 PALEARI Alberto
Celeste Aida Viaggio attraverso i libretti d'opera in lingua italiana
BOMPIANI 1998 pp.917 |
"Celeste Aida": chi non conosce l’incipit di questa
celebre aria verdiana anche in epoca in cui il melodramma e la musica classica in generale
hanno perso la loro forza e la loro popolarità? Il libro pubblicato recentemente da
Bompiani vuole rinnovare questa notorietà andando a scavare in una memoria collettiva in
cui l’opera, le sue storie e soprattutto le sue parole, facevano parte integrante del
linguaggio quotidiano. Negli anni questa pregnanza è andata progressivamente scemando
lasciando il posto ad altre fonti, ad altri linguaggi provenienti da altri mezzi di
comunicazione. In questo contesto è sorta l’idea di un dizionario delle frasi
celebri dell’opera italiana, comprendente all’interno del significato di questo
termine sia i libretti italiani musicati da compositori stranieri (si pensi alla
collaborazione Mozart – Da Ponte) sia a testi in lingua straniera che hanno
conosciuto una versione ufficiale in lingua italiana (es. Don Carlos di Verdi
andato in scena all’Opéra di Parigi nel 1867 e di cui fu fatta la versione italiana
nel 1884). Le voci del dizionario non sono costituite solo da incipit famosi, ma
anche da frasi celebri estrapolate dall’interno di arie, duetti, concertati, cori.
Suscita qualche perplessità la presenza del Combattimento di Tancredi e Clorinda,
che appartiene al "VIII libro di Madrigali" di Monteverdi ed il cui testo è
costituito interamente dal celebre episodio de La Gerusalemme liberata di Tasso e
non appartiene propriamente al mondo dell’opera.
Altre scelte di natura più generali appaiono ugualmente discutibili. A
prima vista infatti può sembrare che questo dizionario, che si dichiara rivolto ai non
addetti ai lavori e quindi non vuole essere un libro di musica, sia volto a suscitare un
utilizzo più consapevole del nostro linguaggio quotidiano, e pertanto a ricomprendere i
significati di alcuni luoghi comuni: se si può ritenere nota a tutti la provenienza di
"celeste Aida" appare già più difficile ricordare che frasi come "dunque
io son" appartiene a Il Barbiere di Siviglia di Rossini. Una spiegazione di
questi topoi può sicuramente aiutare a ritrovare una identità culturale italiana
che può apparire perduta: l’autore molto spesso fa riferimento all’uso di
queste frasi all’interno della comune interazione sociale e giustamente mette in
evidenza come andare a cercare l’opera in cui viene pronunciata la frase "al
dolce guidami" possa costituire un simpatico gioco o una sfida. Suscita però qualche
dubbio il criterio seguito dall’autore di scegliere le frasi sulla base della
discografia esistente, ed inserendo pertanto opere entrate nel repertorio solo da pochi
anni, determinato da un atteggiamento di ricerca e di recupero. Tali opere non possono
quindi appartenere alla memoria storica ed essere quindi entrate nel nostro parlare
quotidiano se non negli ultimi decenni, quando, notoriamente, il melodramma ha perso il
suo peso sociale. Peso sociale che secondo Paleari non esisteva neppure nel secolo scorso.
Una tale affermazione, che non trova conferma nei fatti (si pensi solamente alla presenza
di un teatro d’opera in ogni piccolo paese del territorio italiano), mina
profondamente le basi del dizionario: se non era il popolo che durante il Risorgimento
gridava "W VERDI" ad avere fatto diventare parti dei libretti automatismi del
linguaggio, da dove nascono i luoghi comuni che stanno alla base del lavoro di cui stiamo
trattando? Non certo da dischi 78 giri o dalla radio diffusi soprattutto negli stessi
strati sociali alti che secondo l’autore erano gli unici frequentatori dei teatri
durante il XIX secolo. Ci si domanda allora a quale memoria storica e quindi a quale
lettore si rivolge il dizionario.
