la combinazione di un cast di stelle a livello internazionale, ma anche perché ricorrevano i 90 anni di Pierre Boulez; tutta Berlino, in particolare lo Staatsoper Festtage dal 27 marzo fino a Pasqua ha infatti omaggiato il grande compositore e direttore d'orchestra francese, da anni legato alla città e al suo grande amico Barenboim, con un repertorio ricco di musica contemporanea, sinfonica e ovviamente il Parsifal, opera che Boulez ha diretto a Bayreuth nel 1966, 1967, 1968, 1970 (per la regia di Wieland Wagner), 2004 e 2005 (per la regia di Christoph Schlingensief).

Tra i direttori del nuovo secolo che hanno affrontato l'ultimo capolavoro di Wagner, Barenboim è, insieme a Christian Thielemann e a Daniele Gatti, quello che vanta una frequentazione più assidua, ma è inutile negare come in questa specifica produzione di Parsifal Barenboim risenta di una paurosa influenza di Boulez. La sua direzione è stata totalmente differente, per certi tratti quasi opposta, a quella storica del 1992 per la regia di Harry Kupfer: in quella produzione la lettura di Barenboim era trasparente, spontanea ed evocativa ancorché assai lenta e ieratica. Qui invece quella sacralità degli anni novanta di Barenboim si riduce al nulla. Come già nell'incisione di Norrington, gli ottoni hanno suonato più scoperti e hanno perso ogni ieraticità e solennità, tant'è vero che nei temi del Graal o della Fede si assisteva ad un andamento completamente piatto degli archi e totalmente a parte, senza alcun amalgama, restavano i fiati da soli; infatti si sono sentite stecche e sbavature che dai fiati di Berlino non ci si aspetta. Ma mentre Norrington alleggeriva gli archi per compensare la sua visione più laica, il direttore argentino, per mantenere una visione simbolica, ha fatto risaltare gli archi, i quali hanno suonato ancora più densi e pesanti rispetto al DVD di Kupfer. Il risultato è un'orchestra che non ha comunicato nulla proprio perché gli stessi orchestrali non dialogavano. Pierre Boulez da grande direttore wagneriano (forse insieme ad Abbado e a Gatti il più valido tutt'oggi, e non solo oggi...) aveva sì pulito l'opera da ogni forma di tradizionalismo e manierismo, ma nonostante i tempi spediti e il cesello preciso di ogni frase non aveva privato l'opera dalla spiritualità e alla profondità del messaggio universale di Redenzione.

Barenboim aveva forse provato ad accogliere questa visione, a nostro parere non riuscendoci appieno. I tempi, anche se non da record come in Boulez, sono in linea di massima veloci, ma le vistose sbavature orchestrali dimostrano che per quest'opera e soprattutto per una lettura simile a quella del direttore francese, c'è bisogno di ulteriori studi e sperimentazioni. Momenti di grande pathos non sono mancati, come ad esempio l'attacco del preludio del primo atto e l'inizio del terzo atto, prima lento ed intenso per simboleggiare la distruzione di Montsalvat e poi sempre più veloce per sottolineare l'inquietudine dei Cavalieri; la processione dei Cavalieri del Graal nel terzo atto ben scandita ed espressiva; oppure le frasi di Kundry e di Parsifal nel primo e nel terzo atto, accompagnate magistralmente, per non citare la maestosità dell'arrivo di Parsifal nel finale.

E siamo a Berlino! Viceversa noioso e piatto è apparso gran parte del secondo atto e tutte le frasi strazianti di Amfortas sono state sì corrette, ma non si riconosceva quella disperazione interiore che invece si ascoltava con Falk Struckmann nel 1992.

Direzione insomma o da rispolverare o da rivedere, ma non si può attribuire tutto a Barenboim che nonostante tutto è un direttore wagneriano di tutto rispetto e di spessore straordinario. Perché come sappiamo in Germania anche il direttore più potente spesso cade vittima regia. E per questo non possiamo sapere se la visione di Barenboim sia stata tale per voler suo o per accordarsi con la controversa, ancorché sonoramente fischiata, messinscena di Dmitri Tcherniakov.

