 LISCIANI-PETRINI Enrica
Il suono incrinato. Musica e filosofia nel primo Novecento
EINAUDI 2001 pp.213 |
"Quest’uomo singolare ha rifiutato in tutta
la vita di decidersi fra la professione della filosofia e quella
della musica. Troppo era sicuro di mirare allo stesso scopo
nei due diversi campi. La sua mentalità dialettica e
la tendenza sociologico-filosofica s’intrecciano con la passione
musicale in modo che oggi forse non è l’unico e ha le
radici nei problemi del nostro tempo" (T. Mann, Die
Entstehung des Doktor Faustus. Roman eines Romans, Amsterdam
1949, trad. it. di E.Pocar, Romanzo di un romanzo. La genesi
del Doctor Faustus in Scritti minori, Milano 1958,
p. 132). Così Thomas Mann parla di Theodor Wiesengrund
Adorno sintetizzando in questa descrizione molte delle problematiche
delle attuali ricerche musicali. E il filosofo francofortese
è una delle figure guida dell’itinerario, meglio degli
itinerari, compiuti da Enrica Lisciani-Petrini nel recente volume
Il suono incrinato edito da Einaudi. La frase di Mann
ci fornisce una delle chiavi per la comprensione del libro che
a detta della stessa autrice non è un libro di musicologia
né di storia della musica, ma una riflessione "filosoficamente
intesa", per usare le parole dello stesso Adorno, su quel
periodo della società, della cultura e quindi dei linguaggi
che ha caratterizzato l’inizio del Novecento (cfr. p.IX). Docente
di filosofia teoretica e di estetica musicale, l’autrice ha
inteso tracciare una topografia, cioè rinvenire alcuni
sentieri e punti di incrocio (cfr. p.X, nota 8) di un periodo
così complesso e contraddittorio, visto con la lente
d’ingrandimento degli avvenimenti musicali. La prospettiva filosofica
consente di superare la miopia delle attuali ricerche musicologiche
volte esclusivamente ad una pratica analitica o classificatoria,
per adottare uno sguardo più ad ampio raggio che comprenda
in primo luogo le problematiche storico-sociali dell’epoca in
esame, secondariamente quelle relative all’immanenza del linguaggio
musicale ed in terza istanza ai rapporti con le altre arti e
gli altri ambiti culturali.
Si tratta in definitiva di procedere ad un ripensamento
critico della produzione musicale del Novecento (gran parte
della quale probabilmente dev’essere ancora compresa): la strada
intrapresa da questo libro può aiutare a riflettere su
un passato ancora "caldo" e non pienamente "digerito"
affinché si possano proseguire ed intrecciare i tanti
cammini che il Novecento ha iniziato, percorso o abbozzato.
Così, alle soglie del XXI secolo, ci auguriamo che il
linguaggio semplice, a volte troppo semplificante, utilizzato
dalla stessa Lisciani-Petrini costituisca non una base per un
dialogo tra addetti ai lavori, ma uno strumento di divulgazione
delle tematiche relative alla musica del XX secolo. Molti dei
cammini, come quello della scuola ungherese o di Sergeij Prokofiev,
sono volutamente ignorati, e si tratta di percorsi che al pari
del linguaggio dodecafonico o del Pelléas et Mélisande
di Debussy hanno portato l’alterità all’interno della
musica; ma crediamo che uno dei meriti di questo libro sia da
ricercare, come vedremo, sul piano metodologico e che un lettore
attento possa trarre dalla trattazione quelle categorie che
consentiranno di leggere altri sentieri che hanno caratterizzato
il ‘900. Altro punto di possibile criticità di questo
lavoro è costituito dall’oggetto trattato che si limita,
come si può vedere nella cronologia che chiude il volume,
ai primi quarant’anni del secolo scorso e quindi esclude tutte
le avanguardie del secondo dopo guerra. Ci sentiamo tuttavia
di affermare che le categorie proposte dal libro possono essere
applicate non solo in modo sincronico, cioè per gran
parte della produzione musicale dell’Europa e del Nord America
dei primi decenni del XX secolo, ma anche in senso diacronico
poiché esse stesse costituiscono un "contenuto di
verità", come afferma l’autrice utilizzando una
terminologia adorniana, che "da quegli anni solo apparentemente
lontani non smette di riecheggiare nelle "orecchie più
sensibili". Qualcosa che fa pensare. E che dunque
ci fa riflettere ancora oggi" (p.XII).
