PESTELLI Giorgio

La pulce nell’orecchio. Temi svolti di critica musicale

MARSILIO
2001
pp.199

Il verbo "ascoltare" aggiunge a quello "sentire" l’idea di attenzione e quindi di critica. In questa prospettiva, pienamente condivisibile, si colloca la concezione maturata da Giorgio Pestelli relativamente al ruolo della critica musicale, concezione che è sfociata nel volume La pulce nell’orecchio edito da Marsilio. Non può non venire subito in mente il celebre concetto caro a Theodor W. Adorno secondo il quale l’ascolto musicale dovrebbe corrispondere a "pensare con le orecchie"; secondo Pestelli compito del recensore è proprio quello di mettere "una pulce nell’orecchio" all’ascoltatore, cioè di innescare un processo di riflessione sia sulla musica sia sul modo di ascoltarla. Nell’introduzione al libro, e ripercorrendo per sommi capi la storia della critica musicale, l’autore vuole recuperare quel senso di educazione all’ascolto che un giornalista deve avere. Tuttavia contrariamente al passato, quando teatri ed istituzioni concertistiche mettevano più frequentemente in rapporto il pubblico con la musica scritta allora, ora la recensione è inerente quasi esclusivamente all’esecuzione e non più alla composizione che, peraltro, è ben conosciuta perché sedimentata nella coscienza o compresa attraverso altri mezzi di diffusione come la radio o l’industria discografica. Il critico si sente così un po’ defraudato nella sua funzione di divulgatore e di educatore e non può fare altro che constatare il suo ruolo di cronista di una serata.

Pestelli però non rinuncia a questa antica vocazione della critica musicale anche a causa della sua formazione musicologica: il colto argomentare lo porta sempre ad arricchire le sue recensioni con brevi analisi dell’opera che spesso viene messa in relazione con le interpretazioni di volta in volta esaminate: se ne può avere un esempio leggendo, alle pagine 113 e 114, la disamina di una esecuzione della Nona Sinfonia di Bruckner diretta da Leonard Bernstein. Ad una prima impressione l’autore potrebbe essere accusato di eccedere in giudizi troppo spesso positivi e quindi superficiali (tipici peraltro della prassi giornalistica sui quotidiani), ma ad una lettura più attenta ci si può facilmente accorgere che egli espone le sue osservazioni in maniera assai logica e profonda; esse vanno alla ricerca dei progetti interpretativi e culturali delle varie esecuzioni (cfr. "Pollini serio" pp.105 – 106). Pestelli quindi sembra avere più un’impostazione storico-musicale piuttosto che critica: la sua scarsa attenzione ad aspetti superficiali come quello riguardante la vocalità denotano la volontà di indagare la sostanza dell’interpretazione e i suoi rapporti con la forma della composizione e con la storia della musica. Una delle caratteristiche dell’indagine che Pestelli compie ascoltando un’esecuzione è la ricerca della modernità sia nell’interpretazione sia nell’opera: egli vuole verificare se un direttore o un pianista riescono ad attualizzare il pensiero musicale di un autore, ammesso che esso sia attualizzabile. Evidentemente questo tentativo deriva dalla dimestichezza di Pestelli con il repertorio contemporaneo: in più di una occasione, recensendo opere di autori come Luciano Berio o Franco Donatoni si percepisce la volontà, rara nell’approccio alla musica del Novecento, di indagare le strutture formali con le quali essa è costruita.

Dal punto di vista stilistico ogni recensione, possiede una sua propria logica interna. Pestelli sembra prediligere un pensiero olistico che procede per problemi generali e che, come si è detto, prende in esame uno spettacolo o un concerto nella sua totalità, prestando attenzione, ad esempio, alla coerenza esistente fra la direzione e la regia di un’opera lirica. L’elegante e raffinato periodare, quasi mai enfatico ben si accorda con questa impostazione; il linguaggio sobrio, ma non asciutto, risulta il più adeguato ad esporre le argomentazioni del critico e a risvegliare la competenza del musicologo. Così spesso con ironia Pestelli riesce a celare un giudizio severo con parole non stridenti. È il caso della recensione relativa alla Bohéme del centenario al Regio di Torino, dove Pestelli stigmatizza con molta eleganza la prestazione di Luciano Pavarotti: "quando si dimentica di essere "big Luciano" per diventare Nemorino, il duca di Mantova, Rodolfo e così via, la sua grazia e il suo fraseggio sono ancora un modello per tutti; duole vederlo cantare "Nei cieli bigi" seduto ad un tavolo, guardando il pubblico anziché Parigi che fuma da mille comignoli" (pp.157-158).

La piacevole lettura di questa raccolta molto eterogenea di recensioni, ritratti e articoli vari scritti per giornali e riviste (e non sempre pubblicati come afferma l’autore) fornisce anche un affresco del contesto culturale dalla metà degli anni Ottanta ad oggi. Questo sguardo ad ampio raggio che Pestelli rivolge al mondo della musica lo conduce a riflettere sul senso degli accadimenti concertistici o operistici (deliziosa è l’ironia con cui disserta sulle "caramelle da concerto" nell’articolo che chiude il volume; cfr. p.190). Questa complessità porta l’autore a considerare l’interazione fra esecutore e pubblico e quindi a vedere lo spettacolo non come un evento sacro, ma come organismo vivente in cui applausi e fischi sono l’anima del dialogo fra palcoscenico e pubblico. Vi si rinviene poi una grande attenzione al rapporto fra musica e media che viene giudicata spesso in maniera negativa, ma sempre costruttiva (molto interessante è il suggerimento per l’utilizzo delle telecamere nella ripresa di un concerto di musica contemporanea, cfr. p. 187).

Dunque, oltre che un’occasione per rivivere alcuni momenti importanti degli ultimi anni della cultura musicale italiana, questa raccolta di scritti si propone anche come spunto per riflettere sullo stato della critica musicale nel nostro paese dove, a parte qualche decano, ben pochi possiedono la puntualità, l’eleganza e l’ironia di Pestelli.

Stefania Navacchia

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