Già regista insieme a Barenboim con La fidanzata dello Zar di Rimsky-Korsakov alla Scala l'anno scorso, debutta quest'anno nell'ultima opera di Wagner. La caratteristica principale del regista russo è la veridicità delle sue produzioni, ossia, l'opera rappresentata dev'essere il più vicino possibile alla realtà e alla società odierna, eliminando ogni simbolo o effetto sovrannaturale. Quando però si fanno i conti con Wagner e in particolar modo con Parsifal dove praticamente tutta l'opera si basa su un mito e su simboli potentissimi, le rotte ovviamente collidono. Togliere la sacralità a quest'opera sarebbe come togliere la racchetta da tennis a Roger Federer, ma fortunatamente per noi che amiamo il Wagner simbolico, non sempre il regista russo ci è riuscito; o meglio avrebbe voluto, ma la potenza simbolica di Wagner ha retto l'impatto. Lo svolgimento registico è assai complicato e non nascondiamo che certi passaggi ci sono sfuggiti. Ora proveremo a ricostruire la trama prendendo in considerazione quello che abbiamo visto.

La trama è ambientata nei giorni nostri probabilmente in Siberia o in Scandinavia. In questa terra desolata e fredda sorge un luogo di culto di antiche popolazioni nordiche abbandonato, e uomini vestiti con cappotti pesanti, sciarpe, guanti e colbacchi venerano il loro Signore Titurel. Qui Amfortas è ferito al costato come di tradizione, ma è solamente un oggetto di culto: tramite il suo sangue versato nel Graal, Titurel, Gurnemanz e i Cavalieri rinnovano il loro rito di fratellanza e di unione. Dall'altra parte dell'ignoto luogo di rappresentazione si estende un altra architettura praticamente identica a quella dei Cavalieri, ma dipinta interamente di un bianco freddo con l'aria di trattarsi di una casa dove dimorano i vecchi Klingsor ed Herzeleide, in questa produzione sembrano essere marito e moglie, rispettivamente padre e madre dei fratelli Parsifal e Kundry. I vecchi signori hanno in possesso la lancia di Longino che usano per loro scopi, anche se resta da capire il perché. C'è però contrasto tra Parsifal e Klingsor e tra Kundry e Herzeleide, e mentre Klingsor preferisce giocare e coccolarsi Kundry, Herzeleide fa lo stesso con Parsifal e le due coppie di genitore-figlio non si parlano più. Però i due fratelli di nascosto si vedono e giocano insieme: non appena Parsifal adolescente in preda alla tempesta ormonale tocca il corpo di Kundry, la madre li scopre e caccia via la ragazza e rimprovera il fanciullo; Parsifal in preda alla rabbia, diventa folle (come è infatti il suo nome Parsi-fal, Puro-folle) e dal delirio spinge Herzeleide per terra la quale muore dal colpo subito. Parsifal però non si accorge che ha ucciso sua madre, perché prende le sue cose e abbandona casa. Una volta che Klingsor scopre l'uccisione di sua moglie, manda Kundry in ricerca del folle per convincerlo a tornare a casa in modo che lei possa sedurlo e infine ucciderlo. Kundry però tutte le volte che esce di casa non si reca a cercare il fratello come crede il padre, ma si reca a Montsalvat (o al tempio dei Cavalieri, o quel che sia) per vedere Amfortas del quale lei è segretamente innamorata e cerca in tutti modi un rimedio per la sua ferita in modo da essere ricambiata del suo amore. Ma Amfortas è trattato dai Cavalieri come un oggetto di culto, come un uomo che non sarebbe capace di provare emozioni, fisicamente visto come una specie di Bakunin. Tutte le attenzioni che Kundry rivolge ad Amfortas sono viste in maniera strana dai Cavalieri: per loro è inconcepibile che una donna possa amare un uomo-oggetto (forse qui è il riferimento all'anarchico Bakunin o addirittura ad una Venere preistorica in versione maschile), e così facendo canzonano la donna e le fanno dispetti più come dei bambini che come degli eroi. Ciò non spiega però l'origine della piaga di Amfortas poiché se non è stata né Kundry né la lancia ad aver provocato la ferita non si capisce che cosa sia stato e qui la lettura di Tcherniakov si incappa. Capiamo bene che però Kundry qui non ha una doppia personalità, ma è perennemente in contrasto con la promessa fatta al padre ed essergli fedele da una parte e l'essere generosa con i Cavalieri nonostante le loro diffidenze ed aiutare l'amato Amfortas dall'altra.