Adorno, tuttavia, non è l’unico riferimento
filosofico del libro; anzi, la tesi fondamentale de Il suono
incrinato ha più una matrice esistenzialista. Come
per Heidegger la storia della metafisica coincide con quella
dell’oblio dell’essere e la sua fine segna lo smascheramento
dell’esserci, così per l’autrice, la storia della musica
riflette quella delle idee; dopo un preambolo in cui si mostra
il legame tra una concezione, risalente alla filosofia greca,
che vede il reale fondato su una unità, su un Principio
eterno, unico ed immutabile e le strutture fondamentali del
linguaggio del suono, si giunge a rilevare come già con
le opere estreme di Beethoven questa concezione si viene a "incrinare",
cioè si viene a rompere progressivamente l’idea della
forma musicale e poi dell’armonia tonale come fondamenti naturali
della musica. Ecco che col Tristan und Isolde la tonalità
si va sempre più allargando e che con le sinfonie di
Mahler la musica popolare, cioè la diversità,
entra nelle sale da concerto e mina le forme della tradizione
sonatistica. Dunque il linguaggio si sfalda, si frantuma poiché
non è retto più da una realtà unitaria,
ma anzi esso stesso è espressione della frammentarietà
del reale, della sua struttura reticolare, dell’esserci in cui
l’ente ormai è gettato come apertura al possibile.
Il suono incrinato parla di "crisi
della razionalità" (p.185), a cui noi vorremmo sostituire
la nascita di tante piccole razionalità diverse; ma ciò
che più interessa l’autrice è il concetto di "disincanto"
che si sente direttamente dall’impianto esistenzialista del
testo. Il nuovo scenario fondato sulla "ambiguità"
e sulla frammentazione disegnato in questo lavoro fornisce la
chiave di lettura per comprendere la sua struttura. Se infatti
il suo indice richiama fortemente quello di Filosofia della
musica moderna di Adorno, esso tenta una conciliazione fra
le istanze schönberghiane e quelle stravinskijane: per
l’autrice infatti la differenza fra i due compositori è
puramente di atteggiamento ma, a differenza dell’analisi del
filosofo franconcofortese, non sostanziale; essi rappresentano
lo stesso percorso verso la modernità e la dissoluzione
di una realtà fondata su un unico Principio, ma mentre
Schönberg si muove in una prospettiva teorica, il problema
di Stravinskij, così come quello di Debussy e Ravel,
è più di natura pratica. Così, da un punto
di vista generale, il merito principale del lavoro qui in esame
è quello di trovare una mediazione fra le istanze adorniane
e quelle della filosofia dell’esistenza; la critica di Enrica
Lisciani-Petrini parte dall’interno del discorso svolto dal
filosofo tedesco e quindi porta ad una sua evoluzione.
Per analizzare in maniera più approfondita
quello che emerge dai contenuti de Il suono incrinato,
possiamo affermare che le diverse istanze che si sono sviluppate
sul piano del pensiero musicale derivano tutte dallo sfaldamento
del reale cui si è più volte accennato. Pertanto
all’inizio del Novecento il musicista si trova a "maneggiare"
esclusivamente un materiale che non rimanda ad altro che a se
stesso. Ciò che dunque accomuna le varie poetiche, non
solo musicali, nella prima metà del XX secolo, è
un notevole grado di astrazione dell’arte da contenuti determinati;
in questo senso ci sembra vada sottolineato l’approccio interdisciplinare
del volume.
In questa prospettiva ad ampio raggio si colgono
le differenze fra i vari compositori. A questo punto, sia pur
partendo da presupposti diversi l’autrice prosegue il suo ragionamento
sulla falsariga di Filosofia della musica moderna: se
tutti gli artisti si trovano di fronte al puro materiale, al
puro linguaggio, diversificati risultano i loro atteggiamenti
verso di esso. Ci si trova, innanzitutto, davanti a vari livelli
di consapevolezza storica rispetto ai codici musicali. Adorno,
come è noto, pone l’accento sulla dicotomia Schönberg
Stravinskij. Il suono incrinato, invece, dopo aver individuato
due linee di tendenza più generali (l’una che "gioca"
con il linguaggio musicale e lo "maneggia" a suo piacere;
l’altra che instaura un rapporto più problematico con
il linguaggio), cerca di identificare il modo specifico in cui
i compositori presi in esame si collocano rispetto a ciascuna
di queste prospettive. Attrae subito l’attenzione del lettore
abituato al discorso adorniano che l’autrice definisca "etico"
l’atteggiamento di Stravinskij: bisogna tuttavia comprendere
che questo termine viene usato nel suo significato greco, cioè
come ethos, come costume che l’uomo moderno deve indossare
per avere un comportamento adeguato ai tempi. Questo ethos,
non corrisponde a una consapevolezza storica da parte del compositore,
ma a una sua totale immersione nel gioco del materiale; anche
quando cioè Stravinskij opera uno straniamento usando
in maniera anacronistica le forme della tradizione neo-classica,
la sua preoccupazione si volge sempre al "fare" musica,
a quell’atteggiamento che Il suono incrinato definisce
tipico dell’homo faber, un uomo che si nasconde dietro
la maschera di un linguaggio straniato e quindi svuotato di
ogni valore intrinseco. Il medesimo atteggiamento "ludico"
lo ritroviamo in Ravel, che attraverso la ricerca di nuovi timbri,
nuove sonorità, più lucenti ed esotiche, e nuove
armonie trova nell’artificio, un modo di dissolvere sempre dall’interno
una concezione della realtà ancora fondata sulla certezza.