Da un altro punto di vista è poi interessante analizzare la metodologia
con cui Paleari ha svolto il suo lavoro. Il dizionario occupa un volume e mezzo
dell’opera ed è seguito da una breve scheda delle opere citate, dei compositori e
dei librettisti: quest’ultima parte ha la funzione di inserire le frasi citate nel
dizionario in un contesto più ampio relativo soprattutto alla composizione. Le varie voci
del dizionario si compongono di una parte informativa (opera da cui è tratta la frase,
compositore, librettista e anno della prima rappresentazione) e da una breve descrizione
in cui si vorrebbe spiegare il significato della frase all’interno del momento
drammaturgico; ci preme sottolineare un aspetto tipografico: il nome del personaggio che
pronuncia la frase è evidenziato in grassetto e tutta la struttura della voce ha una
organizzazione all’interno della pagina molto chiara, segno evidente che si sta
assimilando la tendenza tipica del linguaggio multimediale a trasformare la parola in
immagine e a comprendere l’importanza dell’organizzazione spaziale delle
informazioni nei processi conoscitivi. Tuttavia a una solida organizzazione
dell’apparato comunicativo non corrisponde un altrettanto adeguato impianto
concettuale: leggendo le varie spiegazioni spesso non emerge il contesto drammaturgico in
cui sono collocate e soprattutto non emerge la presa emotiva che esse hanno sul pubblico
che costituisce la finalità principiale del melodramma. Un esempio può essere in tal
senso chiarificatore: le parole "sconto con sangue mio" tratta dalla celebre
scena del "Miserere" del Trovatore di Verdi. La spiegazione
fornita da Palerari è la seguente: "Manrico (Trovatore), fatto prigioniero dal conte
di Luna, nella cella dalla quale dovrà uscire solo per essere giustiziato pensa
all’amata Leonora e le chiede di non dimenticarlo (atto quarto)" (p.466).
Si può immediatamente ravvisare un’imprecisione:
Cammarano,
autore del libretto, ha diviso il dramma in parti e non in atti; ma ciò che ora ci preme
sottolineare è che le note descrittive non riescono a porre in rilievo la situazione
drammatica che nasce dal rapporto tra musica e parola. E non viene neppure fatto alcun
cenno, né qui né nel racconto della trama dell’opera posta in fondo ai due volumi,
alla presenza delle campane ed al coro di frati che canta il Miserere per il
condannato. Inoltre, per attenerci ad un’analisi più aderente al testo, non si
riesce a trovare un legame evidente tra il fatto che Manrico pensi all’amata in punto
di morte e la frase in questione; viene quindi spontaneo domandarsi: "cosa paga con
il suo sangue il personaggio?"
Le ragioni di queste scelte sono motivate da Paleari facendo riferimento
ad una precisa volontà dell’autore di privilegiare la parola sulla musica: egli
dichiara infatti di aver lavorato esclusivamente sui libretti e non sul rapporto su testo
e musica. Se le ricerche sia di drammaturgia musicale sia di critica letteraria degli
ultimi decenni hanno messo in luce il valore del libretto d’opera, esse hanno proprio
evidenziato la sua specificità di genere in quanto intimamente legato all’aspetto
musicale, e componente importante del teatro in musica. Così le indagini in questo
settore stanno proprio puntando l’attenzione sulla capacità del librettista di
manipolare una fonte per adattarla alle esigenze del compositore: emblematiche a questo
proposito sono le riflessioni di Carlo Goldoni sul fatto che scrivere una commedia o una
tragedia per il teatro di prosa sia profondamene diverso dalla stesura di un testo poetico
per un’opera in musica. Fondare, sia pur "per gioco", l’analisi dei
libretti d’opera esclusivamente su sintagmi, che Paleari definisce "unità
verbali inscindibili" (p.11), significa ridurre la complessità di un genere
artistico dalla natura multiforme come l’opera in musica. Risulta dunque discutibile
anche la sola intenzione di limitare la riconquista della consapevolezza del significato
che l’opera lirica riveste nel nostro patrimonio culturale esclusivamente al piano
della parola: tale operazione, infatti, rischia di favorire nel pubblico una fruizione
riduttiva e fuorviante del teatro musicale, circoscritta al solo elemento ludico e
sociale. |