La scena del primo atto si apre con Gurnemanz che istruisce gli scudieri al culto di una divinità che non ci è chiara, si può solo essere certi che è un culto monoteista, contrariamente a Klingsor che ha un culto pagano. Il ruolo di Gurnemanz qui è più che mai quello del narratore che istruisce gli scudieri con l'uso di diapositive che raffigurano la prima messinscena assoluta del Parsifal a Bayreuth nel 1882; a quanto pare i Cavalieri del Graal aspettano l'arrivo di un Parsifal che dovrebbe essere la reincarnazione del loro Dio. Appena però il cigno viene ucciso, irrompe Parsifal vestito da viaggiatore-forestiero con abito sportivo, zainetto, borraccia e una balestra. Kundry che era nascosta, approfitta per dire a Parsifal la sua storia, però non è riconosciuta dal folle poiché in età adulta. Kundry però viene prima attaccata da Parsifal e poi cacciata dai Cavalieri, poiché è il momento del culto riservato ai soli uomini. Qui la trama scorre in modo lineare alla tradizione fino all'arrivo di Titurel che si dirige verso la sua tomba in scena, e non abbiamo capito il perché, che chiede ad Amfortas il suo sangue. La ferita del Re pescatore viene infatti compressa in modo da far fluire il sangue dentro il Santo Graal e viene a turno bevuto da tutti i Cavalieri. In seguito, Titurel si rialza dalla bara e viene toccato da tutti i fedeli come una sorta di reliquia vivente. Una volta cacciato Parsifal, Kundry ritorna in scena per prendere le vesti insanguinate di Amfortas che i Cavalieri avevano strappato; la donna le guarda (con un atteggiamento al limite del feticismo) e li piega dolcemente, prima di chiudere il primo atto. Questo comportamento dei Cavalieri del Graal, quasi vampiresco, può essere un riferimento alla folla mendicante del Boris Godunov o addirittura ai paesaggi letterari di disperazione interiore di Dostoevskij e Tolstoj.

Il secondo atto è registicamente improponibile, per non dire imbarazzante: già l'inizio del preludio, dove dovrebbe turbinare il tema della malvagità, è stroncato dalla direzione piatta e lenta di Barenboim, ma oltretutto viene definitivamente "seppellita" da quando sia apre il sipario: tante ragazze giocano e si divertono con il loro padre Klingsor che distribuisce dolcetti. Più che il perfido mago, Klingsor sembra essere un pover uomo, debole e anziano che a fatica cammina. Appena Kundry arriva a casa, Klingsor si prepara per la trappola a Parsifal e nonostante la donna sia innamorata di Amfortas e rifiuta ogni contatto sessuale col fratello, non riesce a opporsi alla volontà del padre, così racconta a Parsifal cosa è successo dopo che lui se ne è andato di casa, per rendere il giovane vulnerabile e pieno di sensi di colpa. Qui non c'è il famoso bacio, ma Kundry prende Parsifal e lo conduce nella stanza da letto. Dopo un po' di tempo Parsifal esce di colpo dalla stanza e resosi conto toccando il corpo che quella è sua sorella rifiuta ogni contatto con lei. Interessante come Kundry, dopo l'aria di Parsifal, nel suo camicione da notte compare una ferita al costato simile a quella di Amfortas. Alla fine entra Klingsor brandendo la lancia di Longino ma questa viene strappata da Parsifal e senza esitazione con quell'arma uccide il padre senza fare il Segno della Croce, lasciando Kundry e le fanciulle-fiore in lacrime.