La poetica di Debussy esprime le stesse problematiche attraverso
delle impressioni che mettono in discussione una razionalità
"forte", sostituendo una concezione lineare del tempo,
con una logica di frammenti, di istanti, che si concatenano
non più per mezzo della deduzione ma dell’associazione.
Se tuttavia, questi autori lavoravano "con" il linguaggio,
altro era il modo di porsi di Schönberg e dei suoi allievi:
non tanto con essi ci fu il noto abbandono del sistema armonico-tonale
e la successiva introduzione di quello dodecafonico, ma questa
rottura è il frutto di una riflessione "sul"
linguaggio che soprattutto nella figura del maestro ebreo assume
caratteri drammatici. L’impossibilità di trovare una
forma espressiva ancora capace di "dire" una Verità,
lo scollamento tra linguaggio e mondo, tra immagine (intesa
non solo come figurazione, ma come tutto ciò che è
"segno" e che ha quindi una funzione mediatrice tra
soggetto e oggetto) e realtà sono all’origine del dramma
non solo artistico, ma forse soprattutto umano ed etico di Schönberg
(si pensi alla nota problematicità del Moses und Aron,
di cui Enrica Lisciami-Petrini fornisce una attenta, sia pur
forse troppo enfatizzata disamina). Questo svuotamento della
parola non può essere rappresentato che dal Silenzio.
Il Silenzio non esprime altro che l’inesistenza di un principio
forte, e non costituisce una risposta al problema dell’indebolimento
del pensiero e del linguaggio, bensì una domanda aperta
che nel compositore ebreo rimane tale. Se tuttavia il problema
del padre del sistema dodecafonico rimane di natura ontologico,
e qui, a nostro avviso, risiede la sua impossibilità
di soluzione, ma anche la sua grandezza, i suoi allievi, Berg
e Webern cercano nel linguaggio stesso nuova espressività
e nuove regole fondanti. Non si tratta più di immergersi
nel fare giocando con forme svuotate di senso, ma fornire una
rinnovata struttura al codice. E non si tratta tanto dell’adozione
della dodecafonia, la cui portata eversiva e nel contempo di
riflessione è introdotta da Schönberg, ma di rintracciare
all’interno di questo metodo di composizione organizzazioni
interne in grado di dare al sistema un rinnovato senso e smentire
così la "profezia" di Adorno secondo la quale
la dodecafonia si sarebbe trasformata in un "feticcio del
materiale", cioè in un insieme di prescrizioni vincolanti
la cui oggettività soffoca la soggettività del
compositore. Partendo da questi medesimi presupposi, Berg e
Webern seguirono strade differenti: il primo cercò nella
numerologia e nei giochi enigmistici la possibilità di
creare una struttura a rete in cui si percepisce la precariètà
di ogni maglia. Da questo tentativo di sopperire con una logica
esclusivamente numerica all’instabilità dell’esistenza,
nasce il lirismo di Berg e la tragica umanità della sua
musica e dei suoi personaggi (si pensi solo a Wozzeck). Se Berg
si affida ancora ad architetture articolate ed utilizza alcune
forme passate attribuendo loro, diversamente da Stravinskij,
nuova espressività, Webern concentra il senso della musica
in "microstrutture", in "microrelazioni"
tra le note. Così il tempo non è più multidirezionale,
come in Debussy, ma istante pieno di significato; il problema
di Webern non è più rompere la linearità
del tempo, ma come afferma la scuola fenomenologica, attribuire
ad ogni istante, e quindi ad ogni singola nota un valore diverso
e pertanto un senso diverso per la coscienza. La sua scrittura
aforistica si basava su i principi "Multum, non multa"
(p. 176); non è un caso che Enrica Lisciani-Petrini chiami
il capitolo dedicato a questo compositore "Romanzi di un
sol gesto".
