 ADORNO Theodor Wiesengrund
Beethoven. Filosofia della musica
EINAUDI 2001 pp.293 |
Noi non capiamo la musica
- è la musica che capisce noi. Questo vale per il musicista
quanto per il profano. Quando la crediamo molto vicina a noi,
ci parla e aspetta con sguardo triste che le rispondiamo".
Il libro che Adorno non ha mai scritto appare
ora nella traduzione italiana di Luca Lamberti per l’editore
Einaudi: si tratta della pubblicazione pressoché integrale
degli appunti che il filosofo raccolse in quasi trent’anni con
l’idea di redigere un saggio monografico su Beethoven. Sono
a volte semplici frammenti di pensiero, altre volte si tratta
di aforismi dal significato più pregnante, altre ancora
di sezioni di testo più sviluppate e compiute; in ogni
caso è necessario tenere presente che, come avverte Rolf
Tiedmann nell’introduzione, in questo libro lo sforzo interpretativo
richiesto da ogni opera di Adorno è ancora maggiore poiché
nessuno di questi frammenti è stato scritto per il lettore.
A questo corpus il curatore ha cercato di dare una struttura
plausibile di leggibilità suddividendo l’insieme per
argomenti ed inserendo in modo pertinente gli scritti di Adorno
su Beethoven già conosciuti (i saggi sulla Missa Solemnis
e sull’ultimo stile, alcuni stralci da "Introduzione alla
sociologia della musica", dal "Fido maestro sostituto"
e da "Teoria Estetica", nonché altri testi
tratti da lettere e da conferenze). Il fatto che il libro non
sia giunto nemmeno ad una stesura provvisoria è indice
di una difficoltà profonda mai risolta dall’autore. Egli
non riusciva, nel pieno della riflessione sulla "vita offesa"
determinata dagli orrori della seconda guerra mondiale, ad articolare
un dialogo con una musica che parlava ancora il linguaggio della
humanitas promettendo quella conciliazione che gli eventi
successivi avrebbero impedito in modo definitivo. Il domandarsi
se fosse ancora possibile scrivere una poesia dopo Auschwitz
diventava così un interrogativo rivolto non solo alla
produzione artistica ma anche alla riflessione su di essa. Tuttavia
la musica di Beethoven appare costantemente all’orizzonte in
molti tra gli scritti musicali di Adorno quasi fosse l’oggetto
latente di un pensiero che, fondato su una dialettica stringente,
ne intuiva ancora per negationem alcuni elementi di straordinaria
attualità.
Agli occhi di Adorno la figura di Beethoven rappresentava
lo spirito borghese che conservava i tratti della spinta rivoluzionaria
e non si era ancora deteriorato nel capitalismo. Egli guardava
spesso con una punta di nostalgia questo periodo della storia
occidentale come un mondo ormai perduto: il momento della conciliazione
mancata pesa tuttavia tanto sulla borghesia sette-ottocentesca
quanto sul classicismo viennese e sul romanticismo che la rappresentano
musicalmente. In Beethoven, più che in ogni altro compositore
vi sarebbero implicitamente scritte le cifre della frattura
tra individuo e società, tra uomo e natura: da ciò
si può forse capire la difficoltà di Adorno di
interpretare una musica che condivide i nessi e i significati
che conducono all’origine del "peccato originale"
della borghesia che - come è argomentato in Dialettica
dell’Illuminismo - ha provocato sia la degenerazione autoritaria
del nazismo, sia la mercificazione del lavoro e della cultura
nelle società capitaliste. Solo con l’abbandono, con
la presa di coscienza della distanza è possibile allora
recuperare una fruizione autentica nei confronti di una musica
che prometteva ciò che la storia ha negato per sempre.
Se questo libro è un atto d’amore nei confronti dalla
musica di Beethoven costituisce anche una definitiva presa di
distanza da essa, tanto che l’assunto fondamentale di questi
frammenti può riassumersi - come chiarisce lo stesso
Adorno - nel fatto che "Beethoven, il suo linguaggio, il
suo valore intrinseco e soprattutto la tonalità, cioè
il sistema della musica borghese, è per noi irrimediabilmente
perduto e solo tramontando offre l’aspetto che noi ne ricaviamo"
(p. 8).