Il terzo atto è forse il più interessante: Kundry, dopo l'uccisione del padre, si è ritirata in preghiera a Montsalvat e viene trovata scossa e impaurita da un Gurnemanz con barba lunga e copricapo tipico da paesi nordici. Qui i Cavalieri hanno tutti la barba lunga per simboleggiare l'invecchiamento e la morte di Titurel: infatti il vecchio Re è morto perché il figlio non ha più donato il suo sangue al rito. Tutto il luogo di culto è in soqquadro e la diapositiva mostra la scena finale del Parsifal di Bayreuth e quella sospirata Redenzione che sembra non arrivare mai. Sopraggiunge poi Parsifal che riporta la lancia a Gurnemanz. Pieno di commozione, il saggio Parsifal viene battezzato da Gurnemanz e poi perdona la sorella, scambiandosi i regali che tempo fa i genitori fecero loro, mentre la scena è invasa da un dolcissimo Leitmotiv del Karfreitagszauber diretto magistralmente da Barenboim. La scena finale è dominata dai Cavalieri del Graal che attaccano Amfortas e che vogliono il suo sangue, ma il Re scaglia via lo scrigno del Graal e strappandosi le vesti impone agli eroi di ucciderlo. Ecco che nel caos più totale compare Parsifal che protegge Amfortas dall'attacco dei Cavalieri che restano a parte stupiti. Grave mancanza del regista, ma lo avevamo detto prima perché Tcherniakov elimina qualunque simbolo dall'opera, è quella che Parsifal si limita a consegnare la lancia ad Amfortas e non a curargli la ferita. Appena Parsifal è riconosciuto come eroe e redentore, tutti i Cavalieri si inginocchiano e cominciano a toccarlo come facevano con Titurel nel primo atto. Dato che non c'è sacralità e l'unione del Graal (femminile) con la lancia (maschile) non porterebbe a nulla, Tcherniakov ha pensato bene di chiudere l'opera con un lungo e passionale bacio tra Kundry e Amfortas che finalmente possono dichiararsi amore reciproco, guardati con tenerezza e felicità da Parsifal. E con i Cavalieri in stato di trance e con le braccia al cielo, cala la tela.

Neanche a dirlo, il 18 aprile il regista non è venuto sul palco, crediamo siano bastati i fischi della premiere.

Veniamo ora al cast vocale. Andreas Schager, che canterà Parsifal a Bayreuth nel 2017, è stata una rivelazione. Anche se le note basse erano più parlate che cantate, la prova vocale, scenica e interpretativa è stata a livelli eccelsi: voce bella, molto calda che sapeva cantare piano ove necessario. Sapeva dar contrasto molto bene tra il Parsifal folle e il Parsifal saggio, tallone d'Achille di molti tenori in quest'opera. Anche le capacità sul palco hanno offerto un ritratto perfetto del disagio di un adolescente scopre la sua sessualità. Da segnalare uno splendido "Nur Eine Waffe taugt", l'aria finale cantata con maestria e personalità. René Pape è insieme a Kwangchul Youn e a Matti Salminen il più grande Gurnemanz oggi. Il suo personaggio troneggia sugli altri quale voce impressionante, bellissima, di bronzo e di velluto; colore e garbo misurati che hanno saputo dare senso ad ogni frase e ad ogni racconto. Ciò ha delineato un personaggio umano e solenne allo stesso tempo. Anja Kampe, che si era ammalata per la premiere del 27 marzo, tratteggia una Kundry a dir poco strepitosa. Grandissima attrice e cantante superba, riesce a calarsi bene nelle varie sfaccettature di Kundry e a variegare il fraseggio: note gravi intense e acuti facili e luminosi. Delusione invece per quanto riguarda Amfortas e Klingsor. Wolfgang Koch ha una voce ampia e possente ma povera di espressione, e sebbene la prova sia stata corretta non è riuscito a trasmettere la sofferenza di Amfortas e sappiamo bene quanto Wagner considerasse centrale il suo ruolo nel dramma. Tomás Tómasson vocalmente non sarebbe neanche male, ma Tcherniakov lo riempie di grida e di versi da isterico che provvedono a distruggere ogni tensione creata dal personaggio. Di intramontabile spessore sia vocale che scenica il Titurel di Matthias Hölle. Buone le parti minori e ottimo il coro della Staatsoper.

Complessivamente un Parsifal degno di nota e da vedere, ma con non poche cose da mettere a punto. L'appuntamento con questo Parsifal è al prossimo anno con lo stesso cast, tranne Waltraud Meier come Kundry al posto di Anja Kampe.

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