Si può partire proprio da questo titolo
per trarre le conclusioni sul libro in esame ed in primo luogo
analizzarne brevemente il linguaggio. È noto infatti
che la terminologia utilizzata riflette sempre l’impostazione
di fondo di un lavoro. Una certa enfasi di tipo "decadente"
posta su alcune tematiche trattate soprattutto nell’introduzione,
rivelano la matrice wagneriana del pensiero dell’autrice cui,
a volte, è tolta, proprio per questo, la volontà
di rendere chiare la struttura e l’impostazione del proprio
lavoro. Se infatti gli obbiettivi de Il suono incrinato
sono esplicitati in apertura del volume, più difficile
risulta comprendere la sua "struttura profonda", il
rapporto dialettico che intercorre tra esso e Filosofia della
musica moderna: ad una lettura superficiale si rileva la
separazione tra le parti, ma il fatto che il concetto di "modernità"
sia il filo conduttore del libro rende più faticosa la
percezione del modo in cui secondo l’autrice questa nozione
si esplicita nei vari compositori. Tale difficoltà è,
a nostro avviso, aumentata dall’accento posto su alcuni termini
come "creatura" o "addio", che sembrano
privilegiare una ricezione emotiva sul lettore rispetto ad una
comprensione di tipo concettuale più adeguata ad un lavoro
di tipo filosofico.
Malgrado questa impostazione, che può risultare
non condivisibile da tutti, va sottolineato con forza il grande
merito metodologico di Enrica Lisciani-Petrini di avere riallacciato
un ponte tra filosofia e musica, un filo rosso, una strada che può
essere percorsa in entrambe le direzioni: se infatti la musica e
l’arte in generale sono espressioni del loro tempo, esse aiutano
anche la comprensione della società, dell’evoluzione storica
e del pensiero che le hanno prodotte. Ci sembra che una rinnovata
riflessione contestuale, in un periodo in cui soprattutto in Italia
lo sguardo della musicologia è rivolto quasi esclusivamente
o all’analisi della partitura o alla catalogazione di qualsivoglia
fondo musicale, possa riaprire un percorso da qualche decennio interrotto
e rivitalizzare gli studi di estetica musicale. In questa prospettiva
auspichiamo che venga seguita la via abbozzata da Il suono incrinato
in particolare per quanto riguarda il rapporto con la figura di
Adorno. L’autrice ha superato in modo dialettico la contrappostone
ideologica e sterile tra l’esaltazione del pensiero adorniano "di
moda" tra gli anni Sessanta e Settata e la detrazione "in
voga" nei decenni successi. Il volume ha saputo sbarazzarsi
di tutte le soprastrutture che pesavano sull’opera del filosofo
tedesco e riconoscerne l’enorme valore per la musica del Novecento;
si tratta di un valore intrinseco ("immanente" direbbe
Adorno) e soprattutto costruttivo, che non deve essere contrapposto
ad altri modelli filosofico-intepretativi, ma essere posto, proprio
come abbiamo visto fare in questo libro, in relazione con essi tali
da aprire nuovi cammini ancora inesplorati per l’estetica musicale
contemporanea., possa riaprire un percorso da qualche decennio interrotto
e rivitalizzare gli studi di estetica musicale. In questa prospettiva
auspichiamo che venga seguita la via abbozzata da Il suono incrinato
in particolare per quanto riguarda il rapporto con la figura di
Adorno. L’autrice ha superato in modo dialettico la contrappostone
ideologica e sterile tra l’esaltazione del pensiero adorniano "di
moda" tra gli anni Sessanta e Settata e la detrazione "in
voga" nei decenni successi. Il volume ha saputo sbarazzarsi
di tutte le soprastrutture che pesavano sull’opera del filosofo
tedesco e riconoscerne l’enorme valore per la musica del Novecento;
si tratta di un valore intrinseco ("immanente" direbbe
Adorno) e soprattutto costruttivo, che non deve essere contrapposto
ad altri modelli filosofico-intepretativi, ma essere posto, proprio
come abbiamo visto fare in questo libro, in relazione con essi tali
da aprire nuovi cammini ancora inesplorati per l’estetica musicale
contemporanea. |