Il senso dell’abbandono e della distanza è
dunque uno dei temi fondamentali del libro: a proposito della
Sonata per pianoforte Les Adieux Adorno scriverà
in maniera inequivocabile che il trotto dei cavalli che si allontanano
nel primo movimento "garantisce la speranza più
dei quattro vangeli" (p. 245). Non vi è ritorno
senza distacco, e proprio la nostalgia del ritorno si percepisce
in molte pagine di questi frammenti determinando un costante
domandarsi, segno evidente del procedere dialettico dell’autore
ma anche della difficoltà di interpretare una musica
la cui apparente forza affermativa sembra perdere di efficacia
innanzi alla storia e ribaltarsi in una richiesta di risposte:
in questa prospettiva anche l’interpretazione della musica della
tradizione classico-romantica pare aprirsi ad una nuova dimensione
e cioè al saper rispondere agli interrogativi che la
musica stessa propone. Si tratta in definitiva di un’ulteriore
conferma dell’atteggiamento critico di Adorno, che oppone un
rifiuto ad ogni disimpegno innanzi all’oggetto musicale il quale
sembra pretende da chi ne fruisce altrettanto impegno e altrettanta
consapevolezza storica ed estetica. Il medesimo atteggiamento
attivo e consapevole che la musica moderna richiede è
proiettato da Adorno come paradigma per la comprensione dei
compositori classici, Beethoven su tutti.
La forma espositiva non ha la consueta forza avvolgente
della prosa di Adorno, né quella consequenzialità
logica a tratti interrotta da lapidarie determinazioni subito
rimesse in discussione dallo sviluppo successivo, che caratterizza
uno stile tra i più personali ed efficaci della moderna
filosofia occidentale. Tuttavia l’hegeliana "fatica del
concetto", più volte evocata da Adorno nei suoi
scritti, sembra incarnarsi nella prosa discontinua di questi
frammenti e dare voce e forma alla reale difficoltà del
pensiero moderno innanzi alla musica di Beethoven e alla distanza
che ci frappone ad essa. Adorno non rinuncia mai ad instaurare
un dialogo tra musica e filosofia che a tratti appare addirittura
più serrato che in Filosofia della musica moderna:
il suo pensiero (sostenuto da continue citazioni, spesso a memoria,
delle opere) penetra l’immanenza della musica beethoveniana
svelandone le relazioni latenti con le strutture della società,
trovando così una chiave di lettura originale e ancora
oggi attualissima.
Malgrado la sua frammentarietà è
dunque possibile ricostruire il percorso della riflessione di
Adorno su Beethoven, un percorso che parte - non potrebbe essere
altrimenti - dal confronto con Hegel. Secondo la nota tesi adorniana
le categorie della costruzione artistica sarebbero traducibili
in categorie filosofiche e sociali e la musica di Beethoven
non si sottrae a questo principio anzi ne è esempio paradigmatico.
La prima parte del libro insiste molto su questo aspetto, sostenuto
da un costante confronto tra musica, filosofia e società
da cui sembra emergere una sorta di primato della musica in
virtù della sua capacità di tradurre all’interno
dei propri meccanismi formali la dicotomia tra individuo e strutture
sociali. Non si tratta tuttavia di un semplice rispecchiamento
ma di una connessione più profonda poiché le strutture
della musica rendono espliciti quei meccanismi che si nascondono
dietro le pieghe della società: essi sono nel contempo
causa della musica di Beethoven e smascherati da essa. Il problema
fondamentale per la comprensione di Beethoven risiederebbe proprio
in questa dicotomia irrisolta e la stessa costituzione delle
forme musicali beethoveniane confermerebbe l’ineluttabilità
di questa aporia. Anche in questo ambito più analitico
il discorso di Adorno sembra rivolto a cercare risposte di carattere
dialettico: le sue analisi sono spesso improntate a trovare
correlazioni trasversali aldilà del semplice schema formale
dell’opera simmetrico-estensiva. I capitoli centrali del libro
sono un’esemplificazione del procedere analitico di Adorno che
non si fissa mai su particolari armonici o tematici fini a se
stessi ma contestualizza immediatamente l’intuizione tecnica
in un ambito critico tale da rendere chiaro il significato anche
di passaggi musicali apparentemente secondari.
Solo con l’ultimo stile il compositore solitario
si libererà dei problemi formali ma non rinunciando ad
essi, bensì ponendoli ancor più in evidenza e
de-funzionalizzandoli, come argomentato nel saggio sulla Missa
Solemnis, uno scritto fondamentale non solo per l’interpretazione
di Beethoven ma per tutta la filosofia della musica adorniana.
Una volta risolto il problema centrale costituito dall’ultimo
stile la possibilità di portare a compimento il progetto
del libro su Beethoven sembrò più vicino alle
intenzioni di Adorno, anzi è significativo che il filosofo
vi avesse anche destinato un sottotitolo assai impegnativo come
"filosofia della musica" quando altrove aveva affermato
che "oggi la filosofia della musica è possibile
solo come filosofia della musica moderna": si ribadiva
che nessuna interpretazione può rispondere ai quesiti
di una musica che prefigurava la conciliazione con un mondo
"rispetto al quale il carcere di Pizzarro sembra idilliaco",
ma nello stesso tempo, questi frammenti sembrano non voler rinunciare
a cercare delle risposte, come se ad attenderle "con sguardo
triste" fosse la stessa musica di Beethoven. |